Mostre
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Riccardo Giacconi
El diablo en el pozo (dettaglio)
in collaborazione con Herlyng Ferla
2016 Riccardo Giacconi El diablo en el pozo (dettaglio) in collaborazione con Herlyng Ferla 2016

The Variational Status
Riccardo Giacconi
07.12.2016 –11.02.2017

A cura di Emanuele Guidi e Antoine Marchand

 

Inaugurazione 07.12.2016, ore 19

 

La mostra “The Variational Status” presso ar/ge kunst è la prima presentazione pubblica dell’omonimo progetto di ricerca dell’artista Riccardo Giacconi, che nel 2017 proseguirà con una performance presso Centrale Fies (Luglio 2017), un secondo progetto espositivo presso il FRAC Champagne-Ardenne, Reims (Ottobre 2017) e un libro d’artista pubblicato da Humboldt Books (Febbraio 2017).

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Riccardo Giacconi, Installation View 
©ar/ge kunst, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016


Il progetto indaga il rapporto fra alcune forme narrative (teatro di figura, cantastorie, fogli volanti, pamphlets) e una serie di atti pre-politici di rivolta tra l’Italia ed il Sud America. A partire dall’interesse di Riccardo Giacconi per la tradizione come “atto di trasmissione”, The Variational Status evoca una costellazione narrativa fra animazione, suggestione, rivolta e oralità.

La mostra si sviluppa intorno all’espiritado, un personaggio colombiano per burattini, presumibilmente ispirato all’omicidio di un poliziotto durante una festa di paese. La maschera dell’espiritado è studiata in relazione all’episodio del soldato Augusto Masetti, che nel 1911 a Bologna sparò al suo comandante, in un atto di insubordinazione contro la guerra coloniale italiana in Libia. In entrambi i casi, i personaggi sono accomunati dalla totale amnesia del proprio gesto di rivolta, compiuto in uno stato di trance o sonnambulismo. Se nel caso di Masetti questa circostanza lo trasformò in un simbolo per il movimento anarchico mondiale che si mobilitò in sua difesa, nel caso dell’espiritado essa diventa un tratto comico della marionetta.

Concepita come la decostruzione di uno spettacolo di marionette, l’installazione The Variational Status è composta da una marionetta automatica (costruita in dialogo con la storica Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli), da un fondale in forma di tenda che opera come storyboard, e da una serie di poster dello spettacolo dell’Espiritado, “El Diablo en el pozo” stampati con una macchina da stampa a caratteri mobili del XIX Secolo a Cali, Colombia.
Lavorando su documenti d’archivio, testimonianze orali e script teatrali, Riccardo Giacconi intreccia le vicende reali e fittizie dei due personaggi per interrogarsi su uno statuto del documento che non sia basato su supporti stabili e certificati, ma che possa esistere puramente in forma di variazione.

The Variational Status è co-commissionata da ar/ge kunst (Bolzano), Centrale Fies (Dro, Trento) e FRAC Champagne-Ardenne (Reims), ed è realizzata in collaborazione con lo scultore Franco Citterio e la Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli (Milano), Carteles La Linterna Edigraphos (Cali), Herlyng Ferla, Carolina Valencia, Paola Villani.


Riccardo Giacconi ha studiato arti visive presso l’Università IUAV di Venezia, la UWE di Bristol e la New York University. Il suo lavoro è stato presentato in varie esposizioni, fra cui presso WUK Kunsthalle Exnergasse (Vienna), FRAC Champagne-Ardenne (Francia), tranzitdisplay (Praga), Peep-Hole (Milano), Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (Torino) e nella sezione “Résonance” de La Biennale de Lyon. Ha svolto diverse residenze per artisti, fra cui: Centre international d’art et du paysage (Vassivière, Francia), Lugar a Dudas (Cali, Colombia), La Box (Bourges, Francia), MACRO – Museo d’arte contemporanea di Roma. Ha presentato i suoi film in diversi festival, fra cui il New York Film Festival, l’International Film Festival Rotterdam, il Festival Internazionale del Film di Roma, il Torino Film Festival, il FID Marseille International Film Festival, dove ha vinto il Grand Prix della competizione internazionale nel 2015 e Filmmaker Festival di Milano (Primo Premio “Prospettive” 2015). Ha vinto il premio ArteVisione 2016, curato da Careof e Sky Arte. Nel 2007 ha co-fondato il collettivo Blauer Hase con cui cura la pubblicazione periodica Paesaggio e il festival Helicotrema.


Un ringraziamento speciale a:
Museo Civico di Bolzano

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

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Eventi
Jomohomo, Ingrid Hora, cover 2016 Jomohomo, Ingrid Hora, cover 2016

JOMOHOMO
Ingrid Hora
14 Dicembre 2016, ore 19

PRESENTAZIONE LIBRO

 
Conversazione con l’artista Ingrid Hora e la co-redattrice Lisa Mazza


Il libro documenta e sviluppa la ricerca presentata nelle mostre ‘You Play This Game…’ presso ar/ge kunst, Bolzano (2015) e ”Freizeyt’ presso il DAZ – Deutsches Architektur Zentrum, Berlino (2015/2016)


Pubblicato da Dentdeleone.co.nz
Edito da Ingrid Hora e Lisa Mazza
Testi di Shumon Basar, Emanuele Guidi, Ingