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Otobong Nkanga, Contained Measures of Pointe Noire, CCF, Pointe Noire, 2009

A LAPSE, A STAIN, A FALL
OTOBONG NKANGA
23.11.2018 – 09.02.2019

Inaugurazione e Performance
23 Novembre, ore 19

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, installation view, foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, opening performance, foto Tiberio Sorvillo, 2018

A cura di Emanuele Guidi

 

La cima del Monte Everst è calcare marino […]
Solo un pregiudizio poteva farci pensare che
la terra sotto i nostri piedi non fosse viva.
Teju Cole

L’artista Otobong Nkanga (Lagos/Anversa) ritorna ad ar/ge kunst per la sua prima personale in Italia dopo aver partecipato alla mostra programmatica Prologue Part II – La Mia Scuola di Architettura nel Novembre 2013.

Composta da lavori recenti, progetti in corso e due nuove commissioni, A Lapse, a Stain, a Fall articola un passo ulteriore nella ricerca che Nkanga conduce intorno ai molteplici valori che le risorse naturali possono assumere nell’Antropocene. Un processo che l’artista porta avanti unitamente a un’incessante esplorazione delle reciprocità che esistono tra la morfologia della terra e quella del linguaggio.
Usando la scultura, il disegno e la performance, ma anche la scrittura, i progetti editoriali e i formati pedagogici, Nkanga guarda al concetto di land (nelle sue accezioni di terra, territorio, terreno, paese…) come formazione geologica e discorsiva, spesso prendendo come suo punto di partenza i sistemi e le procedure con cui le materie prime sono estratte localmente, tecnicamente processate e messe in circolazione globalmente. Da qui, l’artista segue i fili che mettono in relazione i minerali, la cultura materiale e la costruzione del desiderio, con la ridistribuzione di potere e conoscenza.

Otobong Nkanga ha concepito A Lapse, a Stain, a Fall come un display organico di opere che si dispiegano nello spazio seguendo un ritmo cromatico, dal nero fino a una sempre più complessa gamma di colori. Una progressione di lavori che “germinano” intorno a una nuova opera centrale che, come un’arteria, percorre la lunghezza dell’architettura da muro a muro, trasformando la mostra in un organismo vivente e diasporico, dove le parti del corpo si tengono unite attraverso la pelle.

La centralità della nozione di “corpo” nel pensiero di Otobong Nkanga, risuona profondamente con il titolo della nuova opera commissionata per questa occasione, Veins Aligned (Vene allineate), una scultura di 26 metri che giace sul pavimento di ar/ge kunst, composta da strati di vetro e marmo dalle cave di Lasa, e di cui entrambi i materiali sono stati lavorati in collaborazione con esperti locali. Si tratta di una scultura che evoca il sentimento profondo che Nkanga nutre per la materia e che si rivela nell’urgenza di creare una continuità tra i materiali così che operino tra essi come “struttura di supporto”. Allo stesso tempo, un sentimento che emerge nell’urgenza di riconoscere tutte le sue stratificazioni come portatrici di una conoscenza situata: dalla pelle, con la sua lucentezza che produce desiderio, fino attraverso la complessa struttura molecolare, con le sue proprietà geo-tecnologiche. Una conoscenza che è importante saper estrarre, rendendo visibile come ogni processo di estrazione rischi di diventare estrazione di capitale e potenzialmente un atto violento verso un corpo, sia esso quello di un essere umano, di un materiale o di un paese.

 

Un ringraziamento a Alessandro Cuccato e Alessandra Piazza per il supporto tecnico che ha consentito la realizzazione dell’opera Veins Aligned

Un ringraziamento speciale per il materiale e la produzione a
Lasa Marmo
Gruppo Dalle Nogare

Con il gentile sostegno di
Flanders, State of the Art
Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

 

CLOSE
Andrea Nicolò, 2018

SONGS TO YOU ABOUT YOU
ISLANDS SONGS
08.09. - 10.11.2018

Inaugurazione

 

07.09.2018, ore 18

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

©ar/ge kunst, Foto Tiberio Sorvillo, 2018

Songs To You About You è un progetto realizzato dal duo artistico berlinese Islands Songs (Nicolas Perret & Silvia Ploner), con l’intento di riportare in forma dialogica le conoscenze occidentali e non-occidentali del mondo microbico e celebrare le interazioni sociali tra gli esseri umani e le comunità microbiche.

Il nucleo del progetto è l’installazione sonora a 7.1 canali, intitolata The Forest Within – Within The Forest, realizzata in collaborazione con l’antropologo e biologo Colombiano César Enrique Giraldo Herrera. Intrecciando una fabulazione orale a una partitura speculativa polifonica, l’opera indaga le narrative indigene e la conoscenza del mondo naturale ma anche i suoni e l’ascolto come metodi di esplorazione del mondo “non tangibile”. Mentre nella fabulazione, scritta in collaborazione con Giraldo Herrera, risuonano le interpretazioni animistiche della realtà attraverso l’adozione di varie prospettive, la partitura polifonica, ispirata dalle conversazioni condotte dagli sciamani con la «foresta dentro», approfondisce le comunicazioni interspecie nella foresta pluviale amazzonica. Tutti i suoni provengono dalle registrazioni effettuate sul campo da Islands Songs durante un recente viaggio in Colombia: vocalizzazioni umane e non umane, registrazioni su banda VLF e sintesi modulare.

Con For Indigenous Yeasts and other Microbes, il secondo lavoro presentato negli spazi di ar/ge kunst, Islands Songs accompagna il processo di trasformazione dell’uva da succo a vino con una colonna sonora in tre atti scritta per e dedicata ai microorganismi attivi nella produzione del vino. Il pezzo, che è anche un esperimento condotto insieme al vinificatore sudtirolese Thomas Niedermayr (Hof Gandberg, Appiano), è una colonna sonora realizzata in collaborazione con l’artista e compositore americano Charlemagne Palestine, volta a rappresentare la vecchia e tradizionale collaborazione tra umani e microbioti nella preparazione di cibi e bevande.

Songs To You About You è la prima mostra personale in Italia del duo Islands Songs, risultato di un anno di dialogo con ar/ge kunst iniziato in occasione della mostra e performance nel contesto di Transart Festival 17.

PROGRAMMA PUBBLICO

08.09.18, ore 11
MICROBES AND OTHER SHAMANIC BEINGS
^ar/ge kunst matinée con César Enrique Giraldo Herrera

29.09.18, ore 19
FOR INDIGENOUS YEASTS AND OTHER MICROBES (ACT II)
Performance di Islands Songs e Charlemagne Palestine
presso Hof Gandberg e Castel Ganda, Appiano
In collaborazione con Transart Festival
(Biglietti)

libretto per maggiori informazioni

In coproduzione con
Deutschlandfunk Kultur
Transart Festival 18
Thomas Niedermayr, Hof Gandberg, Appiano

Con il gentile sostegno di
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

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Bicephalic Flag, 2018. Courtesy the artist; Kraup-Tuskany Zeidler, Berlin

KIRCHGÄNGERBANGER
Slavs and Tatars
19.05 – 28.07.2018

Programma di apertura

 

18.05.2018

ore 18:00: Lecture Performance presso Libera Università di Bolzano  – Facoltà di Design e Arte, D1.01

 

ore 19.30: Inaugurazione mostra presso ar/ge kunst

 

19.05.2018

ore 11:00: Matinée con SLAVS AND TATARS presso ar/ge kunst

Slavs and Tatars, Hamann from the Hood, installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Hamann from the Hood, installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Kirchgängerbanger, exhibition view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Bicephalic Flag, 2017; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Bicephalic Flag, 2017; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Stillbruch (Noblesse Oblige), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Stillbruch (Noblesse Oblige), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Love me Love me Not (Kaliningrad), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Love me Love me Not (Kaliningrad), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Underage Page (Extended Turquoise), 2018, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; ; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Slavs and Tatars, Installation view; ©ar/ge kunst, photo by Tiberio Servillo, 2018; courtesy the artist, Kraupa-Tuskany Zeidler, Berlin

Documentation of Lecture Performance by Slavs and Tatars at UniBz – Faculty of Design and Art ©ar/ge kunst, & UniBz, Faculty of Design and Art, Photo Matteo Zoccolo, 2018

Documentation of Lecture Performance by Slavs and Tatars at UniBz – Faculty of Design and Art
©ar/ge kunst, & UniBz, Faculty of Design and Art, Photo Matteo Zoccolo, 2018

Documentation of Lecture Performance by Slavs and Tatars at UniBz – Faculty of Design and Art ©ar/ge kunst, & UniBz, Faculty of Design and Art, Photo Camilla Angolini, 2018

Documentation of Lecture Performance by Slavs and Tatars at UniBz – Faculty of Design and Art
©ar/ge kunst, & UniBz, Faculty of Design and Art, Photo Camilla Angolini, 2018

“La purezza di una lingua la priva della sua richezza” Johann Georg Hamann
In occasione dell’inaugurazione di Kirchgängerbanger, la prima mostra personale in Italia del collettivo di base a Berlino Slavs and Tatars, a cura di Emanuele Guidi, ar/ge kunst presenta un programma introduttivo di due giorni incentrato sulle tre principali attività che caratterizzano la pratica degli artisti: mostre, libri e lezioni performative. Slavs and Tatars si sono costituiti come ‘book club’ nel 2006 e da allora la loro ricerca ha continuato a fare eco ed espandere l’atto della lettura attraverso una messa in circolazione di storie provenienti dall’ “area a est dell’ex Muro di Berlino e a ovest della Grande Muraglia cinese, conosciuta come Eurasia”.

Come veri bibliofili e storytellers, gli artisti attingono dal bacino di questa vasta regione poetica e geopolitica, resuscitando figure dimenticate così come rituali e tradizioni pre-moderne, per intrecciarle con cultura “alta” e popolare; un gesto che sfida i nostri modi attuali di pensare e i perimetri della nostra conoscenza. Il loro atteggiamento sincretico emerge attraverso la produzione di discorso e oggetti di varia natura, in cui la lingua ha sempre un ruolo centrale nel combinare idee, storie e culture apparentemente molto lontane. Un approccio sensuale e affettivo alla conoscenza che agisce rendendo visibili le crepe e le spaccature della storia.

Con Kirchgängerbanger Slavs and Tatars portano avanti la loro più recente ricerca su Johann Georg Hamann, filosofo Tedesco del contro-Illuminismo, orientalista amatoriale e autore criptico, che grazie alle sue posizioni spiritose, non ortodosse e radicali godeva di alta stima tra i suoi contemporanei come Goethe, Kierkegaard e Kant. Gli artisti ritornano su una figura come Hamann per porre l’accento sui limiti di una conoscenza puramente laica e riaccendere il discorso intorno al ruolo della fede, che il filosofo intendeva come strettamente collegata alla sessualità (Glaube und Geschlecht).

Per la loro mostra presso ar/ge kunst, gli artisti si rivolgono esplicitamente al pubblico (al lettore) attraverso produzioni nuove e recenti, che si rifanno direttamente ai testi enigmatici di Hamann; una serie di opere che traducono spazialmente le sue dediche e i suoi scritti in tutta la loro opacità.

In parallelo con la mostra, un tour di lezioni performative di Slavs and Tatars, è co-organizzato da ar/ge kunst e la Libera Università di Bolzano/Bozen, Facoltà di Design e Arte (18 Maggio, 2018), OGR You Torino (22 Maggio, 2018), and Liveworks/Centrale Fies (20 Luglio, 2018).

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Regione Autonoma del Trentino Alto Adige
Fondazione Cassa di Risparmio
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

PUBLIC PROGRAMME

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Matilde Cassani_Collezione Privata di A.S._2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

It’s just not cricket
Matilde Cassani
23.02 - 05.05.2018

Inaugurazione: 23.02.2018, ore 19
Un progetto di ar/ge kunst, Bolzano e Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, Collezione Privata di A.S., 2018, photo Tiberio Sorvillo and Luca Guadagnini © ar/ge kunst

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

Matilde Cassani, It’s just not cricket, Installation view. ©ar/ge kunst, Foto Luca Guadagnini, 2018

La mostra “It’s just not cricket” è più di una semplice esposizione di oggetti e attrezzature riconducibili allo sport del cricket, come in realtà appare. Il significato idiomatico di questa espressione, esclusivamente inglese come il gioco stesso del cricket, suggerisce infatti che ci troviamo di fronte a una scorrettezza .
Una moquette colorata, porte sovradimensionate, una palla e due mazze prodotte rispettivamente in Sud e Nord Tirolo con essenze locali, compongono il set di una partita interrotta, lasciata in sospeso o in attesa del rientro dei giocatori. Un display-altare presenta la collezione privata di Ali Saqib, con mazze da tutto il mondo, palline e coppe vinte nei tantissimi tornei già avvenuti, a fianco ad una selezione di magliette dei numerosi team che giocano in Alto Adige: Laives, Brennero, Vipiteno, Ora, Bolzano, comuni che hanno le proprie squadre e tornei di cricket che in pochi conoscono.
L’incontro con giovani giocatori di cricket che vivono in questo territorio e arrivano da Pakistan, Afghanistan, India e Sri Lanka offre una tregua alla consueta retorica delle identità, dei confini, del nord e del sud. La circolarità della storia del cricket, rientrato in Europa dalle colonie inglesi e diffusosi attraverso le circostanze più diverse, invitano ad interrogarsi sull’utilizzo odierno degli spazi urbani e rurali così come a confrontarsi con altre categorie di tempo, intrattenimento, spettacolarità e spectatorship.
“It’s just not cricket” marca la conclusione del periodo di ricerca di Matilde Cassani, organizzato congiuntamente da ar/ge kunst, Bolzano e Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck che ha portato la Cassani a visitare la macro-regione tra Bolzano e Innsbruck in numerosi intervalli tra il 2016 e il 2018 . La mostra ad ar/ge kunst così come la mostra finale del Fellowship Program for Art and Theory presso la Künstlerhaus Büchsenhausen, che si terrà al Kunstpavillion der Tiroler Künstlerschaft dal 24 Maggio 2018 presentando il progetto nel Tirolo del Nord, offrono il contesto per articolare questi temi su entrambi i lati del Brennero. Workshops con le rispettive comunità di giocatori, così come la pianificazione di una partita tra i teams a Innsbruck a fine giugno, producono l’occasione per dare inizio ad un dialogo tra questi gruppi.
Il 23 febbraio, ore 19, la mostra di Matilde Cassani aprirà al pubblico durante il torneo PSL – Pakistani Super League di Dubai, che sarà trasmesso in diretta.
Con il patrocinio della Federazione Cricket Italia
Con il gentile sostegno di:
 Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
 Regione Autonoma del Trentino Alto Adige Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano Barth – Interni, Bressanone
www.artsouthtyrol.org _______________________________ [1] In gergo, la frase “it’s just not cricket” è usata per esprimere indignazione di fronte a qualcosa che è ingiusto o disonesto. [2] Matilde Cassani è stata invitata rispettivamente da ar/ge kunst come terzo episodio del proprio programma di residenza: One Year-Long Research Project, e da Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck, nel contesto del proprio programma Fellowship for Art and Theory (Cooperation fellowship).

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Vladislav Shapovalov. Opening of Soviet Week at the Palazzo Reale in Milan in 1967, 2017. Photo Installation. Courtesy of the artist. Courtesy of photograph: Associazione Italia Russia, Milano.

IMAGE DIPLOMACY
Vladislav Shapovalov
02.12.2017 – 10.02.2018

Inaugurazione 01.12.2017 ore 19

 

 

A cura di Emanuele Guidi

 

 

Con la prima personale Italiana dell’artista russo Vladislav Shapovalov, ar/ge kunst continua a presentare pratiche artistiche che si confrontano con la storia e con la materia da cui essa è composta; ricerche a lungo termine che si posizionano obliquamente rispetto alla storiografia ufficiale, dedicandosi alla ricomposizione di fatti e momenti considerati minori, obsoleti o semplicemente dimenticati; pratiche che soprattutto indagano criticamente i media stessi attraverso cui la storia è scritta e comunicata e attraverso cui continua a risuonare nel presente.

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

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Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

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Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

Vladislav Shapovalov, Image Diplomacy, Installation View at ar/ge kunst. Photo Sorvillo, 2017 ©argekunst, Bolzano

In Image Diplomacy, Vladislav Shapovalov affronta l’eredità culturale e politica del “progetto Comunista” come articolato dall’Unione Sovietica, costruendo il punto di vista a partire dalla propria biografia di giovane russo cresciuto nella Russia post-1989 e da anni residente a Milano. Un confronto che è iniziato dal ritrovamento presso l’Associazione Italia Russia[1] di decine di faldoni contenenti intere mostre fotografiche e film sugli aspetti più diversi della vita in Unione Sovietica (sport, vita domestica e pubblica, tecnologia e lavoro, geografia e architettura fino all’emancipazione femminile e i risultati raggiunti nelle esplorazioni spaziali) così da promuovere nel mondo l’immagine di un progetto moderno, emancipatore, internazionalista e alternativo a quello capitalista-americano. Queste mostre erano ideate dalla Società per le Relazioni Culturali con i Paesi Stranieri (VOKS)[2] e fatte circolare attraverso il network delle associazioni amiche fondate in moltissimi paesi dai simpatizzanti per l’esperimento Sovietico[3].
Uno degli aspetti centrali alla ricerca di Shapovalov si concentra sui sistemi di allestimento e tecniche espositive di alcune di queste mostre, che potevano essere realizzate in autonomia e a basso costo semplicemente seguendo le istruzioni e i disegni tecnici anch’essi contenuti nei faldoni. L’idea di una modernità alla portata di chiunque, era quindi annunciato non solo attraverso la riproducibilità della fotografia e del film, ma anche attraverso i sistemi di display stessi che trasformavano quindi la mostra nel ‘medium’ ideale per veicolare e diffondere questo messaggio.

Image Diplomacy presenta quindi una selezione di materiali fotografici e documenti che testimoniano il ruolo che la cultura e le immagini avevano nelle relazioni internazionali dell’Unione Sovietica; materiali d’archivio ricomposti all’interno di un’installazione che richiama e astrae le forme dei sistemi di allestimento studiate dal VOKS, e che raccontano in particolare le relazioni tra URSS e Italia (che fu il paese con il partito Comunista più radicato in Occidente). A questo si affianca un film dell’artista che documenta la battaglia condotta nel campo della “diplomazia culturale” tra i due blocchi ideologici durante la guerra fredda, mettendo a confronto la storia delle mostre organizzate dall’URSS e il suo network di associazioni di amicizia, con la storia della mostra The Family of Man – organizzata dagli Stati Uniti al MOMA di New York nel 1955 e presentata in 69 paesi del mondo, tra cui Italia nel 1958 e in Russia nel 1959[4]; da un lato il progetto dell’internazionalismo socialista che ambiva a unire i paesi del secondo e terzo mondo, dall’altro il progetto universalista americano.

Un ringraziamento speciale a:
Archivio dell’Associazione Italia Russia di Milano
Cineteca di Bologna
Künstlerhaus Büchsenhausen, Innsbruck
V-A-C Foundation, Mosca
Libera Università di Bolzano, Facoltà di Design e Arte

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

_________________________________

[1] Precedentemente chiamata Associazione Italia URSS
[2] Fondata nell’URSS nel 1925 VOKS, usava la diplomazia culturale come strumento per rompere ciò che Lenin aveva definito “la cospirazione del silenzio” intorno al paese e al suo grande esperimento sociale (Vladislav Shapovalov, conferenza: Image Diplomacy – Archive that were never meant to be kept, 13 ottobre, Garage, Mosca)
[3] Nel 1957 erano state fondate associazioni di amicizia con l’URSS in quarta-sette nazioni dell’Est, Ovest e nei paesi non allineati
[4] La mostra è oggi ricostruita al castello di Clervaux in Lussemburgo, paese di nascita del suo curatore, il fotografo Edward Steichen, e inclusa nella lista della “Memoria del Mondo” dell’Unesco.

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Topography of Terror (19.12.2016), Elisa Caldana and Diego Tonus

Topography of Terror (19.12.2016)
Elisa Caldana e Diego Tonus
08.09 – 18.11.2017

Inaugurazione: 7 Settembre 2017, 18:30

 

A cura di Emanuele Guidi

 

ar/ge kunst apre la nuova stagione con due mostre parallele rispettivamente nei propri spazi e in quelli del Museo Civico di Bolzano in concomitanza con l’inaugurazione del festival Transart.

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, Installation View at ar/ge kunst. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Elisa Caldana and Diego Tonus, Topography of Terror, detail of Mental Maps for Topography of Terror. Photo Guadagnini, 2017 ©argekunst, Bolzano

Giovedì 7 settembre alle 18:30 nella sua sede in via Museo 29, ar/ge kunst presenterà Topography of Terror (19.12.2016) di Elisa Caldana e Diego Tonus, una collaborazione che si sviluppa intorno al film omonimo alla sua premier italiana, insieme a una serie di disegni e mappe mentali prodotte durante making of del lavoro.

Il film Topography of Terror (19.12.2016) è ambientato nell’edificio mai realizzato della Topographie des Terror di Berlino inizialmente pianificato dall’architetto Svizzero Peter Zumthor nel 1993. Il design di Zumthor vinse la competizione per la costruzione del centro di documentazione dove la Gestapo, le SS e la sicurezza del Reich avevano il loro quartier generale durante il regime nazista, ma il suo progetto non fu mai realizzato a causa dei costi elevati e dell’atteggiamento radicale e senza compromessi dell’architetto.

Partendo dai disegni e piani originali di Zumthor, Caldana e Tonus hanno prodotto una simulazione grafica (CGI rendering) dell’edificio della Topografia del Terrore; un’immagine di un futuro contemporaneo mai attuato che offre lo scenario ideale per ospitare una narrazione che s’interroga su come forme del terrore operino oggi e come potrebbero operare in futuro.

Costruito su una serie di vere conversazioni con psicoanalisti e giornalisti della Reuters e della BBC, il film racconta le vicende di un giornalista di un’agenzia di stampa che soffre di disordine da stress traumatico secondario risultato della sovraesposizione a immagini violente nella newsroom. Attraverso la storia fittizia raccontata in voice over dell’attore e attivista Khalid Abdalla, il lavoro esplora i modi in cui l’informazione è costruita nel giornalismo contemporaneo, articolando una riflessione sul ruolo e sui valori dell’immagine come strumento di perpetuazione del terrore e manipolazione della percezione della realtà.

L’ edificio vuoto trova un nuovo significato nell’impossibilità di definire una “topografia del terrore” unica, nella schizofrenica natura del terrorismo contemporaneo che risuona attraverso i non luoghi di Internet e dei media. In questi termini Topography of Terror (19.12.2016) “…è allo stesso tempo un efficace ricostruzione di un edificio seminale che mai è stato, una profonda indagine della nostra danneggiata e danneggiante mediazione del conflitto, e una straordinaria esplorazione della complessa relazione tra etica personale e pubblica” .

Una serie di schizzi e mappe mentali prodotte dagli artisti durante il making of del lavoro sono disegnate su stampe in larga scala dei piani della Topografia del Terrore di Zumthor. Una serie che rivela come l’“architettura” dello script è stata progettata e che allo stesso tempo entra in dialogo concettuale con la storia di ar/ge kunst dove lo stesso Zumthor tenne la sua prima mostra personale in Italia nel 1990.

Topography of Terror (19.12.2016) è supportata dalla Hessische Kulturstiftung, in collaborazione con ACME Studios, London.

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Orario di apertura:
Ma – Ve dalle ore 10 – 13 e dalle 15 alle 19
Sa dalle ore 10 – 13
Entrata libera

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research image, Islands songs

ISLANDS SONGS
Nicolas Perret & Silvia Ploner
08.09 – 27.09.2017

Inaugurazione: 07 Settembre 2017, Ore 20:00

LIVE PERFORMANCE > ore 20.30 + 21.30 + 22.30

 

In collaborazione con Transart Festival

Presso Museo Civico, Bolzano 
Via Cassa di Risparmio 14

 

A cura di Emanuele Guidi

 

 

Every passion borders on the chaotic,
but the collector’s passion borders on the chaos of memories.
Walter Benjamin

ar/ge kunst apre la nuova stagione con due mostre parallele rispettivamente nei propri spazi e in quelli del Museo Civico di Bolzano in concomitanza con l’inaugurazione del Transart Festival.

Giovedì 7 settembre alle 20:00 la mostra del duo ISLANDS SONGS (Nicolas Perret & Silvia Ploner), aprirà al Museo Civico come principio della collaborazione tra ar/ge kunst e Transart che li vedrà sviluppare un nuovo progetto nel 2018.

La mostra si sviluppa intorno a Nýey e All Depends on the Sun, due lavori indipendenti che dialogano attraverso la consapevole ricerca sul suono come forma di racconto e i suoi potenziali effetti sull’immaginazione e la fantasia. Mentre Nýey racconta la storia dell’isola di Surtsey emersa nel 1963 a largo della costa Islandese e centro d’interesse per la pratica scientifica fin dal suo principio per il suo ecosistema vergine, All Depends on the Sun si imbarca in una ricerca sui suoni leggendari delle luci del Nord; un fenomeno sonoro-acustico che accompagna l’aurora boreale, esperito da molti ma ancora non dimostrato e di fronte a cui i parametri di misurazione scientifica sono sospesi.

Durante l’opening del FESTIVAL HUB di Transart, ISLANDS SONGS presentano la performance Stellar Surf; sperimentazione elettroacustica, che ha come punto di partenza suoni VLF registrati durante la ricerca per All Depends on the Sun in Finlandia.

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Orario di apertura
ore 10.00 – 18.00 Lunedì chiuso
Entrata libera

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Natalie Czech - A critic’s bouquet by Övül O. Durmusoglu for Flowers are Documents – Arrangement I, 2017, foto GuadagninI e Sorvillo ©ar/ge kunst.

Flowers are Documents — Arrangement II
(Composition / Support / Circulation / Ritual / Storytelling / Time)
22 giugno — 29 luglio 2017

Inaugurazione 22 Giugno 2017, ore 19

 

 

Con Milena Bonilla e Luisa Ungar; Martina della Valle in collaborazione con Rie Ono; Natalie Czech; Kapwani Kiwanga

Episodi di Haris Epaminonda, Oliver Laric, Paul Thuile, Bruno Munari, Ettore Sottsass Jr

 

 

22 Giugno, ore 19:30
Lecture Performance di Milena Bonilla e Luisa Ungar

 

Exhibition design in collaborazione con Matthias Pötz e Ada Keller

A cura di Emanuele Guidi

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, installation view. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, installation view. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, installation view. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, installation view. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, courtesy Toni Psenner. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, courtesy Toni Psenner. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, courtesy Famiglia Ebner. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, courtesy Famiglia Ebner. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, Courtesy Manfred Leiner. Photo Guadagnini ©argekunst

Paul Thuile, selection of the exhibition Serra III, curated by Paul Thuile at Gärtnerei Schullian Floricultura, Courtesy Manfred Leiner. Photo Guadagnini ©argekunst

Oliver Laric, Vase, Polyurethane, 2015, courtesy of the artist. Photo Guadagnini ©argekunst

Oliver Laric, Vase, Polyurethane, 2015, courtesy of the artist. Photo Guadagnini ©argekunst

Haris Epaminonda, Untitled #21 B/H, collage, 2016. Photo Guadagnini ©argekunst

Haris Epaminonda, Untitled #21 B/H, collage, 2016. Photo Guadagnini ©argekunst

Haris Epaminonda, Untitled #21 B/H, collage, 2016. Photo Guadagnini ©argekunst

Haris Epaminonda, Untitled #21 B/H, collage, 2016. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, Serie fotografica, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, Serie fotografica, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, Photo serie, cut flowers, vase, variable dimensions, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, Photo serie, cut flowers, vase, variable dimensions, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, cut flowers, vase, variable dimensions, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Martina della Valle in collaboration with Rie Ono, One flower one leaf #3, cut flowers, vase, variable dimensions, 2017. Photo Guadagnini ©argekunst

Kapwani Kiwanga, Flowers for Africa, 2014 – in progress Cut flowers. Installation view (22.06.17), photo Guadagnini ©argekunst

Kapwani Kiwanga, Flowers for Africa, 2014 – in progress
Cut flowers. Installation view (22.06.17), photo Guadagnini ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Milena Bonilla and Luisa Ungar, Ladies, Parrots and Narcotics, cut flowers and vase, lecture-performance. photo Guadagnini, ©argekunst

Milena Bonilla and Luisa Ungar, Ladies, Parrots and Narcotics, cut flowers and vase, lecture-performance. photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Installation view on 22.06.2017- photo Guadagnini, ©argekunst

Arrangement II, il secondo allestimento di Flowers are Documents, affiancherà nuove composizioni floreali a quelle di Kapwani Kiwanga (Flowers for Africa) e Natalie Czech (A Critic’s bouquet) inaugurate il 26 Maggio, e naturalmente trasformatesi nel corso del primo mese.

Un nuovo bouquet di Milena Bonilla e Luisa Ungar, sarà assemblato durante una lecture performance, e l’ikebana di Martina della Valle in collaborazione con Rie Ono, verrà composto con la vegetazione spontanea locale raccolta durante un workshop. 
Nuovi episodi di Haris Epaminonda, Oliver Laric e Paul Thuile, rispettivamente un vaso, un collage ed una mostra, si andranno a sommare al libro di Bruno Munari (Un fiore con amore, 1973) e alla fotografia di Ettore Sottsass Jr. (Ho disegnato un vaso per la mia fidanzata, 1977).

I colori dell’allestimento in parte si sposteranno e saranno nuovamente dipinti da Enzo Parduzzi, che nel 1969 li compose per il soffitto di Villa Tabarelli, da un’idea e progetto di Carlo Scarpa. Dal grigio-azzurro delle ore prima dell’alba al rosa del tramonto, le fasce di colore riproducono idealmente il movimento del sole dal mattino alla sera, e continueranno ad illuminare le opere in mostra.

Vedi Flowers Are Document – Arrangements I

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Flowers are Documents
Arrangement I
(Composition / Support / Circulation / Ritual / Storytelling / Time)
27 Maggio – 29 Luglio 2017

ARRANGEMENT I

Inaugurazione: 26 Maggio 2017, ore 19

 

Con: Natalie Czech; Kapwani Kiwanga
Episodi di: Chiara Camoni, Douglas Coupland, David Horvitz, Bruno Munari, Ettore Sottsass Jr.

David Horvitz - you and I may not hurry it with a thousand poems my darling but nobody will stop it With all the Policemen in The World.zip*, (2012 - ?). Poster e internet file, foto Guadagnino e Sorvillo @argekunst.

David Horvitz – you and I may not hurry it with a thousand poems my darling but nobody will stop it With all the Policemen in The World.zip*, (2012 – ?).
Poster e internet file, foto Guadagnino e Sorvillo @argekunst.

Natalie Czech - A critic’s bouquet by Övül O. Durmusoglu for Flowers are Documents – Arrangement I and II, 2017.  Fiori recisi e vinile (veduta del 26.05.17), 2017, foto Guadagnino e Sorvillo @argekunst.

Natalie Czech – A critic’s bouquet by Övül O. Durmusoglu for Flowers are Documents – Arrangement I and II, 2017.
Fiori recisi e vinile (veduta del 26.05.17), 2017, foto Guadagnino e Sorvillo @argekunst.

Natalie Czech - A Critic's Bouquet by Vanessa Desclaux for Marc Camille Chaimowicz, 2015. Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Natalie Czech – A Critic’s Bouquet by Vanessa Desclaux for Marc Camille Chaimowicz, 2015.
Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra - foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra – foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Douglas Coupland With Helios Design Labs, Toronto, Electric Ikebana, video, 2012 Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Douglas Coupland With Helios Design Labs, Toronto, Electric Ikebana, video, 2012
Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Chiara Camoni, Barricata, 2017 Materiali Vari. Vista dell’installazione (26.05.17), foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Chiara Camoni, Barricata, 2017
Materiali Vari.
Vista dell’installazione (26.05.17), foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra - foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra – foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Kapwani Kiwanga, Flowers for Africa, 2014 – in progrss Fiori Recisi. Vista dell’installazione (26.05.17), foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Kapwani Kiwanga, Flowers for Africa, 2014 – in progrss
Fiori Recisi. Vista dell’installazione (26.05.17), foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Bruno Munari, Un Fiore con amore, 1973 Libro, Emme Edizioni Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Bruno Munari, Un Fiore con amore, 1973
Libro, Emme Edizioni
Vista dell’installazione, foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

ARRANGEMENT II
Inaugurazione: 22 Giugno 2017, ore 19

Con: Milena Bonilla e Luisa Ungar; Martina della Valle in collaborazione con Rie Ono
(Natalie Czech; Kapwani Kiwanga)
Episodi di: Haris Epaminonda, Oliver Laric, Paul Thuile, (Bruno Munari, Ettore Sottsass Jr).

Exhibition design in collaborazione con Matthias Pötz e Ada Keller

A cura di Emanuele Guidi

Flowers are Documents – Arrangement I and II raccoglie e mette a confronto posizioni di artiste e artisti il cui interesse nelle composizioni floreali, apre a esplorazioni in campi di ricerca diversi e paralleli.

Partendo da questo tema tradizionale in pittura, ed entrando in dialogo con il paesaggio del Sudtirolo con la sua rigogliosa e radicata industria floricolturistica, la mostra presenta pratiche che si concentrano e confrontano in maniera critica con i concetti di decorazione, ornamento, effimero e marginale.
Bouquet e Ikebana diventano quindi dispositivi che permettono di muoversi al margine di eventi storici e del “presente estremo” per affrontare questioni come la decolonizzazione, la legalità, l’ identità culturale e il placemaking, Allo stesso tempo, mettono in discussione l’idea di documento, offrendo modi trasversali per comprendere sia la natura di “testimonianza” e “reperto” (exhibit), sia l´atto stesso del mettere in mostra.

Come stagioni consecutive, i due capitoli Arrangement I e Arrangement II, si sviluppano intorno alle composizioni floreali di quattro artiste, che si accumulano nello spazio. Quattro nuove commissioni accompagnate e supportate da “episodi” concepiti da artisti, designers e autori che prendono la forma di vasi, libri, video e progetti di mostra.
Cambiando la configurazione dei lavori, gli Arrangements si susseguono e intrecciano l’evento della fioritura con il processo di invecchiamento, così da sottolineare la natura temporanea della “materia” in mostra e offrire ai visitatori un corpo di lavori in costante trasformazione.

AGENDA E PROGRAMMA PUBBLICO

26 Maggio, ore 19: Inaugurazione Flowers are Documents – Arrangement I

13 Giugno: Lancio della newsletter you and I may not hurry it with a thousand poems my darling but nobody will stop it With all the Policemen in The World.zip* (2012-?), progetto di David Horvitz

17 Giugno, ore 11: Tour della mostra Glashaus III – Serra III, presso Gärtnerei Schullian Floricultura – Via Merano 75 A, Bolzano – con l’artista e curatore Paul Thuile

19 / 20 Giugno: workshop Ikebana applicata al territorio di Martina della Valle e Rie Ono (per 12 persone)

22 Giugno, ore 19: Inaugurazione Flowers are Documents – Arrangement II

Un ringraziamento speciale a
Gärtnerei Schullian Floricultura, Bolzano
Enzo Parduzzi, Bolzano
Övül Ö. Durmuşoğlu, Berlin
Archivio Ettore Sottsass, Milano
Corraini Edizioni, Milano
Galerie Jérôme Poggi, Parigi
Galerie Tanja Wagner, Berlino
Libreria delle Donne di Milano
Spazio A, Pistoia
ChertLüdde, Berlino
Rodeo Gallery, Londra
Capitain Petzel, Berlino
Tanya Leighton Gallery, Berlino
Nomas Foundation
The Daniel Faria Gallery, Toronto
Frac PACA
Frac POITOU CHARENTES

Con il gentile sostegno di:
Gärtnerei Schullian Floricultura, Bolzano
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura


Regione Autonoma Trentino Alto Adige
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

Veduta della mostra il 01.06.2017- foto Guadagnino e Sorvillo, @argekunst.

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Alex Martinis Roe, A story from Circolo della rosa, film still (detail) of an image courtesy of the Milan Women's Bookstore, 2014.

To Become Two
Alex Martinis Roe
25.02. – 06.05.2017

Inaugurazione: 24.02.2017, ore 19

 

A cura di Emanuele Guidi

 

“To Become Two” è un racconto che si compone di sei storie diverse e contigue; le storie di alcuni gruppi femministi che tra l’Europa e l’Australia, dagli anni ’70 a oggi, continuano a costruire comunità intorno ad una “pratica delle relazioni”.

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

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Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

Alex Martinis Roe, To Become Two, installation of the exhibition at ar/ge kunst, ©ar/ge kunst, Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2017

La cooperativa della Libreria delle donne di Milano; la corrente di Psychanalyse et Politique, a Parigi; il dipartimento di Women’s Studies dell’Università di Utrecht; un network a Sydney che include la Filmmakers Co-operative, Feminist Film Workers, e il Dipartimento di Filosofia Generale dell’Università di Sydney; e il Duoda – Centro de investigación de Mujeres e la Ca La Dona a Barcellona, sono i collettivi e i luoghi con cui Alex Martinis Roe ha condiviso la propria ricerca negli ultimi quattro anni.

To Become Two è il racconto che l’artista ha intessuto in dialogo con le protagoniste di queste storie, affidandosi alle loro testimonianze orali, frequentando i loro incontri, costruendo una profonda relazione nel tempo, per poi tradurla in cinque dei sei film che compongono la mostra.

“How can one learn from the story of the practice of another? “ (come si può imparare dalla storia della pratica di qualcun’altra?) è una delle domande centrali che percorre tutta la mostra. Come si può tradurre queste storie vissute, in proposte e affermazioni (propositions) per collaborare alla formazione di una nuova pratica politica?

Le esperienze e gli aneddoti degli incontri avvenuti nel corso del tempo, la cura per gli spazi che hanno ospitato tali incontri, la condivisione di teorie e metodologie, l’empatia, le influenze reciproche e le differenze tra i vari gruppi, formano il racconto dei film e rendono chiaro come “it was an unusual way of doing politics,…there were friendship, loves, gossip, tears, flowers…” (era un modo inusuale di fare politica,…c’erano amicizie, amori, pettegolezzi, lacrime, fiori) come affermato in uno dei titoli.

Sono storie che Alex Martinis Roe ha condiviso con nuove interlocutrici, compagne e istituzioni, rendendole materia di studio e di esercizio per un lavoro collettivo, tutt’ora in corso e che è soggetto del sesto film in mostra (Our Future Network).

To Become Two è quindi il tentativo di tracciare una genealogia del pensiero femminista “neo-materialista” e delle teorie della “differenza sessuale” che attraversa e unisce diverse generazioni, con la volontà di immaginarne un futuro.

Exhibition design in collaborazione con Fotini Lazaridou-Hatzigoga.
Serie di posters in collaborazione con Chiara Figone.
To Become Two è stata prodotta con il supporto della curatrice Susan Gibb.

La pubblicazione di To Become Two, pubblicata da Archive Books (Berlino) sarà presentata alla fine di Aprile in concomitanza con il public program.

To Become Two è co-commissionata da ar/ge kunst, Bolzano, Casco – Office for Art, Design and Theory, Utrecht, If I Can’t Dance, I Don’t Want To Be Part Of Your Revolution, Amsterdam e The Showroom, London.

Il Public Program è co-commissionato con il supporto di The Keir Foundation.

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
The Keir Foundation, Australia

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Riccardo Giacconi El diablo en el pozo (dettaglio) in collaborazione con Herlyng Ferla 2016

The Variational Status
Riccardo Giacconi
07.12.2016 –11.02.2017

A cura di Emanuele Guidi e Antoine Marchand

 

Inaugurazione 07.12.2016, ore 19

 

La mostra “The Variational Status” presso ar/ge kunst è la prima presentazione pubblica dell’omonimo progetto di ricerca dell’artista Riccardo Giacconi, che nel 2017 proseguirà con una performance presso Centrale Fies (Luglio 2017), un secondo progetto espositivo presso il FRAC Champagne-Ardenne, Reims (Ottobre 2017) e un libro d’artista pubblicato da Humboldt Books (Febbraio 2017).

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

©ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2016

©ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, Foto Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016


Il progetto indaga il rapporto fra alcune forme narrative (teatro di figura, cantastorie, fogli volanti, pamphlets) e una serie di atti pre-politici di rivolta tra l’Italia ed il Sud America. A partire dall’interesse di Riccardo Giacconi per la tradizione come “atto di trasmissione”, The Variational Status evoca una costellazione narrativa fra animazione, suggestione, rivolta e oralità.

La mostra si sviluppa intorno all’espiritado, un personaggio colombiano per burattini, presumibilmente ispirato all’omicidio di un poliziotto durante una festa di paese. La maschera dell’espiritado è studiata in relazione all’episodio del soldato Augusto Masetti, che nel 1911 a Bologna sparò al suo comandante, in un atto di insubordinazione contro la guerra coloniale italiana in Libia. In entrambi i casi, i personaggi sono accomunati dalla totale amnesia del proprio gesto di rivolta, compiuto in uno stato di trance o sonnambulismo. Se nel caso di Masetti questa circostanza lo trasformò in un simbolo per il movimento anarchico mondiale che si mobilitò in sua difesa, nel caso dell’espiritado essa diventa un tratto comico della marionetta.

Concepita come la decostruzione di uno spettacolo di marionette, l’installazione The Variational Status è composta da una marionetta automatica (costruita in dialogo con la storica Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli), da un fondale in forma di tenda che opera come storyboard, e da una serie di poster dello spettacolo dell’Espiritado, “El Diablo en el pozo” stampati con una macchina da stampa a caratteri mobili del XIX Secolo a Cali, Colombia.
Lavorando su documenti d’archivio, testimonianze orali e script teatrali, Riccardo Giacconi intreccia le vicende reali e fittizie dei due personaggi per interrogarsi su uno statuto del documento che non sia basato su supporti stabili e certificati, ma che possa esistere puramente in forma di variazione.

The Variational Status è co-commissionata da ar/ge kunst (Bolzano), Centrale Fies (Dro, Trento) e FRAC Champagne-Ardenne (Reims), ed è realizzata in collaborazione con lo scultore Franco Citterio e la Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli (Milano), Carteles La Linterna Edigraphos (Cali), Herlyng Ferla, Carolina Valencia, Paola Villani.


Riccardo Giacconi ha studiato arti visive presso l’Università IUAV di Venezia, la UWE di Bristol e la New York University. Il suo lavoro è stato presentato in varie esposizioni, fra cui presso WUK Kunsthalle Exnergasse (Vienna), FRAC Champagne-Ardenne (Francia), tranzitdisplay (Praga), Peep-Hole (Milano), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e nella sezione “Résonance” de La Biennale de Lyon. Ha svolto diverse residenze per artisti, fra cui: Centre international d’art et du paysage (Vassivière, Francia), Lugar a Dudas (Cali, Colombia), La Box (Bourges, Francia), MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma. Ha presentato i suoi film in diversi festival, fra cui il New York Film Festival, l’International Film Festival Rotterdam, il Festival Internazionale del Film di Roma, il Torino Film Festival, il FID Marseille International Film Festival, dove ha vinto il Grand Prix della competizione internazionale nel 2015 e Filmmaker Festival di Milano (Primo Premio “Prospettive” 2015). Ha vinto il premio ArteVisione 2016, curato da Careof e Sky Arte. Nel 2007 ha co-fondato il collettivo Blauer Hase con cui cura la pubblicazione periodica Paesaggio e il festival Helicotrema.


Un ringraziamento speciale a:
Museo Civico di Bolzano

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

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Italo Zuffi

postura, posa, differita
Italo Zuffi
24.09 – 26.11.2016

Inaugurazione 23 settembre, ore 19

 

Performance ore 19 – 21

 

A cura di Emanuele Guidi

 

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

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@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

La mostra postura, posa, differita di Italo Zuffi presso ar/ge kunst di Bolzano è l’episodio conclusivo di un ciclo dedicato all’artista iniziato nel 2015 alla Nomas Foundation di Roma e proseguito al MAN di Nuoro. Una collaborazione tra le istituzioni volto a offrire continuità alla ricerca dell’artista con tre progetti espositivi complementari e indipendenti che hanno permesso di approfondire opere e momenti significativi del suo percorso.

postura, posa, differita si sviluppa intorno ad un nucleo di opere che articolano la complessità dell’indagine che Italo Zuffi conduce nel campo della performance sin dall’inizio della sua carriera, con particolare attenzione alla sua relazione con la scultura. Anche se i lavori in mostra non si attualizzano in un’effettiva esecuzione dal vivo, la presenza del corpo si afferma in forma di memoria, potenziale e archivio.

Sta meglio la ragazza caduta nel vuoto (2001 – 2016) si compone di una serie di lamiere su cui è intagliato il titolo stesso dell’opera, trovato su un giornale dall’artista anni fa. Ogni lamiera si accompagna a ritagli da quotidiani, ciascuno dei quali racconta un analogo episodio di cronaca in cui un corpo femminile precedentemente caduto si trova in processo di guarigione.
Similmente, ne I rigidi (2006 – 2016) Italo Zuffi parte da un episodio originario, questa volta una sua performance (The reminder, 1997), per dare inizio ad un processo di raccolta di immagini d’archivio che raffigurano corpi in posizione di irrigidimento. Si tratta di una selezione in cui performance di altri artisti e scene “quotidiane” da riviste e giornali sono state scelte per la natura oggettuale e scultorea del corpo raffigurato.
Un gruppo di nuove ceramiche (2006 – 2016) partono invece da una serie di sondaggi pubblici, anch’essi apparsi su giornali e riviste, su temi quali immigrazione, eutanasia, fuga dei cervelli, Europa ed economia per confrontarsi con tentativi di rappresentazione di una collettività (i cittadini italiani in questo caso). Le ceramiche omettono tuttavia i singoli dati percentuali dei sondaggi, riprendendo esclusivamente la visualizzazione statistica nel suo insieme per astrarre ulteriormente quella che vuole essere considerata la forma di una “voce pubblica”.

Le nuove produzioni in mostra sono quindi accomunate sia dal ricorso ad una temporalità dilatata come strumento di lavoro, che dalla metodologia di raccolta delle fonti su cui i lavori si appoggiano concettualmente. Le opere sono infatti il risultato di una gestazione a volte durata anni dal momento in cui sono state effettivamente ideate o inizialmente prodotte in forma di prototipo. Una scelta di ritardare il momento ‘esecutivo’ che ha consentito l’accumulo di materiale di ricerca e dalla stampa, su cui formare una visione più articolata e consapevole del progetto originale.

I lavori in mostra raccontano quindi una modalità personale di lettura del flusso continuo di notizie e informazioni che procede per identificazione ed empatia. Sono opere sul tempo e sul bisogno del prendersi tempo per trovare una forma di scrittura personale e autobiografica.

La sera dell’inaugurazione l’artista presenterà una nuova performance tra le ore 19 e 21.

Italo Zuffi (Imola, 1969, vive a Milano) ricorre a scultura, performance e scrittura per creare “non un disegno totale, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi, 2003). Studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna e al Central Saint Martins College of Art & Design di Londra. Nel 2001 gli è stata assegnata la ‘Wheatley Bequest Fellowship in Fine Art’ all’Institute of Art & Design di Birmingham (UK). Mostre personali (recenti): Potersi dire, MAN, Nuoro (2015); Quello che eri, e quello che sei, Nomas Foundation, Roma (2015); Gli ignari, appartamento privato, Milano (2013); La penultima assenza del corpo, Fondazione Pietro Rossini, Briosco (2012); Zuffi, Italo, Pinksummer, Genova (2010). Mostre collettive (recenti): Fuori Uso, Ex Tribunale, Pescara (2016); Riviera, Istituto Svizzero di Milano (2016); ALT, Caserma De Sonnaz, Torino (2015); Esercizi di Rivoluzione, MAXXI, Roma (2014); Le leggi dell’ospitalità, Galleria P420, Bologna (2014); Per4m, Artissima, Torino (2014); I baffi del bambino, Lucie Fontaine, Milano (2014); To continue. Notes towards a Sculpture Cycle | Scala, Nomas Foundation, Roma (2014); La Pelle – Symphony of Destruction, MAXXX Project Space, Sierre (2014); Le statue calde, Museo Marino Marini, Firenze (2014).

Un ringraziamento speciale a:
THUN e THUN Ceramic Residency

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

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credits ivo corrà

VFI – Virgolo Future Institute
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition)

CAN ALTAY
14 Maggio – 30 Luglio 2016

Inaugurazione 13 Maggio 2016, ore 19

 

Un progetto di ar/ge kunst e Lungomare

 

VFI – Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) è il titolo della fase conclusiva della residenza di un anno e mezzo dell’artista Can Altay a Bolzano, un progetto di collaborazione tra ar/ge kunst e Lungomare (Ottobre 2014 – Luglio 2016).

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Sin dall’inizio della residenza, Altay si è concentrato sulla complessa relazione che esiste tra Bolzano e il Virgolo, una montagna che domina la città ed è attualmente al centro di un acceso dibattito intorno ai suoi potenziali utilizzi e sviluppi.

In quest’occasione, Can Altay interviene negli gli spazi di ar/ge kunst con una mostra di tre mesi che porta avanti la ricerca sviluppatasi fino ad oggi attraverso una serie d’interventi pubblici di durate differenti. Si tratta di interventi intesi come osservazioni e contributi al dibattito stesso che includono: una mostra di due settimane e una tavola rotonda aperta al pubblico negli spazi di Lungomare (Such Territorial Claims), una campagna di affissione di manifesti della durata di un mese nello spazio pubblico della città (Trasform Spatial Imagination into), due ore di raduno sul Virgolo e un intervento itinerante in spazi pubblici e privati tra Dicembre 2015 e Maggio 2016 (Obscure). Insieme queste iniziative hanno prodotto una serie di domande intorno all’aspettativa sull’uso del territorio (territorial claim), all’idea di immaginazione urbana e di esperienza dei confini; nozioni che oggi riemergono con forza a Bolzano così come in molte altre città.

Per la mostra Altay produce un setting articolato in due momenti principali che agiscono al contempo come display, scultura e strumento editoriale. Il primo, che richiama le forme di un tunnel e di un tetto, costituisce il corpo centrale del VFI. Con un chiaro riferimento a un aneddoto poco noto, su abitanti che vissero nel tunnel del Virgolo ancora incompleto durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’installazione raccoglie “frammenti” di varia natura, collezionati durante la residenza, così da andare a comporre una linea principale di inchiesta intorno al significato che l’“abitare un infrastruttura può suggerire;” (“a chi è consentito appropriarsi dello spazio pubblico, chi è costretto ad abitare lo spazio delle infrastrutture?” si legge, per esempio, in uno dei manifesti della campagna di affissione) una narrazione centrale da cui si sviluppano diverse linee di ricerca. Il secondo momento si sviluppa intorno ad Ahali: a journal for setting a setting, giornale che Altay pubblica dal 2007. Ahali è una raccolta crescente di opere, statements e voci da diverse pratiche artistiche, che nella mostra vengono usate come strumento per ampliare i numerosi temi che emergono dal Virgolo e porli in un più ampio contesto di riferimenti culturali e casi internazionali. Nuove tematiche, come “Inhabiting Infrastructures”, “Landscape of Desire”, “Alliance of the Radically Different”, “Tremors from Here and Elsewhere” e “Instituting Uncertain Publics” saranno introdotte, nel corso della mostra, attraverso Ahali, così da produrre un legame tra le strette relazioni del progetto con il contesto locale e il respiro ampio della pubblicazione stessa.

La mostra di Can Altay opera quindi come strumento e come “finzione”. Dando vita a un istituto immaginario (VFI) sulla base di usi non ufficiali, celati, e non pianificati, l’artista compone un archeologia del desiderio capace di suggerire modalità di osservazione e affrontare il futuro della montagna e, conseguentemente, della città prese come esempio tra molti possibili per occuparsi, come dice Altay stesso di “politiche neo-liberali” e delle loro “contro-egemonie”.

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Occupy, Resist, Produce, video stills, Oliver Ressler and Dario Azzelini, 2014-2015

Everything Under Control
Oliver Ressler
26.02. - 30.04.2016

Inaugurazione e Artist Talk
25.02.2016, ore 19
Oliver Ressler con Marco Scotini (curatore e direttore NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano)
Per il video clicca qui

 

Display in collaborazione con Akrat, cooperativa sociale Bolzano.

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

ar/ge kunst è felice di presentare Everything Under Control, la prima mostra personale dell’artista austriaco Oliver Ressler in un’istituzione Italiana.

Concentrandosi principalmente sulla pratica di Ressler come film-maker, la mostra raccoglie nuove e recenti produzioni dai diversi campi di ricerca esplorati dall’artista nel corso della sua carriera. Il display e l’installazione, concepiti come un unico percorso attraverso gli spazi, sottolineano come queste aree siano profondamente connesse e parte di un continuo coinvolgimento di Ressler con una più ampia idea di giustizia sociale.

L’opacità del linguaggio, attraverso cui il capitalismo opera e comunica, è centrale nella mostra; un linguaggio che tende a celare come le crisi economiche, ambientali ed umanitarie nell’emisfero sud siano in realtà lati co-dipendenti di una narrazione che rappresenta la ricchezza dell’emisfero nord come sostenibile e senza vittime.

Un grande fotomontaggio che rappresenta navi per il trasporto di container mentre affondano, oscura la vetrina di ar/ge kunst. Rivolgendosi alla strada, l’immagine introduce alla più ampia discussione sull’economica che si svolge all’interno.
Una lettura del fotomontaggio in relazione al titolo della mostra, Everything Under Control (Tutto sotto controllo) potrebbe suggerire un’interpretazione ironica dell’intenzione dell’artista: un sistema economico che si fonda su un commercio globale, ma produce catastrofi ecologiche e sociali quotidianamente, dovrebbe essere piuttosto descritto come “fuori controllo”. Ma è nell’opera centrale della mostra – un’installazione video a tre canali intitolata Occupy, Resist, Produce (2014-2015) – che il termine “controllo” assume il significato di “controllo dei lavoratori”. Quest’ultimo lavoro, in progress, per cui Ressler collabora con Dario Azzellini, documenta fabbriche a Milano, Roma e Thessaloníki che, abbandonate dai proprietari legali, sono state occupate dai lavoratori tra il 2011 ed il 2013.
Ogni film consiste in una discussione con gli occupanti e registra le loro assemblee. Le voci dei protagonisti chiariscono la complessità dei processi decisionali collettivi necessari a convertire queste fabbriche da luoghi di produzione di beni di consumo in luoghi di “produzione” di nuovi modelli sociali ed economici. Un processo che implica la ricerca di un linguaggio che possa essere condiviso con i vicini, con le comunità locali e di migranti che portano avanti lotte parallele alle loro.

The Visible and The Invisible (2014) e The Right of Passage ( con Zanny Begg, 2013) sono due film che propongono approcci differenti nel trattare il movimento attraverso i confini, il diritto all’accesso (e la sua negazione) ed il saccheggio. Il primo guarda al ruolo della Svizzera come quartier generale globale per corporazioni transnazionali quasi “invisibili” che commerciano materie prime, estratte principalmente in paesi dell’emisfero sud. The Right of Passage si concentra da un lato sulle lotte per il diritto alla cittadinanza mentre dall’altro mette in dubbio la natura esclusiva, inerente al concetto di cittadinanza stesso. Interviste con Sandro Mezzadra, Antonio Negri e Ariella Azoulay formano il punto di partenza per una discussione con un gruppo di persone “senza documenti” che vivono a Barcellona.

Il display della mostra è stato realizzato dalla cooperativa Akrat in dialogo con ar/ge kunst e l’artista.

Everything Under Control è parte di un ciclo di mostre personali di Oliver Ressler in quattro istituzioni europee: Lentos Kunstmuseum (Linz), n.b.k. – Neue Berliner Kunstverein (Berlino), CAAC – Centro Andaluz de Arte Contemporáneo (Siviglia)

Pubblicazione:
Oliver Ressler, Cartographies of Protest, Verlag für Moderne Kunst, 2014.
Testi di TJ Demos, Katarzyna Kosmala, Suzana Milevska e Marco Scotini. Edito da Juan Antonio Álvarez Reyes, Marius Babias, Emanuele Guidi, Stella Rollig. Tedesco ed Inglese, 160 pp.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Cultura
Forum Austriaco di Cultura, Milano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Segheria Tatz Luis, Appiano

In collaborazione con:
AKRAT, Cooperativa Sociale Bolzano
Bolzano Film Festival Bozen

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Many Maids Make Much Noise
Olivia Plender
5 Dicembre 2015 – 13 Febbraio 2016

Inaugurazione
Con Philipp Achammer
(Assessore alla Cultura Provincia)

4 dicembre, ore 19

 

Many men make money
Merry maidens dance in May
Mining means moving mounds
Militant miners means more money
Many maids make much noise

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Con la prima personale italiana dell’artista inglese Olivia Plender (1977), si conclude il programma del 2015 dedicato alla riflessione sui trent’anni di attività di ar/ge kunst come Kunstverein di Bolzano e sul significato suggerito dal proprio nome (ar/ge kunst come Arbeitsgemeinschaft o gruppo di lavoro).

Plender usa la voce come materia e strumento per indagare come forme di autorità e rapporti di potere possano essere instaurati. In particolare si interroga sul senso dell’atto stesso del parlare in pubblico, su chi si sente legittimato a farlo e chi no, e sugli effetti che questo comporta nella costruzione e nel racconto della Storia.

In Many Maids Make Much Noise, Plender porta avanti la sua ricerca più recente intorno alle vicende del Women’ Social and Political Union (WSPU) – ala militante del movimento delle Suffragette che all’inizio del ventesimo secolo lottarono per il diritto di voto alle donne – per far emergere aspetti considerati minori dalla storiografia ufficiale ma centrali nella genealogia delle lotte per i diritti civili.

In particolare, la mostra ad ar/ge kunst si struttura intorno al magazine Urania, fondato nel 1915 da un gruppo di suffragette e attivo fino al 1940. Urania fu la prima rivista inglese a produrre una discussione culturale e politica sui temi di genere e su istanze di individui e comunità lesbiche e gay. Il nome Urania si riferisce ad una specifica idea di Utopia, come posto in cui le categorie di “maschio” e “femmina” non esistono. All’inizio del ventesimo secolo, quelle persone che non si conformavano ordinatamente alle norme sociali e sessuali, costruite intorno alle idee di comportamento “maschile” e “femminile”, spesso si definivano “Uraniani”. Il giornale Urania era quindi una sorta di catalogo di episodi incentrati su problematiche di genere e lotta femminista. Una raccolta di ritagli di articoli da giornali da tutto il mondo, pubblicati in quasi totale assenza di commento editoriale e analitico e distribuita privatamente ad un ampio network di amici e sostenitori. I commenti erano spesso non firmati o pubblicati sotto uno pseudonimo collettivo utilizzato da più autori. Tutto questo rese Urania un’istituzione che si costituiva attraverso la voce di una soggettività collettiva.

In una serie di poster, stendardi e un’opera sonora che trasmette la propria voce, Olivia Plender riedita frammenti, articoli, statements e l’indice di Urania (Star Dust Index) per costruire uno spazio testuale che invita i visitatori ad una lettura “pubblica”.

Il titolo della mostra è un estratto da una serie di esercizi vocali che l’artista ha praticato giornalmente per un anno per rieducare la propria voce dopo averla persa nel 2013 a causa di una malattia. Esercizi che è tornata a ripetere per realizzare il lavoro sonoro con l’aiuto di un trainer. Durante la riabilitazione, Plender iniziò a speculare sull’identità dell’autore anonimo di queste parole e frasi: forse un’assistente sociale impiegato dall’ospedale in cui Plender era in cura, i cui messaggi venivano così distribuiti clandestinamente attraverso i corpi di coloro che tentavano di ritrovare la propria voce. Nascosti tra i suoni assurdi e “senza senso”, ci sono esercizi che sembrano fare riferimento alla storia recente, come lo sciopero dei minatori inglesi negli anni ’80, e che sono dedicati alla militanza e all’atto del parlare stesso: al significato del “far rumore” collettivamente per essere ascoltati in pubblico.

Olivia Plender riflette sulla relazione tra ideologia e istituzioni, e sui modi in cui queste influenzino il corpo come luogo in cui il personale ed il politico coesistono. In questa mostra polifonica, attraverso cui molte voci possono essere ascoltate, rimane fedele alla dimensione educativa, formativa ed emancipatoria delle azioni di tutte coloro che si riunivano per “fare molto rumore”.

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grillentöter cicrcle

You play this game, which is said to hail from China.
And I tell you that what Paris needs right now is to welcome that which comes from far away.
(Der Grillentöter / L’Ammazzagrilli)
11 Settembre – 21 Novembre 2015

INGRID HORA

 

Coreografie di Claudio Tomasi

 

INAUGURAZIONE
11 Settembre, ore 19

 

Performance alle ore 19 puntuali.

 

A cura di Emanuele Guidi

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Con il progetto di mostra dell’artista Ingrid Hora, ar/ge kunst prosegue la riflessione intorno ai suoi trent’anni di attività come Kunstverein di Bolzano e al significato del proprio nome (ar/ge kunst come Arbeitsgemeinschaft, comunità di lavoro).
You play this game, which is said to hail from China. And I tell you that what Paris needs right now is to welcome that which comes from far away. (Der Grillentöter / L’Ammazzagrilli) è la prima fase della ricerca che l’artista porta avanti con il nome di freizeyt e che prende in oggetto il “tempo libero” come concetto chiave attraverso cui osservare ed indagare forme di collaborazione e organizzazione che operano, e regolano, la società.

Sullo sfondo della progressiva scomparsa del confine tra il tempo libero ed il tempo del lavoro, operata nel semio-capitalismo, in questa mostra Ingrid Hora rintraccia una serie di riferimenti storici che rendono esplicito come il processo di gestione del tempo libero in termini “produttivi” sia una preoccupazione che emerge con la modernità. Hora osserva quelle istituzioni e forme associative che iniziano a diffondersi in Europa all’inizio del 19° secolo (e principalmente nel mondo Mitteleuropeo) e che gli stati moderni facilitavano per permettere alle persone di riunirsi al di fuori dell’orario di lavoro. Il Verein (quindi il Kunstverein), lo Schrebergarten, il Turnplatz entrano nella sfera d’interesse dell’artista per la loro capacità di sovrapporre la dimensione culturale e ludica con quella educativa, civica e politica.

Allo stesso tempo, Ingrid Hora s’interessa a un altro fenomeno minore che prende piede negli stessi anni in Europa: la diffusione del Tangram, una sorta di puzzle /passatempo importato dalla Cina che, a partire da sette elementi riuniti in una geometria base a forma quadrata, consiste nell’andare a comporre migliaia di altre possibili forme astratte o figurative. Il titolo della mostra cita una vignetta che appariva su una delle confezioni del gioco dell’epoca e che comunicava la necessità di accogliere prospettive diverse su come “passare il tempo”. Come una risposta a tale appello, Ingrid Hora fa convergere questi elementi, apparentemente distanti, e costruisce una propria grammatica in favore di una migrazione delle forme e delle prospettive.

Lo spazio ed il tempo della mostra sono articolati quindi attraverso sette sculture, traduzione di attrezzi ginnici e del Tangram stesso, che producono una sorta di palestra potenzialmente performabile e funzionale, dove sono presentati anche due video ed una performance realizzati in collaborazione con la coreografa Claudia Tomasi ed il coro maschile di Fiè allo Sciliar, un’associazione del Sudtirolo.
Se questo ambiente sembra favorire l’allenamento all’esercizio collettivo, simultaneamente implica quella logica “competitiva” che appartiene, parafrasando il sociologo tedesco Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione, principalmente allo sport e all’economia.

Dopo ar/ge kunst la mostra sarà presentata presso il DAZ – Deutsches Architektur Zentrum di Berlino (01.12.2015 – 14.02.2016).

Il progetto di ricerca Freizeyt è una collaborazione tra ar/ge kunst e DAZ.

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Regione Autonoma del Trentino Alto Adige,

Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Barth – building interior architecture

Un ringraziamento speciale:

Coro maschile di Fiè allo Sciliar
Ivo Barth

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Bassin ouvert
Clémence Seilles
16 Maggio – 1 Agosto 2015

Inaugurazione
15 Maggio 2015, ore 19

 

a cura di Emanuele Guidi

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Clemence Seilles - argekunst web 05

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

ar/ge kunst è lieta di annunciare la prima mostra italiana dell’artista e designer francese Clemence Seilles (1984, vive e lavora tra Parigi ed Amsterdam).
Con questo progetto continua la presentazione di artisti che sono stati invitati ad operare nel corso del trentesimo anniversario di ar/ge kunst per riflettere sul modello istituzionale ed associativo di Kunstverein e sulla dimensione collettiva suggerita dal nome “ar/ge”.

A partire dalla propria formazione e pratica nel campo del design, Clemence Seilles porta avanti una ricerca sui dispositivi, i materiali e i “meccanismi espositivi” che costituiscono l’apparato-mostra come spazio di presentazione, comunicazione e legittimazione. Dopo essersi confrontata con la dimensione scultorea di piedistalli e sedute come elementi di supporto che compongono il display, l’artista si concentra nella costruzione di scenari che facilitano situazioni collettive performative e produttive riflettendo sul rituale dell’incontro e dell’evento – dalla progettazione di salons con mobili e accessori, fino allo studio di registrazione per musicisti indipendenti completi di strumenti riprogettati da Seilles stessa.

Con Bassin ouvert, Clemence Seilles realizza negli spazi di ar/ge kunst un intervento che espande le premesse di questa ricerca. Il bassin è, infatti, una vasca d’acqua artificiale presente nelle corti e giardini pubblici e privati in uso principalmente nei paesi mediterranei. Un elemento architettonico questa volta “aperto” nelle funzioni, come indica il titolo, – puro ornamento, fonte e risorsa d’acqua, luogo per la cura e il benessere del corpo – ma che attraverso la presenza dell’acqua ha la finalità ultima di produrre un ambiente aggregante, ibrido e (ri)generativo.
L’“oggetto” propone quindi una funzione, e un funzionamento, differente dell’istituzione. Muovendosi tra la dimensione della scenografia e quella del supporto “fluido”, il bassin accoglie e si adatta nel corso della mostra a varie forme di incontro: da artisti e musicisti a studenti, coreografi, che di volta in volta ne riscrivono le possibilità d’uso.

Bassin ouvert vede il contributo degli artisti Deborah Bowman, Laure Jaffuel, Theo Demans.

Per l’inaugurazione gli artisti Estrid Lutz, Emile Mold and Theo Demans sono stati invitati da Clémence Seilles a realizzare la performance An Extra Collision (15 Maggio, ore 20).

SAVE THE DATE

Nel contesto della mostra, Il 2, 3 e 4 di Luglio, la coreografa e artista Valentina Desideri, svilupperà il progetto Studio Practice: On the Act of Reading, in collaborazione con la filosofa Denise Ferreira da Silva e le coreografe Jennifer Lacey, Cristina Rizzo e Mara Cassiani.


Il progetto Bassin ouvert si inserisce nell’ambito di PIANO, piattaforma preparata per l’arte contemporanea, Francia-Italia 2014-2016, concepita da d.c.a / association française de développement des centres d’art, in partnership con l’Institut français d’Italie, l’Ambasciata di Francia in Italia e l’Institut français, con il sostegno del Ministère des Affaires étrangères et du Développement international, del Ministère de la Culture et de la Communication e della Fondazione Nuovi Mecenati.

Studio Practice: On the Act of Reading è realizzato in co-produzione con il Festival Bolzano Danza | Tanz Bozen.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Nuovi Menenati, nouveaux mécènes – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea.
Bolzano Danza | Tanz Bozen

Un ringraziamento speciale a: Triangle, Marseilles

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Schermata 05-2457155 alle 12.57.03

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Aldo Giannotti, Spatial Dispositions, 2014

Disposizioni Spaziali
Aldo Giannotti
07 Febbraio - 30 Aprile 2015

Inaugurazione: 7 Febbraio, 0re 19

 

“disposition: 1) a person’s inherent qualities of mind and character; an inclination or tendency to  behave in a particular way; 2) the way in which something is placed or arranged; […].”

A Space Containing Itself,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

A Space Containing Itself, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


A Space Containing Itself,  from the Spatial Dispositions Series, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

A Space Containing Itself, from the Spatial Dispositions Series, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Spatial Dispositions, Aldo Giannotti, Installation View, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Aldo Giannotti, Installation View, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Tracing Categories,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Tracing Categories, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo Aldo Giannotti

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo Aldo Giannotti

Arbeitsgemeinschaft - The Changing Space,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Arbeitsgemeinschaft – The Changing Space, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Promotion Loop,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Promotion Loop, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015

Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015

The History of Management,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

The History of Management, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

The Budget,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

The Budget, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Nel 2015 ar/ge kunst celebra i 30 anni dalla sua fondazione (1985). In occasione di quest’anniversario l’intera programmazione sarà rivolta a riflettere criticamente sulla sua storia e sul modello istituzionale di Kunstverein che la caratterizza sin dal principio.
Attraverso la pratica degli artisti invitati, la mostra come modalità di ricerca, produzione, collaborazione e restituzione, rimarrà al centro dell’indagine di ar/ge kunst; uno spazio ed un tempo pensato per ospitare, in stretta relazione di reciprocità ed influenza, un programma pubblico composto da formati discorsivi, laboratoriali e performativi.

Il primo progetto di mostra del 2015 Spatial Dispositions dell’artista italiano Aldo Giannotti (1977, vive e lavora a Vienna), opera come introduzione all’intero anniversario e presenta un’indagine progressiva su ar/ge kunst stessa.
A partire dall’osservazione dello spazio planimetrico e architettonico, l’artista estende la ricerca verso quell’ampio campo di relazioni che definiscono il luogo-istituzione e costantemente lo modellano. La storia, i flussi delle economie, la mission e le ambizioni di ar/ge kunst, le responsabilità verso i soci-membri ed il pubblico, i rapporti con il contesto culturale e politico in cui essa opera, sono tradotte in progetti installativi e performativi potenzialmente attivabili.

Presentata come serie “programmatica” d’idee in forma di disegno, l’intervento di Giannotti produce quindi una cartografia che cresce nel tempo attraverso le ricerche ed il dialogo con chi partecipa, e ha partecipato, alla costruzione di ar/ge kunst stessa, che sia esso il team, gli artisti, i membri del Kunstverein o il pubblico.
Il disegno, che l’artista utilizza da sempre come strumento progettuale nel suo lavoro, diventa, in quest’occasione, il medium che permette di liberare una pratica immaginativa ed anticipatrice che accumula nello stesso spazio un indeterminato numero di possibili interventi e “mostre”. Idee che operano come commento, critica e contributo su cui la rappresentazione dello spazio è costantemente riconfigurata.
Spatial Dispositions offre quindi una metodologia che studia l’istituzione come sistema leggibile e trasformabile attraverso il rapporto tra “disposizione”, come qualità o tendenza di soggetto verso un determinato comportamento, e “disposizione”, come possibilità di organizzazione, distribuzione e allestimento di uno luogo.

In questo senso, quelle che potrebbero essere definite le “affordances” (proprietà inerenti alla forma e design di un ambiente che comunicano le possibilità d’uso di esso) dell’istituzione, sono portate da Giannotti oltre la loro immediata percezione. ar/ge kunst diventa quindi un oggetto/soggetto che ambisce a “performare” una molteplicità di ruoli e funzioni che rispondano ai contesti con cui entra, o potrebbe entrare, in relazione.

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Oliver Laric, “Untitled”, video 4k, 2014

OLIVER LARIC
28 Novembre 2014 - 24 Gennaio 2015

Inaugurazione
28 Novembre 2014 ore 19

 

Con un contributo scritto di Rosi Braidotti

 

Alterità in metamorfosi e soggettività nomadi

 

A cura di Emanuele Guidi

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

ar/ge kunst Galerie Museum è lieta di annunciare l’apertura della prima mostra personale istituzionale in Italia dell’artista Oliver Laric (Innsbruck, 1981).

La ricerca dell’artista si muove da sempre nel campo esteso della cultura visiva e della sua complessa relazione con Internet; una ricerca che Laric porta avanti indagando principalmente gli effetti della distribuzione sul campo della produzione.
Operando principalmente attraverso i linguaggi del video e della scultura, la sua pratica pone questioni su come le immagini siano prese, interpretate, tradotte e rimesse in circolazione in molte possibili “versioni” e iterazioni.
L’interesse per immagini iconiche, di cui Laric si appropria indistintamente dalla cultura contemporanea o da passati mitologici, deriva dalla sua attenzione per il modo in cui il loro valore (e potere) è creato e oscilla; un valore che non è più determinato dalla loro unicità o veridicità ma dalle dinamiche collettive, spesso anonime, che, attraverso la circolazione, le trasformano in icone stesse.

Per la sua mostra ad ar/ge kunst la ricerca di Oliver Laric si sviluppa in due direzioni complementari che guardano all’antropomorfismo, shape shifiting (mutaforma) e processi di ibridazione, come possibilità per esplorare la relazione di reciprocità e continuità tra la figura umana e “altri” agenti, siano essi animali o cose. Un soggetto che attraversa religione, scienza, folklore, cultura e sotto-culture popolari.

Una nuova versione di Hunter and his Dog (2014) è presentata come sequenza di bassorilievi; tre copie della stessa scultura di John Gibson (1838), che Laric ha precedentemente scannerizzato in 3D e successivamente stampato a mano. La scelta di questo soggetto, una scena quotidiana in cui Gibson ha ritratto un giovane che trattiene il proprio cane al guinzaglio, è significativa esattamente per la tipologia di rappresentazione in cui la figura umana è posta in relazione dualistica con l’animale. Partendo dalla dettagliata scultura neoclassica in marmo di John Gibson, la tecnica ed il materiale scelti da Laric trasformano la relazione che esiste tra le due figure: il controllo dell’uomo sull’animale muta in una sorta di continuità tra i due corpi e le due soggettività.

Nel suo nuovo video l’artista si interroga ulteriormente su questo sistema dualistico (umano-animale, umano-oggetto, uomo-donna,…), esplorando la nozione di metamorfosi attraverso una selezione di scene da illustrazioni e animazioni dal diciannovesimo secolo ad oggi. Come per la scultura, l’artista ha scelto di non lavorare direttamente con il materiale originale, ma ha invece commissionato a tre illustratori di ri-disegnare frammenti e immagini che provengono da film di animazione americani, russi, giapponesi e altri paesi con questo tipo di tradizione. L’atto del ridisegnare permette di isolare il processo di shape-shifting e metamorfosi dal contesto originario così da visualizzare lo stato intermedio della trasformazione di un personaggio da una forma riconoscibile ad un’altra, uno stato che esiste a metà tra stati classificabili. Oliver Laric perpetua attivamente questo continuo stato “in divenire” come condizione desiderabile che produce un’intera gamma di soggetti ibridi che si muovono liberamente attraverso categorie di genere e identità.

In coproduzione con
New Museum Triennial, New York
Tanya Leighton, Berlin

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
IFA – Institut für Auslandsbeziehungen e.V
Land Tirol – Abteilung Kultur
Bundesministerium für Bildung und Frauen, Vienna
Forum Austriaco di Cultura a Milano

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Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science), Installation design di Harry Thaler, produced by Tischlerei & Möbelhaus Kofler, photo aneres, 2014

Die unbequeme Wissenschaft
(La scienza scomoda)

Gareth Kennedy
20 Settembre - 15 Novembre 2014

Inaugurazione 19 Settembre 2014

 

“Stuben-Forum”: 20.09.2014, ore 15 – 18

 

Design dell’installazione di Harry Thaler

Produzione di Josef Rainer e Verena Rastner

 

A cura di Emanuele Guidi

 

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Masken, © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Masken, © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view   © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view
© ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view (Film from the Austrian Mediatech)  © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view (Film from the Austrian Mediatech)
© ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view
© ar/ge kunst, ANERES 2014

Die unbequeme Wissenschaft (La scienza scomoda) è il risultato della ricerca condotta dall’artista irlandese Gareth Kennedy, come parte del primo progetto di ricerca annuale ad ar/ge kunst. Invitato per l’interesse verso le espressioni della cultura popolare che caratterizza la sua opera, Kennedy ha svolto uno studio sulla sofferta storia del folclore e sull’antropologia visiva del Sud Tirolo.

In quanto regione di lingua tedesca annessa all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, il Sud Tirolo presenta una storia turbolenta dovuta all’impiego delle discipline scientifiche compromesse dall’ideologia; geografi italiani ed etnografi austriaci hanno infatti creato i loro miti sulle “vere origini” di questa popolazione e questi luoghi.

Sviluppata nel corso di cinque residenze, tra il 2013 e il 2014, la ricerca di Kennedy lo ha portato sulle tracce della SS Ahnenerbe Kulturkommission (1), attiva nel Sud Tirolo dal 1939 al 1942. Nelle parole di Wolfram Sievers, capo dell’Ahnenerbe, funzione primaria dell’istituzione era: “raccogliere e conservare tutto il materiale e il patrimonio intellettuale… della popolazione di etnia tedesca” . La missione fu condotta in contemporanea con la sistematica divisione della popolazione tra l’Italia fascista e il Terzo Reich. L’opzione (Option), accordo siglato nel 1939 tra le potenze dell’Asse, prevedeva infatti il trasferimento della popolazione di lingua tedesca (2). In rottura con l’ideologia nazional-socialista, alla popolazione di cultura ed etnia tedesca fu offerta la possibilità di scegliere tra blut oder boden (sangue o terra), ovvero la scelta tra emigrare nel Reich e conservare la cultura e l’identità germanica o essere italianizzata una volta per tutte.

Con quella che si può definire la più approfondita indagine su lingua e folclore eseguita sul campo mai realizzata, la Kulturkommission documentò in modo esaustivo gli usi e costumi musicali, linguistici e folcloristici del popolo alpino. Si trattò di un’“operazione etnografica di salvataggio” eseguita a partire da un diktat politico, che consentiva di preservare la cultura della popolazione per renderla disponibile dopo il trasferimento nei Monti Tatra, in Borgogna o in Crimea.

Dopo avere visitato ed eseguito ricerche negli archivi e nei musei di Bolzano, Innsbruck e Vienna, Kennedy ha messo insieme un cast di cinque personaggi collegati a questo scomodo episodio antropologico del Sud Tirolo. Cinque Maskenschnitzer (mascherai) della zona sono stati incaricati di scolpire ciascuno uno dei personaggi coinvolti nella storia: Richard Wolfram, capo della commissione, l’etnomusicologo Alfred Quellmalz, il fotografo Arthur Scheler e l’antropologo Bronislaw Malinowski, vacanziere abituale del Sud Tirolo e profondamente critico nei confronti degli studi antropologici di europei fatti su altri europei, da lui giudicati inquinati dall’ideologia. A completare la selezione, anche l’italiano Ettore Tolomei, geografo e irredentista fascista.

Nell’ambito della storia del teatro sudtirolese, Kennedy è interessato a quanto, all’interno di uno specifico contesto culturale, è rappresentabile e a ciò che resta invece tabù. Ad oggi, nessuno dei personaggi selezionati è stato messo in scena in Sud Tirolo.
Nello spazio di ar/ge kunst verrà mostrato un film in 16 mm dei Maskenschnitzer all’opera sulle maschere, a fianco delle maschere stesse. Inoltre, per la prima volta in Sud Tirolo, sarà presentata una selezione attentamente curata di materiali filmici e fotografici realizzati dalla Kulturkommission.

Le maschere diverranno oggetti scenici nel corso di una discussione aperta con una serie di ospiti appositamente invitati.
In collaborazione con il designer Harry Thaler, lo spazio espositivo sarà convertito in una “stube” (il centro della vita domestica tirolese e luogo deputato del teatro popolare) per ospitare questo momento pubblico.
Lo “Stuben-Forum” esplorerà tematiche quali l’invenzione della tradizione, la strumentalizzazione delle culture popolari, l’identità, il territorio e la rappresentazione.
Tra gli oratori invitati Thomas Nussbaumer (Università di Innsbruck), Georg Grote (University College Dublin); Franz Haller, antropologo visivo, Ina Tartler ed Elizabeth Thaler (Vereinigte Bühnen Bozen), Hannes Obermair (Bozen Stadtarchiv). L’intervento sarà moderato dal giornalista e scrittore Hans Karl Peterlini.

Gareth Kennedy è un artista irlandese. Ha al suo attivo commissioni di arte pubblica, mostre e collaborazioni. Assieme a Sarah Browne ha rappresentato l’Irlanda alla Biennale di Venezia del 2009, nella collaborazione Kennedy Brown.

Harry Thaler è un designer di Merano (I), dal 2008 di base a Londra. Thaler si è laureato al Royal College of Art in design del prodotto e ha vinto il Conran Award 2010 per la Pressed Chair.

(1) Istituzione storica, culturale e archeologica, del Terzo Reich
(2) Dow, James R. e Bockhorn, Olaf; The Study of European Ethnology in Austria; Ashgate; 2004

www.gkennedy.info
www.harrythaler.it
www.kennedybrowne.com

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Regione Autonoma del Trentino Alto Adige,
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Culture Ireland / Cultúr Éireann
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Kofler Falegnameria & Interior Design, S. Felice / Val di Non
Rothoblaas, Cortaccia
Deplau, S. Felice / Val di Non
Wolfstuben, Cermes
Österreichische Mediathek, Vienna
pur SÜDTIROL
Lichtstudio Eisenkeil
Dr. Schär, Postal

Un ringraziamento speciale:
Egetmann Verein Tramin/Termeno
Museo Provinciale degli usi e costumi a Teodone
Ofas Architekten, Bolzano
Musica Popolare, Archivio Fotografico Quellmalz (Area scuole di musica tedesche e ladine)

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Making Room – Spaces of Anticipation
14 Giugno – 02 Agosto 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher,
Janette Laverrière in collaborazione con
Nairy Baghramian, Alex Martinis Roe,
Marinella Senatore in collaborazione con Assemble,
Mierle Laderman Ukeles.

 

Inaugurazione: 13 Giugno 2014, ore 19

 

A cura di Emanuele Guidi e Lorenzo Sandoval

 

Making Room - Installation view, photo by aneres, 2014

Making Room – Installation view, photo by aneres, 2014

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Making Room - Installation view, photo by aneres, 2014

Making Room – Installation view, photo by aneres, 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by aneres

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by aneres

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by snares 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by snares 2014

Making-Room-18

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Bibliotheque vertical, 2008. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Bibliotheque vertical, 2008. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, La Commune, homage à Louise Michel (2001) from Evocation series. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, La Commune, homage à Louise Michel (2001) from Evocation series. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles, Private Performances of Personal Maintenance as Art, 1970-1973, black and white photographs, (1) 8 x 10 inch photo (4) 10 x 8 inch photo. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles, Private Performances of Personal Maintenance as Art, 1970-1973, black and white photographs, (1) 8 x 10 inch photo (4) 10 x 8 inch photo. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Making Room è una mostra che apre un’indagine sull’idea di spazio attraverso pratiche artistiche, culturali e curatoriali che lo producono. Il progetto mette insieme opere e collaborazioni tra artisti, architetti e designers, da differenti generazioni e geografie, che evidenziano la corrispondenza e la mutua influenza tra pratiche sociali e gli ambienti che le ospitano.

Nei progetti presentati, l’azione di proporre allestimenti e configurazioni spaziali sembra svilupparsi in parallelo al desiderio di stabilire un legame tra esperienze passate e presenti; un legame che si realizza attraverso la collaborazione, il racconto o semplicemente ponendo domande. Pertanto, un ambiente domestico, un salon, una scuola, un dispositivo di display, un’associazione culturale o un’istituzione artistica, sono ancora modelli a cui guardare per favorire incontri e forme di utilizzo comune. In questo senso il concetto di “cura” è centrale per ripensare il modo in cui questi luoghi possono essere concepiti, esperiti e in seguito (collettivamente) mantenuti.

“Making room” diventa quindi un gesto di accoglienza verso altre pratiche e saperi, come forme generatrici di un cambiamento – un modo per “dare spazio” e “dedicare tempo” ad alleanze e conflitti, siano essi con partners, compagni di lavoro o membri del pubblico.

In questo contesto, il Manifesto For Maintenance Art 1969! dell’artista americana Mierle Laderman Ukeles (1939, Denver, Colorado, vive e lavora a New York), svela la complessa rete di relazioni che regola la vita di un’artista (come donna e madre) sia nella sfera privata (la casa) che in quella pubblica (lo spazio della mostra e l’istituzione d’arte). Proposal for an exhibition ‘Care’ rende quindi percettibili quelle attività e tempi invisibili che permettono di “mantenere” e supportare un ”luogo”. Il Maintenance Art Questionnaire che Ukeles ha redatto negli anni seguenti (1973 – 1976), deve essere inteso come un gesto affermativo per iniziare a condividere preoccupazioni, riflessioni e responsabilità con i membri del pubblico.

Una simile idea di cura ritorna anche in A story from Circolo della Rosa di Alex Martinis Roe (1982, Australia, vive e lavora a Berlino), come parte della sua ricerca sulla genealogia del femminismo. Il film racconta dell’incontro tra due donne, entrambe membri attivi del collettivo Libreria delle Donne di Milano, e delle loro ricerche sperimentali sulla pedagogia femminista alla fine degli anni 80. La storia, narrata in forma di lettera fiction, descrive la natura reciproca/complementare del loro rapporto basato sull’idea di affidamento. Una pratica socio-simbolica teorizzata ed esercitata da collettivo dela Libreria delle Donne di Milano.

Alex Martinis Roe, ‘A Story from Circolo della Rosa’, 2014 from ar/ge Kunst on Vimeo.

Il bisogno di accogliere e portare avanti storie altre è centrale anche nella collaborazione tra la designer svizzera, naturalizzata francese, Janette Laverrière (1909-2011) e l’artista Nairy Baghramian (1971, Iran, vive e lavora a Berlino) il cui incontro e inizio di collaborazione risale al 2008. I disegni, oggetti e accessori di Laverrière vengono presentati all’interno di uno spazio espositivo concepito da Baghramian che include un sistema di vetrine che ospitano i disegni e pareti verde acqua che richiamano il salotto di casa di Laverrière. La cura della composizione lascia emergere l’amicizia intergenerazionale tra le due donne (Laverrière parlava di loro come di “sorelle di spirito”) come anche l’intreccio tra la vita professionale, privata e politica di Laverrière. Insieme al lavoro di designer, essa fu membra del Partito Comunista (1948) e tra i fondatori del Fronte Nazionale per i Decoratori ed il Sindacato dei Decoratori (entrambi nati nel 1944) mentre, in un momento successivo della sua carriera, progettò oggetti, da lei stessa definiti “inutili”, nei quali il bisogno di raccontare una storia prevale sulla loro funzione. Significativo in questo senso è lo specchio La Commune, hommage à Louise Michel (2001), parte della serie Evocations, che evoca, appunto, la femminista anarchica francese Louise Michel e lo spazio che essa aveva contribuito a realizzare: la Comune parigina.

The School of Narrative Dance è il progetto iniziato da Marinella Senatore (1977, vive e lavora tra Berlino e Londra) nel 2013; un modello di scuola multidisciplinare, nomade e gratuita che, attraverso la pratica del racconto (verbale e non), fonda il processo educativo sull’emancipazione dello studente, l’inclusione e l’auto-apprendimento. Per Making Room, la Senatore e lo studio inglese di architetti Assemble propongono un display che raccoglie documenti e disegni preparatori. Questi riferimenti visivi e concettuali presentati su una sorta di tavolo di lavoro sottolineano il processo di “traduzione” effettuato per dare alla Scuola, per la prima volta, una reale dimensione spaziale e architettonica in occasione del Premio Maxxi di Roma a cui l’artista partecipa.

Guardando a queste pratiche i designers Brave New Alps & Paolo Plotegher (entrambi sudtirolesi) iniziano un processo di ricerca con ar/ge kunst per esplorare il potenziale del modello istituzionale della Kunstverein. Prendendo come punto di partenza la storia di Michel Serres,‘The Troubadour of Knowledge’ invitano i visitatori a rispondere a un questionario, per raccogliere esperienze che serviranno da base per un workshop futuro.

Making Room è parte della fase di ricerca per il progetto Spaces of Anticipation, sviluppato in collaborazione con Espai d`Art Contemporani de Castelló a Castellón de la Plana.

Un ringraziamento speciale a
Silberkuppe (Berlino) e Ronald Feldman Gallery (New York)

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Invernomuto, I-Ration, installation view 1, 2014 photo Ivo Corrà

I-RATION
05 Aprile – 31 Maggio 2014

Invernomuto

 

Inaugurazione: Venerdì 4 Aprile 2014 ore 19

 

A cura di Emanuele Guidi

 

Invernomuto, I-Ration, installation view 2, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 2, 2014 photo Ivo Corrà

ar/ge kunst Galleria Museo è lieta di presentare la mostra I-Ration di Invernomuto (Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi) che costituisce una nuova tappa del progetto Negus, iniziato nel 2011 .

Il titolo I-Ration è un termine anglo-giamaicano che significa “creazione” e associa ad essa uno stato estatico del soggetto che fa esperienza di questo momento.

Zion, Paesaggio, detail, 2014

Zion, Paesaggio, detail, 2014

A partire dall’appropriazione di questa espressione chiave del lessico Rastafariano e, quasi ad accogliere ed amplificare il fatto che “il popolo Rastafariano si riserva il diritto di pensare, conoscere, nominare, reinterpretare, e definire la loro ‘essenza ed esistenza’ in categorie non tradizionali ”, Invernomuto continua nella scrittura di una propria narrazione in cui sovrapposizioni e scivolamenti di porzioni di storia concatenano Etiopia, Giamaica ed Italia. Una narrazione che si sviluppa intorno alla figura del re etiope Haile Selassie I, al passato coloniale Italiano, e ha coinvolto personalità come Lee “Scratch” Perry (musicista seminale della tradizione reggae e dub).

Invernomuto, I-Ration, installation view 3, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 3, 2014 photo Ivo Corrà

La mostra articola una serie di nuove produzioni con interventi ripensati per questa occasione in modo da creare un discorso che attraversi le molteplici fasi del progetto Negus e ne indichi una possibile direzione di sviluppo.
L’interesse per la memoria e i processi di ibridazione è centrale in Zion, Paesaggio (2014): la riproduzione di un monumento a forma di scala che l’esercito italiano posizionò ad Addis Abeba di fronte alla residenza imperiale (oggi sede dell’Università) durante la campagna coloniale fascista. Dopo la sconfitta degli occupanti, i quattordici gradini che indicavano gli anni d’impero del regime, furono “ridotti” a piedistallo per ospitare la figura simbolo dell’Etiopia (il Leone di Giuda). Invernomuto sottolinea questo gesto di riappropriazione producendo un paesaggio in cui il tempo è la dimensione che regola ricordo e percezione dell’esotico.
MEDO SET (2014) è invece uno stendardo su cui è stato intagliato un testo che Lee Perry ha concepito durante il rituale/performance che Invernomuto ha messo in scena nel 2013 a Vernasca, guidato dallo stesso Perry.
L’intenzione di far convergere il potenziale apotropaico del rito con il valore simbolico del monumento, emerge in un unico ambiente immersivo in cui documenti, documentari e presenze scultoree sono coreografate asincronamente (Negus, 2011; I-Ration, 2014; Negus – Lion of Judah (excerpt), 2014).

Invernomuto, “Negus – Lion of Judah (excerpt)”, 2014 from ar/ge Kunst on Vimeo.

Invernomuto, I-Ration, Installation view 4, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, Installation view 4, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 5, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 5, 2014 photo Ivo Corrà

I-Ration, detail, 2014

I-Ration, detail, 2014

Babylon, Monumenti, 2014

Babylon, Monumenti, 2014

La presenza di simboli che provengono dal paesaggio visivo della storia etiope e hanno trovato una nuova lettura nel contesto sociale, politico e religioso del movimento rastafariano, attraversano tutte le opere in mostra per essere sovrapposti a gadget e materiali provenienti da archivi personali. In questo modo, copertine storiche del National Geographic, foulard di compagnie aeree e club turistici, entrano nello stesso campo semantico di cimeli che raccontano della campagna coloniale Italiana in Etiopia negli anni ’30 (stessi anni della fondazione del culto Rastafariano), della stella tridente (emblema di Haile Selassie I e icona della casa automobilistica Mercedes Benz), dell’effigie del Leone di Giuda (immagine dell’Etiopia e, conseguentemente del popolo Rastafariano). Un campo semantico che si espande e risuona nello spazio pubblico attraverso alcune di queste iconografie che celebrarono la politica coloniale del fascismo e, ad oggi, ancora presenti nella città di Bolzano.

Invernomuto, Movimenti Versus l'Altro, 2014 photo: Ivo Corrà

Invernomuto, Movimenti Versus l’Altro, 2014 photo: Ivo Corrà

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Secondo l’accademica Carole Yawney: “[Il Rastafarianesimo è una] costellazione di simboli ambigui che oggi ha il potere di mettere a fuoco, e addirittura mediare, certe tensioni socio-culturali che si sono sviluppati su una scala globale.” Invernomuto sembra voler far propria questa definizione per assumerla a possibilità di sguardo: una modalità per tornare ad affrontare la retorica coloniale e riposizionarla all’interno di una complessa rete di movimenti che attraversano temporalità e geografie soltanto apparentemente distanti.
Biografia

Invernomuto è stato fondato nel 2003 da Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi.
Ponendo l’accento sul collasso e la commistione di linguaggi, l’operato di Invernomuto si concretizza in produzioni fuori formato come il progetto editoriale ffwd_mag. La loro ricerca che si espande nella produzione di video, nella progettazione di live-media performance e nella curatela di eventi e progetti speciali.
Tra le loro più recenti mostre personali: B.O.B. (Galleria Patricia Armocida, Milano, 2010), Dungeons and Dregs (Grimmuseum, Berlino, 2010) e Simone (Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara, 2011), Marselleria (Milano, Ottobre, 2014). Le loro recenti partecipazioni in mostre collettive e festival includono: Ars artists residence show (Fondazione Pomodoro, Milan) nel 2010; Terre Vulnerabili (Hangar Bicocca, Milano) nel 2010/2011; Nettie Horn Gallery (London), Istituto Italiano di Addis Abeba, Milano Film Festival nel 2013.
Nel 2013 sono stati finalisti del premio Furla (Bologna) e hanno vinto il premio MERU ART*SCIENCE per la produzione di The Celestial Path, presentato alla GAMeC di Bergamo.
Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi portano avanti anche pratiche individuali in campo musicale con i rispettivi progetti Palm Wine e Dracula Lewis. Vivono e lavorano a Milano.
www.invernomuto.info
In collaborazione con
Museion
Un ringraziamento speciale a
Marsèll
Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano, Ufficio Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Orario di apertura:
Ma-Ve 10 – 13, 15 – 19 / Sa 10 – 13
Entrata libera

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Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

CONSTELLATIONS OF ONE AND MANY
24 Gennaio - 22 Marzo 2014

Falke Pisano in collaborazione con Archive Books

 

24.01. – The man of the crowd
14.02. – Here to there, there to here
07.03. – Flesh made numbers made flesh again

 

A cura di Emanuele Guidi

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Dopo la serie inaugurale Prologue Part One e Part Two, ar/ge kunst Galerie Museum presenta la prima mostra personale italiana dell’artista Falke Pisano in collaborazione con Paolo Caffoni del collettivo editoriale Archive Books. La pratica artistica di Falke Pisano si concentra sulla relazione fra poli opposti e complementari quali il linguaggio e il corpo, che caratterizzano le due serie principali di lavori in cui l’artista riflette sulla disgiunzione, la riproducibilità e la ricostruzione rispettivamente dell’atto di parola (Figure of Speech, 2006–2010) e della dimensione corporea (Body in Crisis, 2011–on going). La ricerca editoriale che Archive Book porta avanti dal 2009 sul tema del “visibile” e sull’immagine cinematica, nelle sue implicazioni socio-politiche, corrisponde a una riflessione sui significati e a una pratica del mettere in mostra e dell’esporsi al pubblico (pubblicare), inteso come momento di azione e trasformazione dei processi produttivi. Frutto di questa collaborazione fra l’artista e l’editore, il progetto per ar/ge kunst Constellations of One and Many, è un’indagine comune sui rapporti di affezione e potere tra soggetto e collettività che si sviluppa a partire da fonti e casi-studio in letteratura, filosofia e nelle scienze sociali. L’indagine si riflette direttamente nel display scultoreo concepito da Pisano e Archive Books per la mostra, come formato specifico di presentazione nelle sue coordinate spazio-temporali. Il display ha infatti la funzione di riunire in una costellazione elementi altrimenti dispersi e può essere letto come un diagramma dove il rapporto individuo-collettività, oggetto-architettura trova una sua collocazione aperta e sempre possibile. Questa apertura si riflette nell’organizzazione temporale del display, che si articola in tre parti distinte lungo il periodo della mostra, nelle quali sia i contenuti che il pubblico sono organizzati (o coreografati) attraverso tre configurazioni differenti e, per definizione, “incomplete”. La prima configurazione, dal titolo The Man of the Crowd, è un riferimento diretto all’omonimo racconto del 1840 dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe. Nel racconto, l’engagement visivo fra i due protagonisti è il termine di relazione per descrivere la folla urbana, colta nel momento storico del suo nascere con la creazione di vaste aree metropolitane e dei nuovi rapporti sociali, produttivi e percettivi che queste mettono in campo. Il display si sviluppa da queste considerazioni per generare un ipotetico punto di vista individuale all’interno della folla stessa. Un metodo d’indagine che permette di esplorare l’affezione degli individui attraverso il reciproco contatto fisico, la consapevolezza della propria posizione soggettiva e la sua negazione attraverso la perdita di identità nel gruppo.

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Nella seconda configurazione Here to There, There to Here [a partire dal 14 febbraio], il punto di vista si sposta per osservare da fuori la rappresentazione di una folla. Negli ultimi anni, a partire dalle cosiddette Primavere arabe e dai movimenti Occupy, assistiamo a una proliferazione – che segue a quella degli anni Sessanta e Settanta – di produzione visiva legata alla rappresentazione della folla. In questo contesto Pisano e Archive Books propongono una serie di domande: Quali sono le implicazioni che la mediatizzazione delle soggettività opera sulle relazioni di prossimità e distanza? Quali sono i modi di attenzione all’immagine di una folla? E in che modo questa immagine entra a far parte di una retorica riconosciuta della rappresentazione del cambiamento sociale?

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

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Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Body at Publish editorial station by Curandi Katz in Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Body at Publish editorial station by Curandi Katz in Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

La terza configurazione Flesh made numbers made flesh again [dal 7 marzo], guarda alla folla come pubblico e ne indaga la produzione di soggettività e la sua rilevanza in termini economici nei modi di produzione post-fordista. Qui l’esposizione è, a partire dalle grandi kermesse internazionali, non solo un dispositivo della visione e del mettere in mostra, ma anche e principalmente una forma di organizzazione della produzione e quindi del sociale. Con il gentile sostegno di: Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura Comune di Bolzano, Ufficio Cultura Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige Mondriaan Stichting, Amsterdam Institut für Auslandsbeziehungen, Stoccarda

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Gianni Pettena, La Mia Scuola di Architettura, 2011. photo Annelie Bortolotti

PROLOGUE – PART TWO: LA MIA SCUOLA DI ARCHITETTURA
15 Novembre - 11 Gennaio 2014

 

Gianni Pettena, Pedro Barateiro, Otobong Nkanga, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

 

A cura di Emanuele Guidi

Dopo Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha, il progetto Prologue prosegue con il secondo capitolo Part Two: La Mia Scuola di Architettura, continuando a esplorare temi e pratiche che saranno al centro della futura ricerca di ar/ge kunst sotto la nuova direzione artistica di Emanuele Guidi.

Gianni Pettena, Wearable Chairs, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, documentation, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, documentation, 1971, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation view, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation view, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation View, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation View, photo Annelie Bortolotti

Otobong Nkanga, Social Consequences, book edition, 2013

Otobong Nkanga, Social Consequences, book edition, 2013

Gianni Pettena, The Game of Architecture, 2013

Gianni Pettena, The Game of Architecture, 2013

Gianni Pettena, Situazioni Competitive, 1971

Gianni Pettena, Situazioni Competitive, 1971

Pedro Barateiro, Endurance  Test, 2012, Installation view, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, 2012, Installation view, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, performance, 2013, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, performance, 2013, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, detail, 2012, Photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, detail, 2012, Photo Annelie Bortolotti

Il titolo della mostra, La Mia Scuola di Architettura è una diretta citazione dall’opera di Gianni Pettena in cui l’artista ha ritratto le vette delle Dolomiti in 12 scatti fotografici. Prendendo come punto di partenza il ruolo che Pettena riconosce a questo panorama, la mostra intende aprire una riflessione sul concetto di “paesaggio”, sull’influenza che esso può avere sulla formazione dell’individuo (come artista e cittadino) e quindi sulla costruzione di un’intera comunità. Una riflessione che, anche per la tensione che emerge nella stessa biografia dell’artista, cerca di andare oltre l’idea di paesaggio come costituzione geo-fisica, socio-politica ed economica per aprirsi ad una dimensione affettiva: nato a Bolzano nel 1940, Gianni Pettena abbandona l’Alto Adige molto giovane alla ricerca di un percorso volto alla sperimentazione che, tra Firenze e gli Stati Uniti, lo porterà ad entrare a far parte in quello che è considerato il nucleo originario dell’architettura radicale Italiana insieme ad Archizoom, Superstudio ed UFO. Soltanto dopo una lunga carriera durante cui indaga i limiti dell’architettura, Pettena riconosce al territorio che ha abbandonato molti anni prima, un significato “fondante” per la sua pratica.

La Mia Scuola di Architettura (2011) trasmette la volontà di riconciliazione con quel panorama, e allo stesso tempo lascia emergere il debito concettuale che l’architettura, ed il costruito in genere, hanno verso il paesaggio naturale. Il rapporto tra natura ed architettura è per l´artista un ambiente agonistico, come affiora nei due progetti Situazione Competitiva (1971) e The Game of Architecture (2013) – ad oggi sempre rimasti su carta – attraverso cui Pettena riallestirà Mutant Matters di Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F. ponendolo in dialogo anche con un’altra delle sue opere, Vestirsi di Sedie (1971).

Anche nella ricerca di Otobong Nkanga e Pedro Barateiro il “personale” è il punto di partenza per misurare il paesaggio che li circonda e che emerge come ambiente complesso in cui economia, natura e le “politiche del corpo” esistono in rapporto di reciprocità.

Nata e cresciuta in Nigeria e formatasi anche in Francia, Otobong Nkanga prosegue una ricerca che inizia dalla sua esperienza personale per riflettere sulle dinamiche dell’abitare in una serie di disegni realizzati appositamente per la mostra (Social Consequences IV, 2013). Il gesto del disegnare è per l’artista un esercizio per tracciare racconti non-lineari in cui la produzione di un paesaggio (attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e le pratiche del costruire) è messa in relazione con la modalità stessa con cui l’individuo si forma all’interno della struttura-società.

Pedro Barateiro articola diversamente questa relazione nella sua performance ed installazione Endurance Test (2012). Il “test di resistenza” cui l’artista fa riferimento è quello a cui il Portogallo (dove Barateiro è nato e vive) è costantemente sottoposto dai diktat della Troika; la performance, intesa anche come prestazione e rendimento sui mercati internazionali che il suo paese è costretto a offrire, è usata dall’artista per riflettere sui limiti della propria pratica artistica. In questo senso, Barateiro esplora, a partire dalla sua dimensione linguistica ed ontologica, lo scenario economico da “stress-test” che accomuna interi stati-nazione europei e che ridisegna il paesaggio all’interno del quale ogni individuo è chiamato a muoversi.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano

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Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

PROLOGUE – PART ONE: REFERENCES, PAPERCLIPS AND THE CHA CHA CHA
6 Settembre - 31 Ottobre 2013

 

Stephen Willats, Curandi Katz, Gareth Kennedy, Hope Tucker, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

 

A cura di Emanuele Guidi

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Prologue Prologue è il primo progetto espositivo sotto la direzione artistica di Emanuele Guidi presso ar/ge kunst Galerie Museum. Prologue è immaginato come momento che anticipa e prepara l’attività futura della Galleria Museo. Prologue è un inizio in due parti strutturate intorno alla volontà di porsi in linea di continuità con la storia di ar/ge kunst e al contempo di ricercare una modalità per proseguirne la narrazione. I titoli Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha e Part Two: La Mia Scuola di Architettura, composti da parole-chiave, concetti o titoli di opere in mostra, sono volti a delineare una costellazione di fonti, temi, pratiche artistiche e metodologie di racconto che saranno al centro della prossima linea di ricerca di ar/ge kunst. Conseguentemente, le due parti rispondono alla necessità di iniziare la progressiva costruzione di un framework, concettuale ed installativo, di supporto ai progetti espositivi e programmi discorsivi, che si svilupperanno seguendo temporalità e strategie differenti.

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha Stephen Willats , Curandi Katz, Gareth Kennedy, Hope Tucker, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F. Nel 1982 l’artista Stephen Willats pubblica Cha Cha Cha (Coracle / Lisson, Londra). Il libro racconta la storia del Cha Cha Club, uno dei più famosi club della scena post-punk londinese ed è il risultato di un lungo processo collaborativo tra Willats ed i fondatori, Michael e Scarlett. Immagini di ambienti ed oggetti dalla loro vita diurna sono contrapposte a ritratti in notturna ed estratti di interviste con i membri del club che descrivono come questa “capsula” auto-organizzata rappresentasse per loro una possibilità di resistenza, reinvenzione o fuga dalla “normale” società. Nell’Inghilterra governata dalle politiche liberal-conservatrici di Margaret Thatcher ed in una Londra segnata da fortissime tensioni sociali e rivolte, Willats descrive la scelta di fondare un club come un’azione in cui “Money is definitely not the prime motive, much more important is providing a context for the group to become a community and for the manifestation of something very extreme through creative forms of self-identity, clothing, make-up hairstyles, etc…” Il Cha Cha Club in particolare “captured the spirit of this new generation’s attitude perhaps more than any other, where everything was possible if your attitude was right”. Il workbook Cha Cha Cha sarà presentato in forma di display negli spazi di ar/ge kunst – in dialogo con l’installazione audio Inside the Night (1982) – come riflessione sulla nozione di comunità auto-organizzata che Willats ha sviluppato nel corso della sua carriera e le possibili forme di scambio, collaborazione e rappresentazione che con essa possono essere generate. Allo stesso tempo Cha Cha Cha, che fu pubblicato in concomitanza con la realizzazione della più nota opera Are you Good Enough for the Cha Cha Cha?, diventa esemplare di una pratica che riconosce nel libro d’artista e, più in genere nell’attività editoriale, una parallela ed autonoma possibilità di espressione. Infine la definizione di opera d’arte formulata da Willats già negli anni 60, come “model of human relationships”, “open-ended process” e “learning system” che può operare come “its own institution and as such is independent of art institutions” è terreno di confronto ed indagine per ar/ge kunst stessa come istituzione per l’arte contemporanea. Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F, Hope Tucker, Curandi Katz e Gareth Kennedy espandono e rendono più complesso questo scenario con interventi ed opere pensate o riadattate appositamente per questo primo progetto. Mutant Matters (2013) nato dalla collaborazione dell’artista e curatore Lorenzo Sandoval insieme al collettivo di architetti tedesco S.T.I.F.F., è una struttura adattabile e flessibile di cui la sedia è il modulo-base dal quale possono crearsi una libreria, un archivio, una parete, una serie di sedute, o più in genere, strutture di supporto per altre opere. Il primo set-up di Mutant Matters, sarà uno scaffale/ libreria in cui il pubblico avrà accesso per la prima volta all’archivio di ar/ge kunst attraverso una selezione tematica di pubblicazioni. Successivamente la struttura diventerà parte integrante dell’architettura di ar/ge kunst e, in dialogo con Sandoval e S.T.I.F.F., si riconfigurerà intorno a presentazioni e progetti che andrà ad ospitare. In questo contesto, il duo Curandi Katz (Valentina Curandi e Nathaniel Katz) presenta una versione stampata e rilegata di ventotto traduzioni del libro From Dictatorship to Democracy di Gene Sharp, tutte scaricabili gratuitamente qui (Biblioteca pacifista Azione #5: Dispersione 2013). L’intellettuale americano negli ultimi vent’anni è stato considerato, per la sua opera di ricerca e divulgazione sulle pratiche di resistenza e non violenza, uno dei maggiori punti di riferimento per i dissidenti di tutto il mondo, dalla Birmania all’ex Jugoslavia e all’Egitto. In passato, Sharp ha dichiarato più volte di essere stato influenzato dalla stampa clandestina, prodotta e distribuita dagli insegnanti norvegesi nelle scuole al tempo dell’ occupazione nazista. Proprio la possibilità di reinventare il ruolo di un’istituzione attraverso il “contrabbando” ha portato Curandi Katz ad aprire una stazione editoriale auto-gestita all’interno di ar/ge kunst. Il pubblico è, infatti, invitato ad appropriarsi del materiale dall’archivio messo a disposizione nella libreria a patto che questo venga fotocopiato sul retro delle pagine di From Democracy to Dictatorship e successivamente rilegato. Anche la film-maker americana Hope Tucker condivide l’interesse nel lavoro di Gene Sharp e racconta un’altra storia di resistenza norvegese nel video Vi holder sammen (We Hold Together 2011). La graffetta inventata da Johan Vaaler alla fine del diciannovesimo secolo e mai realmente prodotta a livello industriale per il suo design non competitivo, vive una seconda vita quando inizia ad essere indossata – non visibile agli occhi degli occupanti – come simbolo di unione e comunità. Tucker sviluppa un carattere tipografico a partire dalla graffetta stessa, per scrivere di un gesto collettivo che ha trasformato la funzione ed il significato di un oggetto ormai obsoleto facendolo entrare a far parte dell’immaginario norvegese. Infine, l’artista irlandese Gareth Kennedy è stato invitato a contribuire con una presentazione e book launch che si terrà il 24 Settembre. La lecture sarà un’introduzione al suo concetto di Folk Fiction e invenzione della tradizione e servirà come primo momento di un progetto lungo un anno. Nel corso del 2014 Kennedy tornerà, infatti, a Bolzano per una serie di brevi residenze di ricerca e sviluppo durante le quali realizzerà un’apposita commissione. Il progetto è reso pubblico sin dalle sue fasi iniziali non soltanto con l’intenzione di comunicare e documentarlo in tutta la sua temporalità ma anche per creare un’occasione d’incontro in cui condividere fonti, riferimenti ed interessi che possano influenzare e partecipare direttamente alla ricerca stessa. Con il gentile sostegno di: Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura Comune di Bolzano Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige

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Fahmi Reza Don't Just Complain

OCCUPRINT
14 Giugno - 3 Agosto 2013

Occuprint
A cura di Luigi Fassi in collaborazione con Occuprint

Con l’occupazione di Zuccotti Park, Wall Street, New York City, iniziata il 17 settembre 2011, nasce il fenomeno Occupy, destinato a espandersi a livello globale in 82 Paesi seminando un inatteso vento di protesta, rinnovamento e speranza di cambiamento nel pieno della crisi economica e sociale che attanaglia gran parte dell’Occidente.

Sorto durante il momento più vivace e politicamente innovativo delle manifestazioni di protesta, Occuprint è un collettivo curatoriale statunitense impegnato a dare visibilità alle produzioni artisticamente più rilevanti prodotte dagli Occupy Movements internazionali.

Nina Montenegro An Idea Cannot Be Destroyed

Nina Montenegro
An Idea Cannot Be Destroyed

L’invito da parte dell’Occupy Wall Street Journal a dedicare un numero speciale alla poster art del movimento Occupy, ha dato l’avvio al progetto di Occuprint, divenuto una piattaforma digitale in espansione continua che conserva e promuove le realizzazioni grafiche sorte in seno ai diversi Occupy Movements globali, distribuiti su tutti i continenti.

I poster raccolti da Occuprint si concentrano sui messaggi e proposizioni volti a contrastare il rapporto tra l’1% della popolazione mondiale, accusata di perpetrare politiche a proprio esclusivo vantaggio, e il 99%, che ne subisce le conseguenze. Proprio lo statement di we are the 99% è lo slogan che più ritorna nei materiali in mostra presso l’ar/ge kunst, a testimonianza del carattere collettivista e mondialista del fenomeno Occupy. Resistenza, smantellamento dello status quo dei privilegi e assoluta alterità ad ogni politica verticistica e antidemocratica sono così le istanze chiavi dell’ideologia Occupy.

La caratteristica principale dei manifesti presentati presso l’ar/ge kunst è quella di rappresentare così una vera agenda programmatica, che spazia da proposte di politica internazionale al rinnovamento della modalità di produzione industriale e del lavoro, sino a definire un nuovo modello etico di benessere collettivo, incentrato sui principi di solidarietà e di condivisione dei beni pubblici condivisi. L’idea della democrazia come condivisione di commons è così contrapposta alla voracità delle privatizzazioni dettate dalle politiche neoliberiste di matrice americana che sempre più trovano credito nei governi europei.

La collezione di Occuprint si rivela così fautrice di discorsi politici ed economici molto più complessi di quanto non appaia ad uno sguardo superficiale. Slogan, motti e disegni satirici – che spaziano dagli Indiani d’America al toro di Wall Street sino alle proteste in lingua spagnola dei Paesi sudamericani e a quelle delle diverse città europee, compongono un armamentario semiotico che riassume in rapidi tratti tutti i problemi irrisolti che il mondo occidentale dovrà affrontare negli anni a venire.

Allo spettatore, anche a quello ignaro dei movimenti Occupy, si manifestano così all’istante i nuovi scenari che animano il dibattito politico su scala globale, non quello ufficiale dei parlamenti e dei governi, ma quello più autentico e reattivo che nasce dal basso, come frutto dell’azione dei nuovi cittadini del mondo in tutte le città del mondo contemporaneo.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
www.occuprint.org

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SPACE TRAVELERS
5 Aprile - 1 Giugno 2013

Kristina Inčiūraitė, Cooltūristės, Ugnius Gelguda & Neringa Černiauskaitė
A cura di Laima Kreivytė

Ogni mostra è un viaggio. Ti accompagna alla scoperta di luoghi che non hai mai visto. Questa mostra è un viaggio attraverso la memoria, un tentativo di far rivivere il passato “cosmico” della generazione degli anni 1970 in Lituania. Il viaggio inizia dalla Torre Televisiva di Vilnius, la struttura più alta di tutta la Lituania (326,50 m). Il ponte di osservazione ricorda un disco volante ed è caratterizzato da una piattaforma rotante che compie un giro ogni 55 minuti. Qui si trova il bar “Milky Way” (Via Lattea), dove i visitatori possono rilassarsi bevendo un caffè e scoprire la città di Vilnius, non con una guida turistica ma godendo di una straordinaria veduta dall’alto. Oppure, ci si può recare all’ar/ge kunst Galleria Museo a Bolzano ed immergersi nell’“utopia cosmica”. Tutto ha inizio da qui. Vicino alla Torre Televisiva si trova ancora oggi un giardino d’infanzia con uno spazio-giochi surreale che ricorda il paesaggio lunare (ma che può essere distrutto in qualunque momento). Questo spazio ha ispirato Cooltūristės, Ugnius Gelguda e Neringa Černiauskaitė ad esplorare le memorie disperse del vecchio distretto “cosmico” di Vilnius. Quasi tutte le grandi città dell’ex Unione Sovietica ne avevano uno. Ma la particolarità di questo luogo in Lituania era data dall’originale unione tra la retorica spaziale e lontane eco della mitologia pagana. L’adorazione della natura e la fede nel progresso tecnologico non rappresentavano una contraddizione in questo stato storicamente ateo. I Lituani hanno infatti sempre voluto affermarsi come gli “ultimi pagani d’Europa” per aumentare l’autostima nazionale. Pertanto, il nuovo distretto residenziale di Karoliniškės costruito nel 1970 presentava un solo chiaro riferimento al programma spaziale sovietico, al quale fu dedicata la Cosmonauts’ Avenue (Corso dei Cosmonauti), oggi divenuta la Freedom Avenue (Corso della Libertà). Le altre strade, negozi e fermate dell’autobus vennero invece intitolate a corpi celesti o a forze naturali: Saturno, Mercurio, Cometa, Arcobaleno, Tuono, Fulmine, Meteora, Tromba d’Aria, Stelle, Luna. Non c’è dunque da meravigliarsi se tutti i giardini d’infanzia e gli spazi giochi dedicati ai bambini sono stati dotati di un globo di acciaio e di una navicella spaziale a forma di razzo. Tutti da grandi volevano fare i cosmonauti. Gli artisti anonimi dei Cooltūristės assieme ai performer del gruppo Nunu invitano i visitatori ad unirsi a loro nella loro missione sulla Luna, in riferimento al mito secondo il quale la missione Apollo sarebbe stata messa in scena ad Hollywood da Stanley Kubrick, poiché di fatto gli Americani non sarebbero mai stati sulla Luna. I Cooltūristės e i Nunu inscenano il loro viaggio sulla Luna nel paesaggio lunare del Giardino d’Infanzia Spaziale, (Space Kindergarten, 2012) Escono da una navicella spaziale alla fermata della “Memoria” e seguono l’antico percorso dei filobus attraverso stazioni dai nomi “celestiali”. Tutto è cambiato il 13 gennaio 1991, quando quattordici persone disarmate sono rimaste uccise nel movimento di opposizione alla presa della torre da parte delle forze militari sovietiche. Le strade sono state rinominate e dedicate a questi eroi. Oggi, la Torre Televisiva è un luogo commemorativo circondato da una pineta che nasconde un cimitero degli animali. Questa strana giustapposizione ha ispirato il giovane performer del gruppo Nunu – Žygimantas Kudirka a scrivere un poema sugli animali nello spazio. Ugnius Gelguda e Neringa Černiauskaitė utilizzano l’immagine in bianco e nero di una torre televisiva incompiuta per significare il passaggio verso un universo parallelo. Questa struttura immaginaria è collocata in uno scenario surreale pensato per una prima fiction di fantascienza in Lituania. Questi due artisti cercano l’ispirazione visiva nella stessa location cosmica, creando però una leggenda e un’atmosfera differente. Il loro film In the Highest Point, (2011), girato con una telecamera da 16 mm, ricrea l’aura di un’utopia architettonica evanescente. Kristina Inčiūraitė cambia location, ma non va molto lontano: anche il distretto residenziale di Lazdynai è dominato da una torre televisiva, anche qui è presente l’idea di poter osservare il mondo dall’alto e al tempo stesso di essere sempre sorvegliati. Servendosi di teleobiettivi, Inčiūraitė ha seguito tre uomini nel loro percorso dal filobus verso casa a Lazdynai. Le storie delle loro vite sorvegliate sono state rappresentate nel film di Inčiūraitė Following Piece, (2011), assieme alle immagini della foresta che si trova nello stesso distretto. Gli spettatori assistono alla comparsa episodica di singole donne che passeggiano tra gli alberi con il loro cane. Chi è inseguito da chi?, chiede l’artista. Il suo nuovo documentario sperimentale The Meeting, (2012), ripropone un paesaggio onirico e immaginario, benché questa volta la fonte di ispirazione sia un’altra costruzione “volante” dei tempi d’oro dell’Unione Sovietica. Una teleferica o un ascensore, custodi di memorie d’infanzia, trasportano l’artista verso una città lontana nella Regione di Kaliningrad, in Russia. Nel film, Kristina Inčiūraitė avvia una corrispondenza con una sua coetania proveniente dalla città di Svetlogorsk e in cerca di nuove conoscenze su Internet. L’autrice utilizza un nome maschile e non svela alla sua interlocutrice che tutto ciò fa parte di un progetto artistico. I cambiamenti di identità si combinano in modo metaforico con l’ambigua situazione della teleferica di Svetlogorsk affacciata sul mare, una costruzione gigantesca ed imponente esposta agli inesorabili effetti dell’erosione. La generazione di questi artisti spaziali vuole recuperare il passato perduto e proiettarlo nel presente. Esplorando paesaggi dimenticati di città contemporanee, essi creano scenari alternativi per il futuro. O, più semplicemente, si accontentano di frequentare il bar “Milky Way” della Torre Televisiva di Vilnius per cercare di trasformare il passato storico in un vero e proprio mito. E fanno ciò scegliendo cerchi e spirali piuttosto che linee diritte. Un viaggio nello spazio è sempre un viaggio nel tempo.

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MARIANNE FLOTRON – PILVI TAKALA
1 Febbraio - 23 Marzo 2013

A cura di Luigi Fassi

Quali trasformazioni sta subendo il mondo del lavoro a livello globale? Che rapporto c’è tra i modelli della flessibilità diffusa e il lavoro creativo? La fine della rigidità del modello fordista ha prodotto uno scenario realmente più libero, dinamico e a misura d’uomo o ha solo superficialmente mutato i propri metodi per perseguire i medesimi obiettivi di produzione?

Il progetto espositivo affronta questo complesso di interrogativi dando spazio alle opere di due artiste che vi stanno dedicando particolare attenzione e profondità di analisi. Nella diversità delle loro ricerche, Marianne Flotron (Svizzera, 1970) e Pilvi Takala (Finlandia, 1981) applicano modelli di analisi affini, come il role-playing e la simulazione di identità fittizie, al fine di penetrare all’interno di sistemi professionali chiusi e analizzarne le caratteristiche. Dalle loro ricerche, il lavoro dipendente si configura oggi come un laboratorio avanzato di programmazione sociale, di controllo psicologico e sottomissione mentale, finalizzato a trasformare il singolo sempre più in un addomesticato strumento di profitto, incapace di opporre resistenza al sistema nel quale è vincolato.

Fired (2007) è stato realizzato da Flotron all’interno di un’azienda olandese durante una reale sessione di addestramento tecnico e psicologico finalizzato ad insegnare ai manager la prassi per licenziare i dipendenti. Adottando la tecnica del role-playing, un’istruttrice inscena un colloquio con uno dei manager inscenando il ruolo di un’impiegata convocata per avere la notizia del licenziamento. La parola “licenziamento” non viene mai pronunciata nel corso del dialogo, in accordo a una prassi che evita miratamente ogni termine troppo diretto per favorire piuttosto un approccio sfuggente, mirato a disarmare l’aggressività emotiva del dipendente sino a soggiogarlo all’ineluttabilità della decisione dell’azienda.

Work (2011) è il risultato di una ricerca a lungo termine condotta da Flotron nel contesto di una grande compagnia assicurativa privata ad Amsterdam. Struttura esemplare del lavoro creativo in un grande contesto aziendale del nuovo millennio, l’azienda offre ai suoi dipendenti retribuzioni salariali consistenti, benefit e una grande flessibilità di orario, che consente ai lavoratori di usare l’ufficio in grande libertà nel rispetto degli obiettivi di produzioni. Realizzata in forma di workshop con i dipendenti dell’azienda, l’opera mostra come il modello aziendalista contemporaneo, fondato su creatività, flessibilità, orari fluidi e identificazione emotiva e personale nel lavoro, sia fondato su una logica antidemocratica e fortemente verticistica, finalizzata a rendere il lavoratore una pedina addestrata al consenso volontario e alla passività intellettuale nei confronti dell’azienda.

Per realizzare The Trainee (2008), Pilvi Takala ha trascorso un mese come stagista presso la sede finlandese di Deloitte, una grande multinazionale di consulenza. Durante il mese, sotto la copertura di un nome fittizio, l’artista ha trascorso intere giornate seduta senza fare nulla alla sua scrivania, motivando tale comportamento come opera creativa di brain work. Takala ha operato come un virus, decostruendo dall’interno in termini provocatori la logica della produttività aziendale, sino a mettere in dubbio il senso stesso degli obiettivi corporate. L’inattività da brain work appare ai dipendenti di Deloitte come una minaccia verso la loro identità professionale e una faglia aperta nel culto dell’obbedienza e dell’autoidentificazione verso l’azienda. In tal modo la critica di Takala assume il sapore di un consapevole attivismo nichilista, dove proprio il non far nulla, l’inazione assoluta, diventa il gesto più radicale possibile, la denuncia di una mancanza di senso assoluta che diventa l’antitesi più forte all’ideologia del lavoro corporate del nuovo millennio.

Con il gentile sostegno:
Provincia Autonoma di Bolzano, Alto Adige, Deutsche Kultur
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Città di Bolzano, Ufficio Cultura
Mondriaan Fund, Amsterdam
Pro Helvetia, Zurigo
boConcept Store, Bolzano

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Basim Magdy, My Father Looks for an Honest City, video still (2010)

IN THE WINTRY THICKET OF METROPOLITAN CIVILIZATION
16 Novembre - 12 Gennaio 2013

Yin-Ju Chen & James T. Hong, Basim Magdy, Mores McWreath, Pietro Mele, Camilo Yáñez
A cura di Luigi Fassi

In the Wintry Thicket of Metropolitan Civilization prende il titolo da un omonimo passaggio contenuto in The Culture of Cities il primo libro di Lewis Mumford, pubblicato nel 1938. Le analisi appassionate di Mumford univano la forza della militanza a quella della lucidità teorica, nel tentativo di ripensare l’urbanistica come una pratica profondamente umanistica, capace di guidare la progettazione delle città a partire da un insieme di valori civili e progressisti. The Culture of Cities è così la formulazione di un insieme di progetti e speranze declinate nel concreto di una pratica progettuale volta a rivolgere l’attenzione sulle città come centri decisivi del vivere civile nel mondo del XX secolo e del futuro prossimo. La mostra raccoglie le esperienze artistiche di cinque artisti di diversi continenti che hanno riflettuto nel loro lavoro su temi legati all’urbanesimo e alla storia degli inurbamenti metropolitani. Tra il passato recente e un futuro immaginato, le opere riverberano liberamente l’enigmatico senso del titolo che nelle intenzioni di Mumford esprimeva un allarme, ma al tempo stesso l’urgenza di uno sprone a rinnovare lo spazio abitativo dell’uomo a partire dal suo luogo di aggregazione e condivisione da sempre più importante e decisivo: quello delle città.

My Father looks for an honest city (2010)

My Father looks for an honest city (2010)

My Father looks for an honest city (2010) di Basim Magdy mostra uno scenario desolato, quello delle periferie in espansione del Cairo, segnato da edifici anonimi in costruzione, strade in terra battuta e cani randagi. Luogo di transizione tra il cemento e la vegetazione spontanea, non ancora completamente urbanizzato e al tempo stesso non più rurale, il sito è percorso lentamente dal padre dell’artista che regge in pieno giorno una lampada accesa, esplorando il territorio senza una finalità manifesta. È evidente il riferimento dell’opera alla figura di Diogene il cinico che provocatoriamente “cercava l’uomo” sorreggendo una lampada mentre vagava in pieno giorno per i mercati di Atene. Mediante questo gesto paradossale Diogene suscitava una critica radicale sulla capacità dei suoi concittadini di assumere una partecipazione attiva alla loro realtà sociale senza essere solo vacue comparse. Il re-enactment filosofico di Magdy opera in termini intuitivi una medesima sollecitazione, affidando ai gesti minimi del padre la capacità di leggere un territorio anonimo in termini analitici, interrogandosi sul destino del Cairo e dell’Egitto contemporaneo. You Have never Been There (2010) di Mores McWreath è un film di 90 minuti, composto assemblando liberamente scene tratte da 120 film che hanno raccontato e tematizzato la fine della civiltà umana in termini apocalittici. L’artista ha selezionato scene in cui si alternano con evidenza, paesaggi urbani e naturali devastati, segnati dai regesti della civiltà occidentale e da un presente di disfacimento e dissoluzione. In tal modo L’opera è un ritratto della civiltà occidentale successivo alla sua fine, la descrizione per immagini di un’autodistruzione progressiva in cui l’estetica della cinematografia è sottratta dall’artista alla fiction per diventare documento reale, prova testimoniale e archivio ante litteram di un probabile scenario futuro. In End Transmission (2010) di Yin-Ju Chen & James T. Hong immagini in bianco e nero di siti metropolitani in successione compongono un paesaggio indecifrabile, caratterizzato da un senso di sorveglianza e asservimento. I messaggi che appaiono a intermittenza dettano il nuovo programma di gestione del pianeta da parte di entità aliene indefinite. Dai contenuti imperativi dei testi si evince che l’umanità ha fallito ed è necessario un radicale intervento di palingenesi da parte di un potere esterno. Questa suggestione da science-fiction è supportata da immagini autentiche di piattaforme industriali, sconfinate metropoli notturne, serre artificiali e masse di merci da consumo pronte per l’esportazione. Girate dal vivo tra l’Europa e l’Asia, le scene di Yin-Ju Chen e James T. Hong alludono alle trasformazioni in corso dei grandi contesti metropolitani contemporanei e delle produzioni industriali su grande scala, lasciando affiorare una drammatica immagine dell’alienazione della vita e del lavoro contemporaneo su scala globale. Partendo da una ricerca localizzata sulla micro realtà della Sardegna contemporanea, l’italiano Pietro Mele porta avanti una riflessione critica sulla traumatica modernità che è stata imposta al mondo agropastorale dell’isola. Ottana (2008) prende il titolo dall’omonima cittadina nell’area della Barbagia dove a partire dagli anni Sessanta è sorto un gigantesco polo petrolchimico di devastante impatto ambientale. L’opera racconta il compromesso stridente tra il mondo della grande produzione industriale e la quotidianità degli operai che mantengono sin alle porte della fabbrica tradizioni e usanze residuali proprie di un mondo ormai prossimo all’estinzione. L’urbanizzazione e il lavoro industriale appaiono nell’opera di Mele un incubo calato da altrove, una mostruosa allucinazione visiva che si staglia sullo sfondo del paesaggio rurale sardo, attraversato all’alba dagli operai in fila a cavallo verso la fabbrica. Protagonista di Estádio Nacional (2009) di Camilo Yáñez è la città di Santiago, colta nelle vicende drammatiche degli ultimi decenni. Il film è stato girato dall’artista l’11 settembre del 2009 nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, luogo chiave della storia cilena contemporanea. In particolare lo stadio è entrato nella memoria collettiva del Paese in seguito al colpo di stato occorso proprio l’11 settembre del 1973, quando il generale Pinochet con l’appoggio degli Stati Uniti destituì il governo democraticamente eletto di Salvatore Allende. Nei giorni convulsi successivi al colpo di stato lo stadio divenne un luogo di prigionia dove vennero assassinate oltre 3000 persone dalle forze della nuova dittatura militare. Girato il film all’interno dello stadio vuoto e accompagnato da una celebre canzone del repertorio nazionale cileno, Estádio Nacional è un omaggio alla storia cilena, al tempo stesso un’elegia funebre in memoria delle vittime del colpo di stato del ‘73, ma anche un rilancio in avanti della speranza, in un luogo che ha visto alternarsi le speranze e i drammi sociali più cupi del popolo cileno.

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Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

ANDREAS BUNTE – WELT VOR DER SCHWELLE
14 Settembre - 3 Novembre 2012

A cura di Luigi Fassi

Il centro del lavoro di Andreas Bunte è dato da un interesse per la storia sociale dell’uomo in relazione al suo ambiente metropolitano, politico e architettonico. L’artista tedesco analizza elementi laterali della storia moderna e contemporanea, riflettendo sul rapporto tra il paesaggio urbano e lo sviluppo civile dell’uomo, tra la storia dell’architettura e i comportamenti sociali. L’artista tedesco è autore di un particolare procedimento analitico, al tempo stesso rigoroso e immaginifico, capace di coniugare realtà storica e finzione per dar forma a narrazioni visionarie. I suoi film in 16 mm, realizzati per lo più in bianco e nero, sono un affresco su alcuni delle manifestazioni al tempo stesso più grandiose e sinistre della storia moderna ed è proprio la modernità dall’Ottocento in poi, nel suo doppio volto di utopia salvifica e catastrofe incombente, ad essere la vera protagonista della sua ricerca artistica. Bunte offre così un viaggio spazio-temporale attraverso i secoli della tarda modernità mediante opere che se osservate nel loro insieme acquisiscono i tratti di un’epica fantasmagorica, tesa tra enciclopedismo scientifico, storia delle idee e cronaca politica.

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Il nuovo film presentato e prodotto dall’artista in occasione della sua prima mostra personale italiana presso l’ar/ge kunst Galerie Museum di Bolzano è intitolato Welt vor der Schwelle (World at the Threshold) ed è una sintesi dei molteplici interessi analizzati da Bunte in tutti i suoi lavori precedenti. Incentrato sull’architettura religiosa tedesca del Dopoguerra, il cuore teorico dell’opera è dato da due libri scritti dall’architetto Rudolf Schwarz, intitolati proprio Welt vor der Schwelle e Vom Bau der Kirche (1947).

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Girato in 16 mm e costruito come un’esplorazione visiva di tre chiese tedesche, quelle di Johannes XXIII a Colonia (Josef Rikus, 1968), di Wallfahrtskirche a Neviges (Gottfried Boehm, 1966-68) e di St. Anna a Dueren (Rudolf Schwarz, 1951-56), il film di Bunte interroga le modalità ideologiche dell’architettura religiosa in Germania dopo il disastro della Seconda guerra mondiale. Frutto del boom economico del Paese successivo dalla metà degli anni Cinquanta, le tre chiese studiate da Bunte dimostrano un orientamento verso le forme di un razionalismo rigoroso e senza compromessi, capace di ridefinire una nuova relazione dell’uomo con il Divino e una rinnovata interpretazione del ruolo della Chiesa in una società secolarizzata. Centro essenziale del film è proprio il rapporto intimo tra l’individuo e l’architettura, determinato dall’interazione che si crea tra lo spazio del culto e la sua percezione tramite i sensi della vista, dell’udito e del tatto. I dettagli costruttivi in calcestruzzo grezzo, l’assenza di ornamenti e la severità brutalista degli spazi e degli arredi sono al centro delle inquadrature del film che trasfigura i volumi architettonici in una riflessione estetica sul rapporto tra forma materiale e uso spirituale, tra luogo pubblico e devozione privata.

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

In termini narrativi l’opera è costruita secondo i canoni dei film di divulgazione scientifica, il cui linguaggio è finalizzato a rendere intellegibili fenomeni altrimenti complessi e inaccessibili all’occhio e alla percezione umana. Visioni al rallentatore, ingradimenti microscopici, animazioni, diagrammi e voci di commento sono strumenti formali di analisi propri del genere del scientific research film che Bunte ha attivato per realizzare Welt vor der Schwelle, in modo da conferire all’opera un carattere al tempo stesso neutrale e ideologico, nel suo essere perfettamente comprensibile nei suoi passaggi logici ma anche manipolativa nella sua capacità di guidare lo spettatore verso una determinata interpretazione dei fatti.

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Cube (draft), 2012; Cube, 2012

THE RAPE OF EUROPE
8 Giugno - 28 Luglio 2012

Leander Schwazer
The Rape of Europe (Il Ratto di Europa)

Installation View

Installation View

Al principio del libro sesto delle “Metamorfosi” Ovidio narra della prodigiosa arte tessile di Aracne, famosa per le sue straordinarie qualità di filatrice. Pallade, la dea della filatura, invidiosa del suo talento, accetta di sfidarla nell’arte del filare. Il soggetto intessuto da Aracne per la competizione è quello del “Ratto di Europa”, episodio in cui Giove si tramuta in un bue bianco per rapire con l’inganno la giovane Europa. Nelle parole di Ovidio, così forte è il realismo della filatura di Aracne che si direbbe ogni dettaglio sia vero. Accecata dall’ira per il talento di Aracne, Pallade tramuta la fanciulla in un ragno, destinandola a rifare sempre daccapo le proprie tele emettendo filamenti dal corpo.

Il mito di Aracne come creatura metamorfica, legata alla storia artistica della filatura, attraversa tutta la cultura occidentale. È Tiziano a metà del Cinquecento a dare una rappresentazione iconica del ratto di Europa destinata a essere ripresa nei secoli, in cui si mostra la fanciulla portata via da Giove in sembianza di toro. Poco più di mezzo secolo dopo, nella prima metà del Seicento, Pieter Paul Rubens ridipinge l’iconografia di Europa seguendo da vicino il modello tizianesco. Nel 1656 Diego Velazquez compone “Las hilanderas” (le filatrici) opera pittorica costruita su due livelli scenici. In primo piano si vedono delle filatrici impegnate in un laboratorio di arazzeria, tra matasse di lana e attrezzature di lavoro, mentre sullo sfondo Velazquez inscenato il mito di Aracne.

L’attività tessile di Aracne è la prima testimonianza di una pratica tecnologica, quella della tessitura, che per molti secoli in Europa avrà un’importanza primaria e si situerà a metà strada fra storia della cultura artistica, con la tessitura degli arazzi, e storia industriale, con l’avvio delle produzioni tessili di massa. Punto d’incontro e interscambio tra questi due poli è individuato da Leander Schwazer nel telaio Jacquard, messo a punto nel 1805 dall’omonimo inventore francese Joseph-Marie Jacquard. Questo telaio segna una rivoluzione nell’industria tessile ottocentesca, meccanizzando la produzione di complessi tessuti ricamati.

La mostra di Schwazer per l’ar/ge kunst è tutta incentrata sul medesimo soggetto storico-iconografico, l’episodio del ratto di Europa. Questo tema mitologico diventa nella riflessione dell’artista un modello archetipico declinato in molteplici opere e termini visivi, al fine di mostrarne la sua risonanza concettuale nella storia della cultura europea.

The Rape of Europe, 2012

The Rape of Europe, 2012

Nella prima sala The Rape of Europe (2012) è una ricostruzione filologica della scena mitologica ovidiana come raffigurata da Tiziano e da Rubens, con in primo piano la figura di Europa a cavallo del toro Giove. Eseguita mediante l’accostamento successivo di schede perforate secondo la modalità di automazione meccanica del telaio Jacquard, il disegno è un mosaico figurativo la cui leggibilità è determinata dalla continuità dei fori che disegnano nel loro complesso il tratteggio dei profili delle figure e dello spazio retrostante. L’opera è accompagnata da un cubo di aspetto minimalista (Punched Europe, 2012) composto assemblando in pressione tutte le centinaia di frammenti circolari di cartoncino prodotti dalla punzonatura delle schede operata dall’artista in fase di preparazione del disegno.

The Head of Europe (2012)

The Head of Europe (2012)

Allestita nella seconda sala, Point Design (2012) è la matrice adoperata da Schwazer per poter realizzare la perforazione delle schede secondo il modello Jacquard. Come un negativo fotografico, o una lastra di una stampa litografica, l’opera si presenta ad un primo sguardo come una scena decorativamente astratta. Osservata in relazione al The Rape of Europe, Point Design rivela invece la sua origine dal dipinto tizianesco e la sua natura di tavola preparatoria per il collage di schede perforate.

Disseminati nello spazio espositivo si trovano altri regesti e indizi della ricerca dell’artista. Il singolo dettaglio della testa di Europa è presentato da Schwazer appare in forma di tessitura (The Head of Europe, 2012), realizzata attivando un antico telaio Jacquard con le schede perforate dell’opera principale. Compare inoltre su una parete un piccolo ritratto in tessuto filato di Joseph-Marie Jacquard (Jacquard, 2012), eseguito su un disegno ottocentesco, a evocare nella mostra la presenza fisica dell’inventore francese e il suo ruolo di ispiratore finale di tutto il progetto espositivo. La scultura Grandfathers Stuff (2012) è infine un cilindro ricoperto di tessuti di lino filati a mano, di produzione sudtirolese. La tradizione del filare a mano trova così in quest’opera un preciso riferimento al territorio di origine dell’artista.

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PASCAL SCHWAIGHOFER – MISHA STROJ
30 Marzo - 26 Maggio 2012

Il progetto espositivo presenta le prime personali italiane di Misha Stroj (1974, vive e lavora a Vienna) e Pascal Schwaighofer (1976, vive e lavora a Mendrisio e Rotterdam).
Entrambi gli artisti condividono un approccio di carattere analitico al loro lavoro e sono orientati a interrogare i mezzi e la natura del linguaggio artistico ancora prima di interessarsi a temi e argomenti determinati. La mostra è in tal senso uno scacchiere di posizioni, di contrasti e assonanze intuitive tra i diversi lavori.

Misha Stroj Chi Semina Vento, Fotogram. 30 x 24 cm. Courtesy thr artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna

Misha Stroj
Chi Semina Vento, Fotogram. 30 x 24 cm. Courtesy thr artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna

Il lavoro di Misha Stroj prende avvio da ricerche storiche e sociali sui luoghi in cui egli espone. In diverse opere l’artista affronta il tema dei rapporti economici e delle forze materiali operanti nella società e nell’industria culturale, sino a mettere in questione i meccanismi stessi del sistema dell’arte e la logica di cosa determini il valore e il significato di un’opera d’arte. Le opere in mostra informano un racconto personale istruito nei termini di una paradossale narrazione intima in cui il vissuto personale dell’artista compare trasfigurato e letto in relazione con elementi tratti dalla storia economica europea e dalla cultura italiana letteraria del secondo Novecento.
Die Säule mit dem Knie (2010) unisce in un’unica scultura un calco del ginocchio di Stroj e una colonna d’acciaio della stessa altezza dell’artista prelevata da uno stabilimento industriale abbandonato a Berlino. Quasi un ironico autoritratto dell’artista al tempo della crisi del mondo industriale in Europa, la scultura è un’unione antitetica di due materiali lontanissimi tra loro, dove il calco in gesso, forma evocativa del corpo umano, prova ad animare la colonna di acciaio, residuo pesante della memoria industriale novecentesca. Prosegue su un versante di spiazzante autobiografia anche Index Broken (2012), calco della mano dell’artista il cui dito indice appare spezzato. Come un riferimento indicativo al rapporto tra identità personale e mondo esterno, tra cognizione di sé e alterità, Index Broken appare un tentativo di comunicazione visiva interrotto a metà strada da ragioni ignote e irrevocabili. Intorno ad altri interventi dell’artista in mostra aleggia il riferimento ideale alle pagine de La vita agra di Luciano Bianciardi. Pubblicato nel 1962 e capace di interpretare anzitempo il boom economico italiano degli anni Sessanta e il suo impatto sui costumi sociali degli Italiani, catturati dalla società dei consumi e da ritmi di lavoro di tipo industriale, l’opera di Bianciardi è nelle riflessioni di Stroj uno strumento di analisi privilegiato. Che rapporto c’è oggi in Europa tra libertà creativa e industria culturale e che possibilità di azione è rimasta agli artisti? Stroj ripercorre la traccia delle visionarie riflessioni di Bianciardi, intessendo per mezzo di collage, fotografie e citazioni un dialogo con lo scrittore italiano, nel tentativo di opporsi allo scacco esistenziale con cui si chiude la vicenda del protagonista del romanzo.

Atlas (Theatrum Orbis Terrarum), 2009-2010. Suminagashi on atlas sheet, 43 x 30,5 cm Courtesy the artist

Atlas (Theatrum Orbis Terrarum), 2009-2010. Suminagashi on atlas sheet, 43 x 30,5 cm Courtesy the artist

Pascal Schwaighofer dissemina un’entropia inarrestabile all’interno delle forme da lui create – costellazioni oggettuali colme di riferimenti alla geografia, alla storia naturale, all’archeologia e alla cultura orientale. A determinare la matrice di partenza del suo operare è un rapporto dialettico tra forma chiusa e indeterminazione, tra canone e infrazione. Il progetto di Schwaighofer per la mostra presso l’ar/ge kunst si articola in due lavori indipendenti posti tra loro in relazione, entrambi accomunati da riferimenti alla cultura orientale e da una riflessione sulla stampa come tecnica di riproduzione e divulgazione. Nel primo, Atlas (Theatrum Orbis Terrarum) (2009-10), l’artista ha raccolto una molteplicità di mappe cartografiche di diversi paesi per sottoporle a un processo di trasmutazione mediante la tecnica artistica giapponese nota come Suminagashi. L’inchiostratura monostampa di una superficie di colori sulle mappe dissemina un nuovo codice di lettura, distorcendo il potere di rappresentazione istruito dai canoni cartografici. Forme geopolitiche definite derivano verso dimensioni immaginarie e imprevedibili, in un’espansione concentrica dove il canone della ragione cartografica è disfatto e il suo disfarsi è un processo messo a nudo sotto gli occhi dello spettatore nelle linee sinuose degli inchiostri in tecnica Suminagashi. ¿Qué horas son en el Japon? (2011) è un’appropriazione di Schwaighofer di alcune stampe giapponesi settecentesche di Hokusai, raffiguranti le onde dell’oceano e personaggi colti in scene quotidiane e rituali. Tali immagini sono riprodotte dall’artista con la tecnica dell’emulsione fotografica in camera oscura direttamente sulle pareti dell’ar/ge kunst, per diventare parte integrante dell’intonaco. Le iconografie tradizionali sono in tal modo riportate a nuova vita mediante un passaggio multiplo di traduzioni e tecniche formali (la fotografia, l’emulsione, l’applicazione a muro) che carica le immagini di successive risonanze e stratificazioni, sino a congelarle in uno stato di potenziale eternità nel corpo stesso dello spazio espositivo.

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Rob Johannesma, Newspapers 2012

WORLD-WIELDING
27 Gennaio - 17 Marzo 2012

Rob Johannesma
A cura di Luigi Fassi – Alberto Salvadori

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Organizzata dall’ar/ge kunst Galerie Museum di Bolzano e dal Museo Marino Marini di Firenze e ospitata contemporaneamente nelle due istituzioni, la mostra di Rob Johannesma (Amsterdam 1970, vive e lavora ad Amsterdam) è la prima personale dell’artista olandese in Italia. Johannesma è concentrato da alcuni anni in un’esplorazione delle possibilità simboliche e narrative della riproduzione fotografica, mediante la messa punto di una sofisticata metodologia comparativa di lettura delle immagini, volta a istruire un rapporto di risonanza tra icone del patrimonio storico-artistico occidentale e materiali dell’universo mediatico globalizzato. Oggetto della sua ricerca sono i codici formali e narrativi che hanno caratterizzato l’immaginazione visiva occidentale dall’età rinascimentale fino ad oggi, al fine di interrogare la natura delle immagini fotografiche contemporanee e la loro ipotesi di veridicità come evidenza storica.

Le immagini fotografiche privilegiate dalla ricerca di Johannesma sono quelle che accompagnano la cronaca del giornalismo internazionale e costituiscono una risorsa di informazione in presa diretta sulle vicende globali. L’artista focalizza e conserva tali immagini per la loro natura di materiali visivi di consumo iperaccelerato, destinate a invecchiare e scadere nell’arco di poche ore dalla loro pubblicazione. Si tratta prevalentemente di scatti di guerra, immagini di violenza e scene segnate da un forte contenuto geopolitico. Johannesma riunisce comparativamente nelle sue installazioni la riproducibilità meccanica delle immagini con la costruzione ideale della storia attraverso i paradigmi visivi della grande tradizione pittorica europea, da lui individuati nella matrice della cultura rinascimentale olandese e fiamminga.

In mostra compare un nuovo monumentale lavoro fotografico, World-Wielding (2012), che riflette sul rapporto tra fotografia contemporanea e storia dell’arte a partire dalla riproduzione giornalistica di uno scatto pubblicato da un quotidiano olandese nel maggio del 2011. L’immagine raffigura i resti di un corpo umano a Srebrenica, città divenuta nota come il teatro del genocidio dei mussulmani bosniaci compiuto ad opera dell’esercito serbo nel 1995, durante la Guerra Bosniaca. L’artista ha sottoposto l’immagine a un processo di scomposizione e ricomposizione rifotografandola innumerevoli volte, sino a trasformarla in un esercizio di analisi testuale dei suoi possibili significati in rapporto alla storia della cronaca, alla storia dell’arte e al potenziale concettuale della fotografia nel mondo contemporaneo.

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Un grande tavolo ospita Newspapers (2012), un collage di fotografie tratte da giornali quotidiani. Costruita con una logica di ricerca intuitiva, mediante accostamenti, letture parallele e dissonanze, l’opera è uno scenario aperto di investigazione sul patrimonio iconografico della cultura occidentale. Paesaggi storici, riproduzioni di opere d’arte e scatti di cronaca internazionale si alternano e susseguono, dando vita a una molteplicità di riferimenti e suggestioni, capaci di rivelare la complessa ambiguità della fotografia come strumento di riproduzione del reale.

Completano la mostra due opere video, Blue and Orange (1998) e Untitled (2002) che illustrano parte della riflessione dell’artista sull’idea di paesaggio, trasfigurato in chiave astratta e simbolica mediante il rapporto tra forme, colori e orizzonti.

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

La mostra evidenzia come Johannesma apra la sua ricerca a due orizzonti paralleli, uno di ordine speculativo e uno narrativo, provando a ricondurre ad una possibile unità di significazione frammenti e unità visive tra loro disperse ed eterogenee. In tal senso è possibile accostare comparativamente il suo lavoro al solco dell’opera warburghiana dell’atlante figurativo di Mnemosyne, sia per la rievocazione del rapporto tra immagini e significati da questa messo in atto, sia per il modello polifonico utilizzato da Aby Warburg nella realizzazione dei suoi grandi tableaux iconografici.

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Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

A LONG TIME AGO LAST NIGHT
18 Novembre - 7 Gennaio 2012

Alejandro Cesarco
A cura di Luigi Fassi

Il lavoro di Alejandro Cesarco si muove nei confini propri dell’arte concettuale, in una ricerca volta a interrogare l’idea di narrazione e l’origine delle condizioni che rendono possibile un testo e i meccanismi del suo processo di significazione. Ciò che Cesarco focalizza è l’autonomia del testo e la modalità di relazione che si instaura tra un’opera e il suo spettatore, tra la parola scritta e il lettore. L’atto stesso di produzione artistica è per Cesarco una pratica di lettura e attorno a problemi di ermeneutica e di traduzione, osservati dalla prospettiva privilegiata della letteratura, si dipanano tutte le sue opere.

Index (a Novel) (2003) è l’indice alfabetico dei nomi e degli argomenti di un libro mai scritto, presentato da Cesarco nella forma canonica di alcune pagine numerate. Index è l’ipotesi paradossale di una lettura al contrario, una classificazione di nomi, riferimenti, temi e situazioni che si giustificano in modo autonomo, in indipendenza dal volume a cui dovrebbero riferirsi. Cesarco disegna in quest’opera lo spazio di un contenitore – l’indice ragionato – che diventa esso stesso il contenuto, un ipertesto narrativo capace di intrappolare il lettore in un esercizio infinito di rimandi e referenze, allusioni e intuizioni. Index può essere letto muovendo dalle singole parti verso il tutto, cercando di ricostruire il libro a cui potrebbe appartenere – portando a unità i termini che lo compongono – o in modo più anarchico, provando a cogliere le suggestioni delle voci elencate senza preoccupazione di una sintesi finale. Ciò che emerge sullo sfondo è il profilo di un’esistenza privata, l’immagine di una possibile autobiografia dell’artista.

Alejandro Cesarco, Everness, 16mm film transferred to DVD, 12 minutes, 2008

Alejandro Cesarco, Everness, 16mm film transferred to DVD,
12 minutes, 2008

Everness (2008) è un film a incastri composto da Cesarco mediante uno script che intreccia tra loro cinque diversi capitoli, tra vicende letterarie, storia politica e scene di intimità domestica. Nell’architettura dell’opera l’avvio è dato da un monologo dell’attore sul significato della tragedia nella letteratura occidentale e sull’apparizione del tragico come archetipo culturale. In un ulteriore passaggio Cesarco evoca i protagonisti di The Dead dai Dubliners di Joyce – Gretta e Gabriel – marito e moglie che si scoprono divisi nei loro ricordi e destinati ad allontanarsi irrimediabilmente l’uno dall’altra. A inframmezzare i momenti narrativi e speculativi del film vi sono poi due canzoni. La prima è presa dal repertorio del movimento tropicalista brasiliano degli anni Sessanta, un movimento artistico e musicale che reagiva al colpo di stato del 1964 e alla successiva repressione dei diritti di libertà politica e civile nel Paese. La seconda è un brano della guerra civile spagnola, un inno all’eroismo sacrificale di chi ha combattuto per la libertà in Spagna tra il 1936 e il 1939. Il capitolo finale dell’opera, primo piano silenzioso e senza parole di una coppia impegnata nella colazione del mattino, restituisce l’immagine un momento incerto e indefinito, risoluzione pacificata di conflitti e contrasti o, più probabilmente, segnale di una fine ormai definitiva del rapporto tra l’uomo e la donna.

Echi letterari continuano in The Gift and the Retribution (2011), un dittico fotografico costituito dalle copertine di due libri, “Los adioses” di Juan Carlos Onetti e “Poemas de amor” di Idea Vilariño, due figure centrali della produzione letteraria uruguayana del Novecento. I due libri hanno dediche incrociate, “Goodbyes” è dedicato a Vilariño, la quale a sua volta aveva dedicato “Love Poems” a Onetti. Cesarco pone in primo piano la dedica come strumento che rivela i fili sotterranei che avvicinano percorsi artistici e storie biografiche al tempo stesso vicine e lontane tra loro.

Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

La figura di Onetti è adombrata anche in Methodology (2011), un sofisticato dialogo di una coppia seduta attorno a un tavolo incentrato sullo spazio del non detto. Parole scritte, lettere e comunicazioni silenziose sono il soggetto del discorso che i due protagonisti articolano nell’opera, provando a definire i confini tra spazio intimo e pubblico, tra ciò che si può dire e ciò che non deve essere espresso. Il dialogo della coppia perimetra così lo spazio dei sentimenti privati e della loro negoziazione nel rapporto con gli altri. Non tutto ciò che si dice può essere disciolto in elementi perfettamente comprensibili e l’opera allude a uno spazio di opacità irrimediabile nel dialogo tra l’uomo e la donna.

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Alessandro Gagliardo Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

UN MITO ANTROPOLOGICO TELEVISIVO
15 Settembre - 5 Novembre 2011

Alessandro Gagliardo
A cura di Luigi Fassi

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo è autore di una ricerca incentrata sull’impatto della documentazione televisivo-giornalistica nella costruzione di una lettura mitografica della storia siciliana contemporanea. Intitolata Un mito antropologico televisivo, tale ricerca è incentrata sugli anni decisivi intercorsi tra il 1991 e il 1994, caratterizzati da una molteplicità di eventi destinati a ridisegnare la storia siciliana e quella italiana. Dalle stragi di mafia in tutto il territorio regionale, culminate in quelle palermitane di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sino all’esplosione della crisi dell’edilizia abitativa, segnata da un abusivismo irrisolto da decenni, la prima metà degli anni Novanta è il palcoscenico di una conflittualità crescente tra stato e cittadini e di un riassetto politico generale del Paese i cui effetti continuano ancora nel presente.
Il progetto di Gagliardo è articolato in diversi capitoli volti a istruire una narrazione complessa di questi eventi a partire dalla microstoria quotidiana della provincia di Catania e dei suoi paesi, così come documentata dai materiali di repertorio delle produzioni giornalistiche delle emittenti televisive locali di quel periodo.

Mitografia (2011) è un oggetto visivo costituito da un insieme di oltre centoventimila fotogrammi di fisionomie e umori di massa. Successione rallentata di documentazioni ad uso televisivo filmate nel corso di manifestazioni pubbliche di protesta nel catanese nei primi anni novanta, Mitografia attiva una riflessione sulla trasfigurazione antropologica della società così come resa manifesta dalle forme documentarie del medium catodico.
Gagliardo introduce in Mitografia una sensibilità culturale che ritorna anche nelle due opere video di Città Stato (2011), segnalando la prossimità del suo lavoro ad una tradizione intellettuale che dagli anni Quaranta in poi aveva denunziato la crisi del Mezzogiorno italiano e al tempo stesso la potenzialità di quel territorio come risorsa sociale e politica per contrastare il degrado introdotto dal neocapitalismo italiano. Dai viaggi e dai libri di Carlo Levi nel meridione, dall’azione politica e letteraria di Antonio Gramsci, Rocco Scotellaro e Danilo Dolci, sino alle denunce di Pier Paolo Pasolini sul genocidio del mondo contadino italiano, la ricerca di Gagliardo sembra rinnovare tale tradizione focalizzando un’interpretazione di natura antropologica del mondo sociale siciliano dei primi anni novanta. La recrudescenza delle stragi di mafia di quel periodo è scandagliata da Gagliardo attraverso una lettura minuziosa del mondo catanese, dove a omicidi e brutalità si accompagna il disagio civile generato dall’abusivismo di massa e dall’impossibilità di trovare una mediazione tra cittadini e autorità. I suoi lavori non sono costruiti partire dai servizi giornalistici montati e rifiniti, ma dalla congerie magmatica e ruvida dei nastri di repertorio – le ore di girato accumulate dagli operatori delle televisioni locali alla scoperta del territorio catanese – prima di ogni montaggio e confezionamento per la messa in onda.

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

La stessa logica è all’opera in Dei poteri e delle povertà (2011), un’installazione composta da decine di singoli fotogrammi stampati su carta e selezionati dai medesimi materiali dei master SVHS realizzati dalle televisioni locali catanesi. Come suggerisce il titolo, l’opera è una drammaturgia visiva inscritta tra contrasti, abusi e indigenze. Il flusso della quotidianità nelle strade di città come Biancavilla, Adrano, Misterbianco, Santa Maria di Licodia e Paternò, si dipana tra scene di omicidi di mafia, memoriali funebri, ma anche paesaggi urbani, campagne e periferie. La presenza ricorsiva dei microfoni in primo piano è elemento decisivo per una metamorfosi iconografica delle scene, che evidenziano l’avvenuta mediazione tra telecamere e realtà, esperienza quotidiana e narrazione giornalistica.

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Selma Alaçam Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

SELMA ALAÇAM – NICOLÒ DEGIORGIS
17 Giugno - 30 Luglio 2011

A cura di Luigi Fassi

Selma Alaçam (1980, vive e lavora a Karlsruhe, Germania) e Nicolò Degiorgis (1985, vive e lavora a Bolzano) analizzano nei loro lavori il tema cruciale del rapporto tra la cultura islamica e la modernità occidentale nell’Europa contemporanea. Che conoscenza ha l’opinione pubblica media in Europa dell’immigrazione islamica nel continente, della vita delle famiglie miste e delle prospettive di integrazione di chi proviene dai paesi mussulmani? Muovendo ciascuno dalla particolarità della propria prospettiva nazionale e culturale, Alaçam e Degiorgis mettono in atto delle strategie di riflessione artistica finalizzate a portare in primo piano una molteplicità di elementi rimossi dal dibattito pubblico in Europa, contribuendo in tal modo a rendere possibile una riflessione più complessa e articolata del tema trattato.

 Nicolò Degiorgis Hidden Islam - Islamic makeshift places of worship in north - east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Nicolò Degiorgis
Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Hidden Islam (2009-11) è un progetto fotografico condotto da Degiorgis alla scoperta dei luoghi di culto islamici in nord Italia. A tutt’oggi sono solo due le moschee ufficiali in Italia, a fronte di una popolazione mussulmana di oltre un milione di residenti. L’artista ha così fotografato i luoghi di culto improvvisati in cui i mussulmani esercitano il loro culto nell’Italia contemporanea, alla periferia delle grandi città e in luoghi precari e abbandonati, come ex-garage, capannoni e cantine. L’artista ha intrattenuto un rapporto continuativo e consolidato con diversità comunità islamiche sino ad aver accesso ai momenti di preghiera collettiva e agli aspetti più intimi della ritualità islamica.

 Nicolò Degiorgis Hidden Islam - Islamic makeshift places of worship in north - east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Nicolò Degiorgis
Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Dal Veneto al Friuli Venezia Giulia al Sudtirolo, Degiorgis restituisce il ritratto inedito di una parte d’Italia rimossa e marginale. Se così la sua opera invita a riflettere sulla situazione di disagio a cui è costretta la comunità islamica oggi nel Paese, Hidden Islam traccia anche, indirettamente, un’immagine complessa e problematica dell’Italia contemporanea e della sua continua difficoltà di sapersi collocare in una modernità di progresso civile pienamente compiuta.

Selma Alaçam analizza in molteplici modi nel suo lavoro il rapporto con la propria doppia identità di cittadina tedesca e turca, cresciuta in Germania secondo i modelli dell’educazione mussulmana. Isolated and Protected (2009) è una video installazione di sette monitor in cui l’artista presenta alcune scene domestiche di una famiglia turco-mussulmana in Germania. La piena visibilità dei monitor è tuttavia impedita da una pannellatura che riprende i modelli decorativi della tradizione araba per proteggere le abitazioni private dagli sguardi esterni. Lo spettatore ha così accesso limitato e parziale a quanto succede, una visibilità interrotta che “isola e protegge” le immagini dallo sguardo estraneo, simbolo del difficile rapporto di comunicazione e scambio tra la cultura occidentale e quella islamica oggi in Europa.
In Haare (2009) l’artista stessa appare impegnata pettinarsi sino a poter indossare una parrucca identica ai propri capelli. La scena allude alla strategia messa in atto da molte giovani donne in Turchia per poter rimanere fedeli alla regola islamica – che vieta di mostrare i propri capelli – senza per questo dover rinunciare alla propria bellezza.

Selma Alaçam Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

Selma Alaçam
Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

Turkish National Anthem (2010) mostra alcuni spezzoni di video scaricati dall’artista da Youtube in cui alcuni bambini di pochi anni in Turchia sono ripresi in contesti privati e domestici mentre cantano con grande emotività e trasporto l’inno nazionale del proprio Paese. Senza commenti e alterazioni, l’opera insinua un senso di disagio e inquietudine, alludendo ai rischi del nazionalismo e delle manipolazioni ideologiche operate dagli adulti verso i bambini.

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Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

RUNO LAGOMARSINO – VIOLENT CORNERS
15 Aprile - 4 Giugno 2011

A cura di Luigi Fassi

Il lavoro di Runo Lagomarsino (Malmö, Svezia 1977, vive e lavora a San Paolo, Brasile) è una ricerca finalizzata a indagare i modelli storiografici, geografici e matematici che hanno informato il controllo coloniale del mondo da parte della modernità occidentale. Come si articola il rapporto tra l’invenzione della descrizione storico-geografica del pianeta ad opera della ragione europea e il dominio politico di esso? Le ricerche di Lagomarsino provano a rispondere a tale quesito muovendo da una prospettiva di analisi culturale comparata, suggerendo la possibilità di nuove forme di interpretazione culturale, alternative e oppositive rispetto a quelle sancite e trasmesse dalla ragione moderna europea.
La prima mostra personale dell’artista svedese in Italia – Violent Corners – presenta una serie di opere recenti e inedite incentrate sulla relazione tra il coloniale europeo e la storia del continente sudamericana dal XVI secolo alla contemporaneità.

Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

A Conquest Means Not Only Taking Over (II) (2010-11) ha come riferimento storico la figura di Francisco Pizarro, il conquistatore spagnolo che aveva guidato l’occupazione e l’assoggettamento dell’impero degli Incas in Sudamerica al principio del XVI secolo. Gli storici documentano come Pizarro non sapesse né leggere né scrivere e gli atti amministrativi di esercizio del suo potere autoritario venissero da lui autenticati apponendo un doppio ghirigoro al posto della firma, in mezzo ai quali un notaio controfirmava a garanzia di autenticità giuridica dell’atto stesso. Questo segno grafico rappresentativo dell’identità del conquistatore spagnolo, nella sua forma esile e prossima alle forme di un disegno astratto, rappresentava così la manifestazione del potere coloniale europeo, divenendo la sanzione di un atto di violenza e oppressione destinato a cambiare per sempre la storia del Nuovo e del Vecchio Mondo. L’installazione di Lagomarsino riproduce filologicamente la “firma” di Pizarro nella forma di una tappezzeria d’interni, dando un carattere di decorazione intima e familiare al simbolo del potere coloniale spagnolo. L’installazione si dipana attorno alla tappezzeria in una molteplicità di oggetti e reperti quotidiani, in cui Lagomarsino mostra le sedimentazioni della ragione moderna europea che impone se stessa mediante le forme più domestiche, imbrigliando in una rete di significati e interpretazioni il resto del mondo. Tavolette per appunti di legno pressato, fotografie e porzioni di affreschi, diventano nel loro insieme quasi una bussola mediante cui ripercorrere la matrice intellettuale di secoli di storia del dominio della ragione europea.

Runo Lagomarsino, Contratiempos, installation with Dia projection loop, sculptural model and projection screen, 2010 Courtesy Elastic Malmo and the artist

Runo Lagomarsino, Contratiempos, installation with Dia projection loop, sculptural model and projection screen, 2010 Courtesy Elastic Malmo and the artist

La ricerca dell’artista prosegue con Contratiempos (2009-10), installazione che ha come punto di partenza il Parque Ibirapuera di San Paolo, progettato da Oscar Niemeyer e Roberto Burle Marx nel 1954, secondo il modello del razionalismo modernista lecorbusiano importato nel contesto sudamericano. All’interno del parco, è presente la maggior parte degli edifici di utilità pubblica e culturale della città di Sao Paolo, fra i quali diversi musei. Questi edifici sono connessi tra loro da un lungo percorso coperto e realizzato in cemento, il Marquise do Parque do Ibirapuera. Contratiempos è costituita da 30 diapositive di spaccature, crepe e scheggiature nel selciato in cemento del Marquise che riprendono, in sorprendente somiglianza, la forma del continente sudamericano. L’artista ha costruito in tal modo, con mezzi minimi e senza alterare alcunché, una cartografia casuale ma reale del Sudamerica, una sembianza del continente costruita in un’approssimazione di desiderio e immaginazione. Colonialismo, desiderio ed esotismo convergono sottilmente in quest’opera in cui la presenza in scala ridotta del modello scultoreo del Marquise complica ulteriormente la narrazione messa in atto da Lagomarsino. Una maquette in legno restituisce infatti in termini astratti e decontestualizzati le forme sinuose della struttura del Marquise del parco di Ibirapuera.

Runo Lagomarsino, The G in Modernity Stands For Ghosts, HD transferred to DVD, 2009

Runo Lagomarsino, The G in Modernity Stands For Ghosts, HD transferred to DVD, 2009

Spazio, temporalità, cartografia e appropriazione costituiscono gli assi portanti della ricerca sul pensiero coloniale di Lagomarsino e trovano attuazione in forma strettamente metaforica anche in The G in Modernity Stands for Ghosts (2009). Questo lavoro video presenta una scatola di cartone colma di palline di carta appallottolate, frammenti strappati dagli spazi classificati come ignoti e inesplorati all’interno di un atlante geografico del pianeta terra. Il fiammifero posto sulla scatola da fuoco a tutta la struttura, trasformando la scatola stessa in una bara che si autodistrugge, trascinando con sé nella dissoluzione simbolica anche le terrae incognitae del globo, destinate a diventare fumo e cenere, ancora una volta fantasmi di una tracciatura cartografica che li aveva già destinati all’oblio. Come allude il titolo, la modernità è un magistero di controllo ideologico che racchiude al suo interno fantasmi e possibilità alternative a cui è stata tolta legittimità con un atto di esclusione cartografica. I corpi ritenuti estranei sono espulsi, e di loro non rimane traccia neanche nella lettera del nome modernità, come evidenzia l’artista, che con ironia provocatoria riporta l’attenzione sugli esclusi, i fantasmi della modernità, re-includendo la g inglese di fantasmi (ghosts) nel corpo della parola modernity (modernità).

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Zachary Formwalt, film still from In Place of Capital, single channel HD video with sound, 2009 Courtesy the artist

ZACHARY FORMWALT
5 Febbraio - 2 Aprile 2011

A cura di Luigi Fassi

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

La ricerca artistica di Zachary Formwalt è un’interrogazione filosofica di materiali ed eventi storico-economici provenienti dall’età moderna e contemporanea, individuati perseguendo un percorso di ricerca multiforme e polifonico, suscettibile di chiavi interpretative molteplici e non definitive. Il centro dell’interesse dell’artista è dato dal rapporto tra lo sviluppo della modernità e i meccanismi complessi dell’economia capitalista. Muovendo da una prospettiva di analisi marxista, Formwalt si interroga sull’impatto della storia economica nel mondo sociale e culturale europeo e americano dal XVII secolo in poi. Formwalt privilegia in tale contesto l’uso di materiali visivi provenienti da fonti diverse tra loro, proprie della comunicazione di massa, del cinema, della storia dell’arte, per leggere in controluce critica le vicende dei flussi finanziari e delle loro ripercussioni culturali. Quanto siamo consapevoli dei meccanismi simbolici che sovrintendono alle logiche del capitalismo e in che misura ne comprendiamo le ripercussioni culturali ad ampio raggio nel mondo contemporaneo?
Formwalt prova rispondere a tali domande mediante le ricerche condotte in In Place of Capital (2009), un film che traccia un parallelo tra lo sviluppo delle tecnologie pioneristiche di fotografia a fine Ottocento e le coeve strategie del capitalismo. L’artista muove da un’analisi di un particolare momento storico a metà Ottocento in Inghilterra, mostrando come l’incapacità della tecnica fotografica dell’epoca (sviluppata da William Henry Fox Talbot) di catturare sulla pellicola il movimento di persone e cose rappresenti in modo perfettamente speculare l’impossibilità di tracciare razionalmente i flussi del capitale: in termini marxiani il movimento che produce il capitale svanisce infatti nel momento stesso in cui il capitale si realizza, lasciando in evidenza solo una muta quantità di denaro. Nelle immagini scelte da Formwalt della borsa di Londra, il Royal Exchange Building, si fronteggiano due rappresentazioni del capitale, quella ufficiale, voluta dai architetti dell’edificio e organizzata attorno a una divinità allegorica del commercio che presiede le attività della borsa stessa, e una seconda rappresentazione, esito della tecnologia fotografica del periodo, impossibilitata a cogliere il flusso dei movimenti reali di uomini e scambi nelle trafficate strade attorno alla borsa.

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Anche Through a fine Screen (2010) accosta tra loro alcuni episodi della storia della fotografia e dell’economia per interpretare la realtà sociale contemporanea. Punto di partenza del lavoro è la storia di Central Park a New York, inaugurato nel 1856 e oggetto di molteplici riproduzioni fotografiche tra Ottocento e Novecento. Uno scatto del 1880 pubblicato il 4 marzo di quell’anno nel quotidiano The Daily Graphic e raffigurante le baracche dei senzatetto a New York, diventa per Formwalt una chiave di volta per interpretare in parallelo la costruzione del parco (con tutti suoi studiati clichè estetico-paesaggistici) e lo sviluppo economico di Manhattan. Questo lavoro si accompagna tematicamente alla serie fotografica di Vanderbilt’s Wants (2010), che consta di tre pagine prese dal Daily Graphic del 4 marzo 1880 che descrivono la volontà imprenditoriale di abbattere gli insediamenti di baracche a Manhattan e riproducono proprio l’immagine fotografica di quello scenario sociale di miseria descritta in Through a Fine Screen.
At Face Value (2008) è un viaggio a ritroso attraverso l’economia del Novecento, letta e interpretata dalla prospettiva dei francobolli. Dall’iperinflazione della Repubblica di Weimar alla crisi del 1929, tra Europa e Stati Uniti, il film di Formwalt mostra come i francobolli siano uno strumento prezioso e inesplorato per leggere in controluce gli sviluppi tumultuosi dell’economia e della storia sociale del Novecento.

La storia della teoria economica moderna è la protagonista di Kritik der Politik und der Nationalökonomie (2009). In quest’opera fotografica Formwalt ha riprodotto il contratto firmato a Parigi da Karl Marx nel 1845 con il suo editore Carl Leske. Una seconda immagine del lavoro è una fotografia dell’edificio di Rue Vanneau 38 a Parigi, dove Marx era vissuto al tempo della stesura del contratto. Prende spunto dalla biografia intellettuale di Marx anche An Episode in the History of Free Trade (2008). L’opera ricostruisce gli eventi del Free Trade Congress di Bruxelles del 1847 tra i cui relatori figuravano anche James Wilson, fondatore del “The Economist” e Karl Marx. Il collage composto da Formwalt riporta i materiali documentali dei due interventi insieme ad una recensione del congresso redatta da Friedrich Engels per il The Northern Star del 9 ottobre 1847. L’opera riproduce inoltre la pagina di un libro del 1993 pubblicato nell’occasione del 150° anniversario del “The Economist” in cui veniva ripubblicato il testo dell’intervento di James Wilson a Bruxelles. L’obiettivo dell’artista è riapprocciare il medesimo evento del 1847 da diversi punti di vista e prospettive cronologiche per evidenziare tutte le sue risonanze e la sua influenza nello sviluppo della teoria economica in Europa e nel mondo.

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Chto delat? Tower Songspiel, video, 2010 Courtesy the artist

CHTO DELAT?
27 Novembre - 22 Gennaio 2011

A cura di Luigi Fassi

Composto da diverse individualità – artisti, critici, filosofi e scrittori – il collettivo pietroburghese Chto delat? è concepito dai suoi membri come una poliedrica piattaforma di riflessione culturale e politica, a metà strada tra attivismo e produzione artistica. Finalizzate verso un’ambizione criticamente pratica, ispirata alla lezione politica del teatro didattico di Bertolt Brecht, le opere di Chto delat? stimolano un impatto di responsabilità individuale nello spettatore, dando spazio ai moventi e alle ragioni del cambiamento sociale mediante l’uso di strumenti satirici prossimi alla dimensione del grottesco e della parodia. Elaborando innovativamente la tradizione politica del rapporto tra prassi e teoria propria della sinistra europea, Chto delat? si muove all’interno di un territorio artisticamente ibrido, promuovendo i valori collettivi di un nuovo modo di aggregazione sociale nel segno del progressismo civile.
Per la sua prima mostra personale in Italia, Chto delat? presenta una trilogia di film composta nel corso degli ultimi due anni e incentrata prevalentemente sulla società russa post-perestrojka, segnata da una crisi politica e civile del tessuto sociale, disgregato dalle strutture burocratiche e ideologiche dell’autoritarismo capitalista dominante nel Paese.

Chto Delat?, Perestroika Songspiel, video, 2008

Chto Delat?, Perestroika Songspiel, video, 2008

La definizione delle tre opere come Songspiel è un riferimento al teatro musicale di Bertolt Brecht e di Kurt Weill, una forma artistica finalizzata ad avvicinare musica popolare e teatro per trasmettere messaggi e riflessioni politiche ad un pubblico socialmente ampio e diversificato. Perestroika Songspiel (2008), Partisans Songspiel (2009) e Tower Songspiel (2010) si caratterizzano così per una commistione di stili narrativi e performativi provenienti da tradizioni diverse. Il ruolo del coro nella tragedia classica, come voce onnisciente che compare più volte nel corso dello sviluppo drammatico, è messo dagli artisti a servizio di un approccio che riprende da vicino la metodologia del rigore critico del teatro di Bertolt Brecht, con un’accentuata presenza di forme vicine all’ espressionismo antirealista e alla parodia grottesca, che circoscrivono un senso quasi allegorico degli eventi rappresentati.

Chto Delat?, Partisans Songspiel, video, 2009

Chto Delat?, Partisans Songspiel, video, 2009

Perestroika Songspiel interroga l’eredità culturale della stagione della Perestroika, mostrando il fallimento politico e civile del momento storico immediatamente successivo, terminata l’euforia liberatoria della mobilitazione popolare. I diversi gruppi sociali del paese, affaristi, rivoluzionari, conservatori e progressisti divergono radicalmente sul destino del Paese e l’opera svela con ironia e sapore caricaturale la difficoltà di costruire un progetto politico condiviso. Partisans Songspiel affronta il tema della ricostruzione civile e politica nella Belgrado contemporanea, anch’essa segnata da conflitti radicali e dalla difficoltà di instaurare un processo di reale democratizzazione delle sue strutture sociali. Il neocapitalismo del Paese opprime le classi più svantaggiate, come operai, zingari, lesbiche e reduci di guerra, a cui l’opera dà spazio individuale in una formalizzazione visivamente simbolica. La satira di Tower Songspiel (coprodotto da ar/ge kunst Galleria Museo) è rivolta invece al dibattito pubblico suscitato a San Pietroburgo dalla costruzione del grattacielo sede della Gazprom, la società che detiene il monopolio dello sviluppo energetico del Paese. Per mezzo di stereotipi ed effetti satirici Chto delat? mette in scena una riunione dei dirigenti dell’azienda e della città impegnati a sviluppare strategie di corruzione e populismo al fine di guadagnare il consenso di tutte le parti sociali sulla costruzione della torre. La trilogia istituisce nel suo insieme uno spazio di dissenso, volto a suscitare nello spettatore una volontà di partecipazione conoscitiva e di reazione politica, mediante la forza oppositiva della ragione individuale e collettiva.

Exhibition view, Chto delat?, 2010 Foto: Ivo Corrà

Exhibition view, Chto delat?, 2010 Foto: Ivo Corrà

La trilogia è accompagnata in mostra da un altro lavoro video, Builders (2004) e da un caleidoscopio di wall drawing, giornali e inserti grafici sulle pareti dello spazio espositivo, secondo l’intenzione degli artisti di creare uno spazio unitario, dove diverse modalità espressive del dissenso e della resistenza critica, tra passato e presente, trovano coesione e sintonia corale.

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Rashaad Newsome, Five, performance, video, 2009 Courtesy the artist

RASHAAD NEWSOME
15 Settembre - 6 Novembre 2010

A cura di Luigi Fassi

Rashaad Newsome, Shade Compositions, performance, video, 2009 Courtesy the artist

Rashaad Newsome, Shade Compositions, performance, video, 2009 Courtesy the artist

Rashaad Newsome ha iniziato nel 2006 una ricerca sul linguaggio gestuale delle donne afroamericane e sulla loro capacità di trasmettere in modo immediato l’espressività del proprio corpo trasformandolo in catalizzatore di emozioni e sentimenti. Intenzionato a ribaltare la concezione comune che stigmatizza tale linguaggio come manifestazione da ghetto metropolitano, da degrado sociale fatto di bassa alfabetizzazione e marginalità sociale, Newsome ha operato in termini antropologici, provando a dimostrare la dignità culturale della gestualità afroamericana. A chi appartiene realmente tale linguaggio? Come si è sviluppato nel corso del tempo e quali sono i suoi confini geografici? Tali interrogativi hanno aperto gli orizzonti teorici della ricerca dell’artista ad una complessa indagine sul tema dell’appartenenza e della diversità culturale.
La prima personale dell’artista americano in una istituzione europea è incentrata sulla presentazione della performance Shade Compositions. L’espressività delle donne afroamericane presentata nella sua naturalezza da Shade Compositions diventa una sinfonia linguistica, una rappresentazione corale istruita su un ritmo collettivo, che unifica e trascende la singolarità dei gesti individuali in un dinamismo prossimo alla fluidità del canto.

Rashaad Newsome, exhibition view, 2010 Foto: Ivo Corrà

Rashaad Newsome, exhibition view, 2010 Foto: Ivo Corrà

Esito di un percorso di ricerca iniziato dall’artista nel 2006 a Parigi con donne afro-francesi, Newsome ha realizzato nel 2009 a New York la versione ad oggi più completa e sofisticata di Shade Compositions. Costruita collaborando con più di venti giovani donne afroamericane, l’opera manifesta la naturalezza del loro linguaggio vocale-gestuale all’interno di una partitura organizzata dall’artista. Strutturata in cinque sezioni tra loro interposte, la performance è assimilabile ad una composizione orchestrale classica, la cui compattezza espressiva è restituita nella fluidità dei modelli linguistici e gestuali scanditi dalle giovani donne partecipanti, come lo schioccare delle dita e delle labbra, lo sbuffare ed esclamare, il diniego e l’atteggiamento di risposta aggressiva. Oltre al video della performance newyorchese, diventato un lavoro autonomo, la mostra presenta Shade Compositions (Screen Tests 1-2) due opere video che presentano parte dei casting e delle selezioni organizzate dall’artista con una molteplicità di giovani donne per studiare il loro linguaggio espressivo. Articolati in forma di esercizi, prove e ripetizioni, gli Screen Tests costituiscono un ricchissimo archivio video accumulato da Newsome nel corso di diversi anni di ricerche tra l’Europa e gli Stati Uniti.
Il più recente progetto di Newsome, Five (2010) è un’ulteriore indagine su una forma linguistica marginalizzata della naturale cultura espressiva afroamericana. Si tratta del Voguing, uno stile di danza emerso tra gli anni Settanta e Ottanta nella cultura dei dance club gay e lesbo americani. La Vogue dance è una danza da strada, libera e creativa, ma al tempo stesso complessa e sofisticata, in stretta prossimità con l’esperienza e le forme della danza moderna e contemporanea. Come già in Shade Compositions Newsome è interessato ad esplorare l’evoluzione e il significato culturale del modello comunicativo del Voguing. Five è anch’essa una performance multimediale organizzata secondo i cinque movimenti principali dello stile Vogue, fatto di rotazioni e fluttuazioni eseguite dalla fisicità dei danzatori.
Untitled (2008) e Untitled (New Way) 2009 testimoniano la volontà di Newsome di riproporre l’estetica seminale del Voguing originario, così come preservatosi nel solco della tradizione afroamericana di strada tra libera improvvisazione e fluidità dei gesti espressivi.

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Installation view, Katarina Zdjelar, Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

KATARINA ZDJELAR – MICHAEL HÖPFNER
25 Giugno - 14 Agosto 2010

A cura di Luigi Fassi

Installation view, Katarina Zdjelar,  A Girl, the Sun and an Airplane Airplane, video, 2007 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Installation view, Katarina Zdjelar, A Girl, the Sun and an Airplane Airplane, video, 2007 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Impegnati in modi diversi a produrre una riflessione sui modelli della memoria e dell’immaginario collettivo all’interno della cultura occidentale, Katarina Zdjelar e Michael Höpfner esercitano un’analisi critica profonda degli sviluppi politici ed economici del mondo contemporaneo.
In A Girl, the Sun and an Airplane Airplane (2007) Katarina Zdjelar ha chiesto ad alcuni cittadini di Tirana, la capitale dell’Albania, di provare a parlare liberamente in russo all’interno di uno studio di registrazione. L’obiettivo dell’artista è di lasciar riaffiorare, in termini di memoria linguistica, quanto rimasto della stagione della dittatura sotto Enver Hoxha, quando il russo era la lingua di riferimento culturale e politico dell’Albania. L’opera è un tentativo di scavo nelle profondità dell’inconscio collettivo, indagato dando spazio alle reminiscenze linguistiche individuali proprie di un tempo passato. I cittadini più anziani di Tirana coinvolti dall’artista rammentano una molteplicità di parole e di frasi, per quanto spesso disarticolate e incoerenti tra loro, mentre i più giovani provano ad attingere invano ad una memoria linguistica e culturale che appare ancora oscuramente presente ma ormai inaccessibile nei suoi codici determinati. Lasciando reagire tra loro la dimensione contemporanea dell’Albania democratica con la memoria frammentata sul passato recente del Paese, A Girl, the Sun and an Airplane Airplane interroga il rapporto tra la realtà dei fatti storici e la loro assimilazione sul piano privato e individuale.

Installation view, Katarina Zdjelar,  Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Installation view, Katarina Zdjelar, Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Everything is Gonna Be (2008) è un’opera video realizzata dall’artista in Norvegia con il coinvolgimento di un gruppo di persone di mezza età, cresciute nell’agio del welfare norvegese sviluppatosi dagli anni Sessanta in poi. Il gruppo, un coro amatoriale di amici, si è cimentato su richiesta dell’artista nell’esecuzione della celebre canzone dei Beatles “Revolution”, un dialogo a due incentrato sulla stagione del 1968 e sul rapporto irrisolto tra rivoluzione e violenza, cambiamento sociale ed estremismo politico. L’uso fluido ma imperfetto della lingua inglese da parte dei cantanti diventa nell’opera dell’artista la rappresentazione simbolica di una loro inadeguatezza rispetto al contenuto della canzone, la messa in scena di una distanza tra le ambizioni giovanili e gli esiti delle biografie personali dei cantanti. Everything is Gonna Be apre in tal modo una riflessione sull’idea politica dell’Europa e sul ruolo civile e culturale dei suoi cittadini nello scenario del mondo contemporaneo.

Michael Höpfner, Outpost of Progress, slide series 2005-2010, slides b/w, light table, 2010 Courtesy the artist and Galerie Hubert Winter, Vienna

Michael Höpfner, Outpost of Progress, slide series 2005-2010, slides b/w, light table, 2010 Courtesy the artist and Galerie Hubert Winter, Vienna

Erosione, identità, memoria e dispersione sono le parole chiave anche della ricerca di Michael Höpfner. L’artista austriaco ha sviluppato nel corso degli ultimi anni un’attività artistica incentrata su un’erranza geografica e culturale, realizzata percorrendo a piedi regioni periferiche e paesaggi desertici in diversi continenti. Outpost of Progress (2005-2010) è l’esito di otto settimane di percorso condotto da Höpfner attraverso l’altipiano del Chang Tang nel Tibet occidentale, una regione abitata da circa cinquantamila persone di antica tradizione nomadica. Territorio precluso al libero ingresso di turisti e cittadini stranieri e tra i più ignoti del pianeta, il Chang Tang si è rivelato nel corso dell’esplorazione dell’artista sede di molteplici interventi di devastazione ambientale e architettonica. Lontana da ogni ideale di idillio naturale e purezza ambientale, la regione tibetana documentata da Höpfner appare al contrario un avamposto del degrado del pianeta operato da parte della cultura industrializzata, il teatro di una cancellazione di culture e tradizioni radicate da millenni. Tra rifugi, grotte e capanne, gli abitanti del Chang Tang resistono all’avanzare della modernità globale, opponendo mediante le forme di un’invisibilità nomadica la difesa del proprio mondo culturale in dissoluzione. Tramite la presentazione di regesti fotografici, diapositive e moduli abitativi essenziali derivati dalle architetture effimere della regione, Outpost of Progress smentisce l’idealizzazione di armonia e omogeneità associata ai grandi territori naturali mostrando la brutalità dell’antagonismo fra stanzialità e nomadismo, tradizione e sviluppo.

Exhibition view, Katarina Zdjelar - Michael Höpfner, 2010 Foto: M. Pardatscher

Exhibition view, Katarina Zdjelar – Michael Höpfner, 2010 Foto: M. Pardatscher

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Mark Boulos, Frame from All That Is Solid Melts into Air, video, 2008 Courtesy the artist

MARK BOULOS
23 Aprile - 19 Giugno 2010

A cura di Luigi Fassi

Exhibition view Mark Boulos,  2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view Mark Boulos, 2010 Photo: M. Pardatscher

La prima mostra personale di Mark Boulos (Boston, USA 1975, vive e lavora ad Amsterdam) in un’istituzione italiana è incentrata sulla presentazione di tre lavori, All That Is Solid Melts into Air (2008), The Origin of the World (2009) e The Word was God (2006) e intende offrire una panoramica esauriente della più significativa produzione dell’artista svizzero-americano. Le opere di Boulos affrontano il complesso rapporto tra fondamentalismo religioso, ideologia e terrorismo e testimoniano la sua volontà di attivare una pratica artistica radicale, costruita mediante l’osservazione partecipante dell’artista all’interno di contesti sociali estremi e difficilmente accessibili. I film dell’artista sperimentano un uso socialmente critico del mezzo video in cui lo spettatore non è condotto verso una verità predefinita ma è accompagnato in un percorso processuale di analisi, di interpretazione e di evoluzione.
La prima parte della doppia videoproiezione All That Is Solid Melts into Air è girata in Nigeria, nel delta del fiume Niger, uno dei principali siti mondiali di estrazione del petrolio greggio, in cui è in atto un conflitto violento tra la popolazione locale e le compagnie petrolifere autorizzate dal governo del Paese. L’attività estrattiva non ha infatti prodotto alcuna ricaduta economica sul territorio, contribuendo piuttosto ad impoverire, mediante devastazioni e inquinamento, la fragile economia di autosussistenza degli indigeni. Boulos ha trascorso alcune settimane di convivenza con i membri del Movement for the Emancipation of the Niger Delta, semplici pescatori trasformatisi in guerriglieri per contrastare tale logica di sfruttamento neocoloniale delle risorse del sottosuolo. Il video segue da una prospettiva interna, accompagnandolo, il crescendo parossistico dei riti, delle manifestazioni e del senso di comunità condivisi dai membri del Movement For Emancipation, impegnati a restituire dignità a loro stessi e al proprio Paese. La seconda proiezione dell’opera ha luogo negli spazi della Chicago Mercantile Exchange, la borsa di Chicago, dove vengono negoziati i valori finanziari del petrolio. Girata nei primi giorni della crisi di credito internazionale, durante il collasso della banca americana Bear Sterns, questa parte mette in scena un altro tipo di ritualità, quello della frenesia speculativa degli operatori di Chicago, impegnati a trattare i valore economici del petrolio mediante gli strumenti finanziari dei futures. La doppia prospettiva di All That Is Solid Melts into Air, che prende il titolo da una citazione tratta dal Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx, mostra così il medesimo bene materiale, il petrolio, in due fasi distinte del suo viaggio attraverso il sistema capitalistico globale, dall’estrazione iniziale nelle paludi nigeriane sino alla sua dissoluzione finanziaria negli indici telematici della borsa di Chicago.

Installation view, Mark Boulos, All That Is solid Melts into Air, 2010 Photo: M. Pardatscher

Installation view, Mark Boulos, All That Is solid Melts into Air, 2010 Photo: M. Pardatscher

The Word was God è un’opera concepita in due parti successive che affronta il problema di come rappresentare e tematizzare l’esperienza metafisica del numinoso muovendo dal dato della realtà materiale concreta. Nella prima metà del video Boulos presenta il ritratto di un anziano eremita che vive in una remota regione della Siria, uno dei primi insediamenti delle comunità cristiano-antiche, dove alcune migliaia di persone continuano tutt’oggi a parlare aramaico, la lingua della rivelazione utilizzata da Gesù Cristo. La seconda parte del lavoro è girata dall’artista nella Shiloh Pentecostal Church di Londra, una comunità di cristiani pentecostali di origine africana, dove la preghiera comunitaria assume forme sconcertanti di estasi mistica, in un crescendo di manifestazioni vocali espresse secondo codici linguistici sconosciuti ai preganti stessi e noti solo a Dio. I membri della comunità Pentecostale di Shiloh, spinti oltre sé stessi e oltre i confini della razionalità discorsiva mediante le preghiere “in lingua”, diventano per l’artista metafora e metonimia del rapporto uomo-Dio, rappresentazione del passaggio tra terreno e ultraterreno mediante la forza intuitiva del linguaggio.

Installation view, Mark Boulos, The Word was God, video, 2006 Photo: M. Pardatscher

Installation view, Mark Boulos, The Word was God, video, 2006 Photo: M. Pardatscher

Il problema della rappresentazione del sè, e del rapporto tra autenticità e finzione, è stato analizzato da Boulos in un lavoro successivo, The Origin of the World. In esso, una videocamera posta dietro a un doppio specchio genera un gioco di immagini e rimandi incrociati, in cui il volto dell’artista si riflette nella sua stessa pupilla, ripresa in primo piano dall’inquadratura. Ispirato all’opera di Gustave Courbet, alla cinematografia di Dziga Vertov e al pensiero di Jacques Lacan, The Origin of the World è un sofisticato esperimento attraverso i codici della psicanalisi, della finzione teatrale e dell’inganno narrativo.

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Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

BAKROMAN – GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO
19 Febbraio - 10 Aprile 2010

A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Bakroman è un’opera video realizzata da Gianluca e Massimiliano De Serio (Torino, 1978, vivono e lavorano a Torino)nel 2010 durante un periodo di soggiorno di alcune settimane a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. L’attenzione degli artisti si è rivolta verso la comunità dei ragazzi e delle ragazze di strada della città, i Bakroman, come chiamati in lingua mòoré. Orfani o privi di famiglia, i Bakroman vivono e crescono in condizioni di completa indigenza nelle strade della città, affidati solo a sé stessi e soggetti a violenze, stupri e aggressioni. Posti al fondo del precario sistema sociale del Burkina Faso, i Bakroman non hanno casa, scolarizzazione e lavoro.

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Le loro giornate si alternano in un lungo peregrinare attraverso le strade della capitale alla ricerca di cibo e acqua, di sostentamenti primari sempre minimi, incerti e faticosi. Proprio la difficoltà e il senso di abbandono a cui essi sono consegnati, unitamente ai pericoli cui sono soggetti, ha generato nei più anziani di essi la volontà di costituire un’associazione, l’Ajer – Association des jeunes en situation de rue, finalizzata a creare una forma di ordine nelle loro giornate e una struttura di dialogo e sostegno reciproco tra loro stessi. Tramite un tessuto quotidiano fatto di riunioni, incontri e regole collettive, l’associazione è una forma di pronto soccorso spontaneo, una piattaforma di opportunità e solidarietà reciproca per cercare di arginare la situazione di emergenza permanente data dalla durezza della vita in strada.

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Esplosa in una molteplicità di proiezioni e schermi, Bakroman è un’opera ibrida e poliedrica, in cui compaiono e si sovrappongono vicendevolmente le immagini della vita dell’associazione e dei gruppi di parola in essa, il flusso dei dialoghi dei ragazzi nelle giornate per strada e frammenti biografici tratti dal loro presente. La mediazione e il filtro obbligato della macchina da presa hanno trasformato il lavoro di avvicinamento degli artisti con i ragazzi di strada in una pratica di osservazione partecipante, che da neutrale si è rivelata confidenziale, sino ad annullare progressivamente la distanza tra loro e i Bakroman. L’opera rifiuta così la dimensione chiusa del documentario tradizionale, il suo carattere di testimonianza da reportage costruito secondo unità narrative codificate e consequenziali. Bakroman è fondata infatti sul tentativo di instaurare un’uguaglianza intima tra i ragazzi di Ouagadougou e gli artisti, mediante una compresenza di entrambi nello spazio temporale e geografico ripreso dalle immagini. Analisi di una comunità di “invisibili” opposta al fallimento dell’ordine sociale esistente, l’opera dei De Serio contribuisce alla ricerca di una dimensione etica del documentario, testimoniando la formazione di un’identità collettiva in divenire, racchiusa nello spazio di un’esperienza diasporica e di resistenza.

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Nanna Debois Buhl, Donkey Studies #07, C-Print, 90 x 59,5 cm, 2008 Courtesy the artist

BLACK ATLANTIC
27 Novembre - 30 Gennaio 2010

Nanna Debois Buhl, Kiluanji Kia Henda, Maryam Jafri, Hank Willis Thomas
A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Hank Willis Thomas, The Day I Discovered I was Colored, 2009 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Hank Willis Thomas, The Day I Discovered I was Colored, 2009 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

La mostra tematizza la dimensione spaziale dell’ Oceano Atlantico come luogo di incrocio di culture e di popolazioni nel corso degli ultimi tre secoli. Muovendo dalla formulazione di Black Atlantic, così come articolata dal teorico inglese Paul Gilroy, il progetto racconta l’intreccio tra l’identità europea, americana e africana, presentando una selezione di quattro artisti dai tre continenti, il cui lavoro ripercorre eventi storici e memorie legate alla storia del colonialismo e alla sua eredità nelle politiche razziali contemporanee. L’ideologia connessa alla nascita degli Stati nazione europei, l’eredità dello schiavismo negli Stati Uniti e la complessa vicenda postcoloniale nell’Africa contemporanea sono i temi principali affrontati dagli artisti. Voci, ricordi, geografie personali e collettive disegnano il labirintico percorso della mostra, che solleva una riflessione sulla natura della libertà individuale e dell’emancipazione politica nel mondo contemporaneo.

Maryam Jafri, Independence Day 1936-1967, photo installation, 2009 Courtesy the artist

Maryam Jafri, Independence Day 1936-1967, photo installation, 2009 Courtesy the artist

Sullo sfondo rimane l’immagine dell’ Oceano Atlantico, un spazio simbolico e reale di circolarità di culture, di oppressione e libertà, che ha indelebilmente segnato la storia moderna dei continenti che su di esso si affacciano.

Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, Photography triptych print on aluminium, 86 cm x 130 cm, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli

Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, Photography triptych print on aluminium, 86 cm x 130 cm, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli

Kiluanji Kia Henda (*1979 Angola, vive e lavora a Luanda).
L’artista concentra la sua ricerca artistica sul proprio Paese, l’Angola, attraversato a partire dal 1975, anno della conseguita indipendenza dal Portogallo, da una feroce guerra civile che vide contrapposti i due principali movimenti politici del Paese, pilotati rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che si contendevano in tal modo il controllo geopolitico del Paese e delle sue risorse petrolifere. Governato sino al 1979 da Agostinho Neto, intellettuale marxista, rivoluzionario e poeta, l’Angola si trovò ad essere dagli anni Settanta in poi un paese completamente inerme schiacciato dalle due superpotenze della Guerra Fredda, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e devastazione del territorio a questa nuova versione della violenza coloniale. Karl Marx, Luanda (2006) è un trittico fotografico che ritrae il relitto di una delle gigantesche navi da pesca sovietiche donate dall’URSS all’Angola. Abbandonate sulle spiagge di Luanda, queste navi sono oggi un lontano regesto degli scambi commerciali e della collaborazione politica in corso tra l’Angola e l’Unione Sovietica nei decenni passati. Violenza ideologica, colonialismo atlantico, Guerra Fredda, marxismo e indipendenza si concentrano emblematicamente in queste immagini di Kiluanji Kia Henda, tese tra passato e presente, vettori di un futuro negato che appare oggi ancora impossibile per l’Angola.

Maryam Jafri (*1972, Karachi, Pakistan; vive e lavora a Copenhagen e NY, US)
Independence Day 1936-1967 è un lavoro composto da una serie di fotografie tratte dalle celebrazioni del primo giorno di indipendenza in una molteplicità di Paesi asiatici e africani, tra cui Indonesia, Ghana, Senegal, Pakistan, Siria, Libano, Kenya, Tanzania, Mozambico e Algeria. Il giorno di indipendenza appare da queste immagini un rituale celebrativo formale, una codificazione di rituali e discorsi diplomatici in sedi pubbliche e spazi privati. Tutto il protocollo ufficiale, dal giuramento del nuovo governo alla firma dei documenti sino alla pompa delle parate e dei saluti, è orchestrato e diretto dal paese coloniale in ritiro. Così i materiali fotografici raccolti dall’artista negli archivi di tutto il mondo, sino a coprire un trentennio di storia del Novecento, sono sorprendentemente simili nonostante le diversità geografiche e storiche, e mostrano il protrarsi del modello coloniale europeo anche nel momento della sua fine ufficiale. Il lavoro è così una testimonianza obliqua e indiretta sulla difficoltà di uscire dalla storia coloniale e al tempo stesso, in sguardo retrospettivo, un sinistro preludio alle tragedie politiche e sociali che hanno devastato la maggior parte di questi Paesi negli anni successivi alla loro indipendenza.

Exhibition view, Hank Willis Thomas, Afro American Express, 2007 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Hank Willis Thomas, Afro American Express, 2007 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Hank Willis Thomas (*1976, Plainfield, NJ; vive e lavora a New York, US)
La storia dello schiavismo attraverso la spazio dell’Atlantico, la memoria del lavoro nero nelle piantagioni americane e la pervasiva eredità della cultura coloniale e razziale nella società contemporanea sono i nodi tematici che l’artista affronta nel suo lavoro. The Curious in Ecstasy The Day (2006) riprende la storia di Saartje Bartman, una giovane donna sudafricana che venne portata come schiava a inizio ottocento in Inghilterra e in Francia per essere esposta come oggetto di curiosità esotica agli occhi del pubblico borghese europeo. Soprannominata la “Venere degli Ottentotti”, il suo aspetto fisico venne ritenuto simbolo di una bellezza primitiva più prossima al mondo animale che a quello umano e incomprensibile allo sguardo europeo. Hank Willis Thomas ha riprodotto una stampa francese dell’epoca, rimuovendo l’immagine di Saartje Bartman osservata da un gruppo di curiosi e sostituendola con quella della Venere di Botticelli, l’ideale canonico europeo di bellezza femminile. In tal modo l’artista sovverte la logica dello sguardo bianco europeo svelando la costruzione razziale di tale ideale. The Day I Discovered I Was Colored (2006) riproduce un’illustrazione americana degli anni Sessanta, dando voce al disagio della scoperta di una identità che viene imposta come diversità e inferiorità razziale. Afro-American Express (2008) riproduce la grafica di tre note carte di credito, sostituendo ai loghi ufficiali le immagini delle navi negriere che portavano gli schiavi dalle coste occidentali dell’Africa alle piantagioni americane. La circolarità immateriale dei beni finanziari controllata dalle banche internazionali viene cosi accostata, con amara ironia, alla circolarità del mercato degli schiavi sulle rotte dell’Oceano Atlantico nei secoli passati.

Nanna Debois Buhl (*1975, Aarhus, Denmark; vive e lavora a New York, US)
Il lavoro dell’artista danese è una complessa indagine sull’eredità coloniale della storia danese. Looking for Donkeys (2008-2009) racconta una settimana spesa dall’artista alla ricerca degli asini sull’isola di St. John nelle Virgin Islands nell’Oceano Atlantico, proprietà del governo danese dal 1718 al 1917, anno di loro cessione al governo degli Stati Uniti. Assieme agli schiavi neri prelevati sulle coste occidentali dell’Africa e trasportati sulle galere nelle Virgin Islands, i danesi all’inizio del ‘700 portarono attraverso l’Atlantico a St. John molti esemplari di asini, da adoperare come animali da fatica per il lavoro nelle piantagioni di zucchero. Finita la stagione coloniale a inizio Novecento, gli asini sono rimasti a St. John, che ne ospita oggi circa quattrocento, proliferati in condizioni completamente libere e selvatiche. Nel video, l’artista racconta il suo incontro con gli asini di St. John, fantasmi del passato coloniale danese, presenze misteriose e sfuggenti, enigmi culturali di una memoria collettiva rimossa e ancora da investigare. Incredible Creature (2009) è un’ulteriore indagine dell’artista sul passato coloniale della Danimarca, su storie di mercanti e missionari danesi che si misero in viaggio sull’Atlantico alla ricerca di terre da colonizzare e ricchezze da sfruttare. L’eco del contributo danese alla storia dello schiavismo atlantico rimane oggi ancora presente nell’architettura del Paese, come nei settecenteschi magazzini portuali di Copenaghen, dove i motivi floreali della tappezzeria dell’epoca sono dati da fiori tipici della flora caraibica.

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William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

WILLIAM E. JONES
3 Settembre - 31 Ottobre 2009

A cura di Luigi Fassi

William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

Storia culturale della sessualità, ideologie del potere e strategie di controllo sociale sono i centri tematici della prima personale in un’istituzione europea dell’artista americano William E. Jones (1962, Canton, Ohio, USA, vive e lavora a Los Angeles).
L’opera di William E. Jones percorre le pieghe della storia sociale del Novecento indagando vicende cadute in oblio mediante l’uso di materiali visivi e reperti d’archivio. Film pornografici degli anni Sessanta, footage di ispezione giudiziaria e negativi fotografici dismessi, diventano il materiale grezzo sul quale l’artista esercita un’operazione di scavo interpretativo, sino ad attivare una sorprendente rigenerazione semantica di documenti culturali considerati non rilevanti.

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Tearoom (1962/2007), l’opera principale in mostra, è un footage girato nell’estate del 1962 dal dipartimento di polizia di Mansfield in Ohio State, mediante l’ausilio di telecamere nascoste. Il filmato, tecnicamente un objet trouvé ripresentato integralmente dall’artista, mostra lo scambio frenetico di rapporti omosessuali nei bagni pubblici di una piazza della cittadina del midwest americano. Pionieristico esperimento di controllo sociale mediante l’uso della tecnologia, Tearoom racconta le strategie di criminalizzazione dell’omosessualità in America negli anni Sessanta, dipanando una riflessione sull’esercizio repressivo dell’autorità di pari passo ad un ritratto affascinato e nostalgico sulla sessualità omoerotica precedente all’avvento dell’AIDS. Generato con precisi intenti di documentazione ispettiva, Tearoom a quasi cinquant’anni di distanza è un oggetto culturalmente inafferrabile, un’opera carica di mistero nella stratificazione quasi inesauribile dei suoi significati.

William E. Jones, Still from Killed, 2009, Video black&white, silent, 1:44 minute Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

William E. Jones, Still from Killed, 2009, Video black&white, silent, 1:44 minute Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

Altri lavori in mostra, come Killed (2009) e la serie fotografica Sailors, Pan, Orpheus (Francis Benjamin Johnston and F. Holland Day) (2008), entrambi realizzati con immagini tratte dall’archivio della Library of Congress di Washington, testimoniano l’interesse costante dell’artista per il materiale di archivio, maneggiato come un potente detonatore filosofico alla riscoperta di storie, manipolazioni ideologiche, eventi e interpretazioni possibili.

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

L’opera di William E. Jones è cosi un viaggio attraverso le dimensioni labirintiche della storia contemporanea, esito di uno sguardo impuro ed acuminato, capace di sfidare le immagini più consolidate e tradizionali della modernità.
Testo Luigi Fassi

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Exhibition view, Dictation-Eva Kot'àtkovà, 2009

EVA KOT’ÁTKOVÁ – DICTATION
30 Maggio - 27 Luglio 2009

A cura di Luigi Fassi

Eva Kot’átková, Walk to school, 2008 Courtesy the artist

Eva Kot’átková, Walk to school, 2008 Courtesy the artist

Articolata come un’investigazione filosofica tra opere recenti e nuove produzioni realizzate per gli spazi dell’ar/ge kunst Galleria Museo, Dictation è la prima personale dell’artista ceca Eva Kot’átková (1982, Praga) in un’istituzione italiana.
In una dialettica tesa tra esperienza e formazione, norma e punizione, Koťátková costruisce modelli performativi di analisi sociale per indagare le forme del senso comune e mostrare la costruzione ideologica di comportamenti e abitudini individuali. In tale strategia parte rilevante è giocata dal corpo stesso dell’artista, che testa sino ai limiti delle possibilità di senso comportamenti e gestualità definite, riorganizzandole secondo coordinate completamente inedite.

Eva Kot’átková, House arrest 1, Table object, 2009 Courtesy the artist

Eva Kot’átková, House arrest 1, Table object, 2009 Courtesy the artist

Uno dei territori privilegiati da Eva Koťátková è quello dell’età infantile e dello spazio educativo della scuola, paradigmi di integrazione e controllo sociale di cui l’artista indaga ritualità e modelli comportamentali sedimentati. In Sit straight with your arms behind your back (2008) semplici strutture in legno sottolineano le posture del corpo assunte dai bambini durante gli orari di lezione, evidenziando le strategie di controllo sociale trasmesse dall’istituzione scolastica. Ancora l’ambiente educativo è al centro di Dictate (2009), un’audio installazione in cui la voce di un insegnante detta in tono imperativo una serie di comandi e istruzioni punitive, proprie dell’atmosfera di controllo preventivamente normata e trasmessa dai docenti ai discenti. L’opera è strutturata in una dimensione performativa, in cui visitatori possono prendere posto ad un tavolo e “subire” le imposizioni di dettatura punitiva. Dictate si caratterizza come un registro aperto e condiviso, un’ archivio cartaceo destinato a crescere nel corso dei giorni della mostra, raccogliendo le prove scritte dei visitatori, invitati a risperimentare una pratica sepolta nella memoria degli anni d’infanzia scolastica. Altre opere, come Drawing Archives (2005-2009) mettono in scena una sorta di archivio dei pensieri e delle fantasie dell’artista, tra ricordi, paure ed esperimenti di analisi sociale.
Registrazione ossessiva di eventi, memorie e meccanismi comunemente accettati, Eva Koťátková smonta pezzo per pezzo le certezza dell’identità individuale e collettiva, esercitando una messa in questione continua di norme e modelli sociali che pone in ultima istanza un’interrogazione radicale sulla natura della libertà e del libero arbitrio.

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Exhibition view, Roberto Ago, Senza titolo, 2008 Courtesy the artist Photo: Ivo Corrà

A LETTER CONCERNING ENTHUSIASM
21 Marzo - 15 Maggio 2009

Tim Hyde, Andreas Bunte, Johanna Billing, Olga Chernysheva, Roberto Ago
A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Andreas Bunte, Die letzten Tage der Gegenwart, Courtesy Galerie Ben Kaufmann Photo: Ivo Corrà

Exhibition view, Andreas Bunte, Die letzten Tage der Gegenwart, Courtesy Galerie Ben Kaufmann Photo: Ivo Corrà

A Letter Concernign Enthusiasm intende riflettere sulla contradditoria complessità culturale del termine entusiasmo, prendendo come titolo e riferimento iniziale una lettera filosofica del 1707 redatta da Anton Ashley Cooper, conte di Shaftesbury e filosofo illuminista inglese. In risposta ai conflitti religiosi che dilaniavano l’europa in epoca moderna, il pensiero illuminista aveva espresso una condanna radicale di azioni e pensieri motivati da sentimenti di entusiasmo, valutando quest’ultimo come fanatismo e accecamento, come convinzione irrazionale di possedere un rapporto diretto e definitivo con la Verità. Le argomentazioni illuministe si inscrivono in tal senso in un’articolata tradizione occidentale di critica verso l’entusiasmo, la cui risonanza è andata oggi completamente perduta nell’accezione unilateralmente positiva del termine.

Exhibition view, Olga Chernysheva, Alley of Cosmonauts, 2008 Courtesy the artist and Foxy Production, New York, Whitespace Gallery London, Hamel Family Collection, Paris Photo: Ivo Corrà

Exhibition view, Olga Chernysheva, Alley of Cosmonauts, 2008 Courtesy the artist and Foxy Production, New York, Whitespace Gallery London, Hamel Family Collection, Paris Photo: Ivo Corrà

Attualizzando l’argomentazione della lettera di Shaftesbury, A Letter Concerning Enthusiasm intende lasciar riemergere tale dimensione culturalmente negativa dell’entusiasmo, mostrandone l’appplicabilità interpretativa all’interno di eventi cruciali nella storia del XX secolo.
I lavori dei cinque artisti in mostra, la maggior parte dei quali per la prima volta in Italia, portano avanti narrazioni frammentate, rivelando a poco a poco tracce e memorie della dissoluzione novecentesca di progetti dominati da un’idea di entusiasmo come assolutismo e totalità.

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Exhibiton view, California Conceptual Art, Tony Labat, Simone, 2009 Photo: Ivo Corrà

CALIFORNIA CONCEPTUAL ART
16 Gennaio - 28 Febbraio 2009

Paul Kos, Tony Labat
A cura di Hans Winkler

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà
Ivo Corrà

Influenzati dai rivolgimenti sociali nella California degli anni 60 e attratti dalle filosofie dell’estremo oriente, ma lontani dal mercato d’arte newyorkese, artisti come Paul Kos, Tony Labat, Dennis Oppenheim, Terry Fox, Tom Marioni, ma anche Bruce Nauman nella Bay Area attorno a San Francisco, formarono la California Conceptual Art.

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà

Grazie a nuove forme artistiche d’espressione, nuovi mezzi mediatici, lavori video, performance e installazioni, per i quali vennero usati non di rado materiali non durevoli (come il ghiaccio o la polvere), compariva in primo piano il concetto e l’idea del lavoro artistico legato al luogo e alla situazione, e non la commercializzazione dell’arte. In tal modo erano soprattutto le opere d’arte effimere e transitorie, con il loro approccio poetico-narrativo, ad ottenere un nuovo significato.

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Paul Kos e Tony Labat, due figure importanti provenienti da San Francisco esporranno, dal 16 gennaio al 28 febbraio 2009, oggetti, installazioni e progetti negli spazi dell’ar/ge kunst Galleria Museo di Bolzano. Appositamente per questa mostra i due artisti hanno creato alcune nuove opere particolari.
Più di una generazione di artisti si è lasciata influenzare sino a oggi dai due artisti, attivi anche come docenti presso il San Francisco Art Institute.

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

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Mel O’Callaghan, Installation View, Overlines, 2007 Courtesy Schleicher & Lange, Paris. Photo: Ivo Corrà

FANTASMATA
8 Novembre - 20 Dicembre 2008

Becky Beasley, Susanne Bürner, Alice Guareschi, Mel O’Callaghan, Niamh O’Malley, Ana Prvacki, Magnus Thierfelder
A cura di Luigi Fassi

Magnus Thierfelder, Installation view, Who here among us still believs in choice, 2007 Courtesy Malmö Konstmuseum and Elastic Gallery, Malmö. Photo: Ivo Corrà

Magnus Thierfelder, Installation view, Who here among us still believs in choice, 2007 Courtesy Malmö Konstmuseum and Elastic Gallery, Malmö. Photo: Ivo Corrà

Fantasmata è una parola chiave del linguaggio filosofico occidentale. Strettamente legato alla riflessione sul ruolo dell’immaginazione e della fantasia, il significato di questo termine ha costituito un complesso problema filosofico, dalle sue origini nella storia del pensiero greco sino alla contemporaneità.
Aristotele nel De Anima definisce l’immaginazione come un luogo medio situato a metà strada tra percezione e pensiero, che rende pertanto possibile la fluida connessione tra i due momenti, rimanendo tuttavia da entrambi distinta. Per Aristotele la facoltà immaginativa o fantasia è capace di generare liberamente fantasmata, immagini create partendo dai ricordi di ciò che si è percepito, dunque dall’esperienza di percezioni sensibili di singoli oggetti ed eventi. Tali fantasmata giocano un ruolo di primaria importanza nello sviluppo del pensiero, in quanto, nella psicologia aristotelica, ogni operazione mentale e concettuale può aver luogo solo a partire da essi. Di conseguenza, così come non possono esserci immagini senza percezione, non possono neanche esserci pensieri senza immagini. I fantasmata sono così un ponte tra percezione e pensiero, ponendosi come il vero motore della conoscenza ma al tempo stesso come enti ambivalenti e sfuggenti, proprio in quanto privi di una identità ontologica precisa. Non hanno infatti la concretezza chiara e limpida della percezione e d’altra parte non partecipano alla natura concettuale del pensiero. Il fantasmata è così un ente ambiguo, diafano e variabile, non più solo sensibile ma non ancora compiutamente intellettuale, capace pertanto di rappresentare esemplarmente la regione del possibile e delle sue evoluzioni.
La mostra intende recuperare sinteticamente la complessità del significato filosofico originario di fantasmata, cogliendone le sfumature e le ambivalenze.
Le opere degli artisti in mostra testimoniano questa natura particolare del fantasmata, suggerendo immagini, ricordi e percezioni, ma senza elaborare compiutamente nessuno degli elementi rappresentati. In questi lavori le immagini diventano un luogo mentale di riflessione, un’approssimazione visiva situata al confine tra il mondo della sensibilità, intesa come percezione, e quello del pensiero e dall’elaborazione concettuale. Viene così sottolineato il ruolo fondamentale dell’immaginazione e del fanstamata nell’arte, mostrando tutta l’attualità e l’importanza che la riflessione filosofica classica ancora ricopre nella definizione delle strutture del pensiero artistico contemporaneo.

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Exhibition view, Elisabeth Weiss, 2008

TRA-MONTI
13 Settembre - 31 Ottobre 2008

Martina Drechsel, Werner Gasser, Sissa Micheli, Christian Niccoli, Elisabeth Weiss, Letizia Werth
A cura di Sabine Gamper

Anche per questa mostra, la seconda delle due che l’arge kunst organizza alla Galleria Museo di Bolzano durante i 100 giorni di Manifesta7, ci sembrava interessante indagare la peculiare e specifica situazione del nostro paese e dei suoi abitanti, presentando alcune delle più interessanti posizioni artistiche del momento provenienti dalla Regione.
In questa occasione, attraverso le opere esposte, abbiamo scelto di indagare, tematizzare e riflettere il nostro mondo interiore, la nostra psiche, i rapporti interpersonali, la nostra vita quotidiana.
Il titolo della mostra ha un doppio significato che allude da una parte al romanticismo e al senso della perdita nel momento del tramonto, e contemporaneamente anche alla realtà di vita tra i monti, lasciando spazio a una lettura ironica.
Le opere esposte ci guidano attraverso due grandi temi legati alla complessa e precaria questione del nostro mondo interiore: le realtà nascoste dietro le mura della nostra sfera privata e famigliare, e la perdita di sicurezza e orientamento nel momento dell’abbandono del proprio ambiente familiare.

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Exhibition view, Leander Schwazer, 2008

ALP-TRAUM
11 Luglio - 30 Agosto 2008

Maria Gamper, Krüger & Pardeller, Sonia Leimer, Philipp Messner, Leander Schwazer, Karl Unterfrauner

Un Progetto nell’ambito della piattaforma “parallelevents to Manifesta7”
La peculiare e specifica situazione dei rispettivi luoghi e dei suoi abitanti sono tradizionalmente al centro dell’attenzione di Manifesta. Seguendo queste linee guida di Manifesta, l’ar/ge kunst Galleria Museo per le due esposizioni che si svolgono durante i 100 giorni di Manifesta, ha deciso di presentare le più interessanti posizioni artistiche provenienti dalla Regione, ponendo seguenti domande: Chi siamo come uomini, come artisti/e, come promotori di cultura in un contesto regionale ed europeo? Cosa determina la nostra identità in un mondo che spinge la regionalizzazione così come la globalizzazione, in un momento storico che già da lungo tempo ha mutato con nuove aspettative il discorso tra centro e periferia?
La prassi artistica interroga, tematizza e riflette il nostro spazio vitale, sia interno (della psiche, interpersonale, quotidiano ecc.) che esterno (ambiente, cultura, costruito ecc.); lo mette in questione e lo riconcepisce sempre nuovamente. Si tratta, qui, di uno sguardo dietro le facciate, per rendere visibile le trasformazioni, i passaggi, le connessioni e i processi formali. Le separazioni, le rotture, le distanze, sono positive e importanti in quanto nuances. Le prossimità e le lontananze sono più importanti rispetto a posizioni e definizioni rigide.
Lungo una ricerca del proprio e dell’altro, in questa mostra intitolata „alp-traum“ vengono mostrate diverse posizioni artistiche che si occupano di parametri esterni, spaziali e costruttivi. In questo ambito viene posta la domanda intorno alle forme e alle strutture che definiscono il nostro ambiente costruito, culturale, naturale.

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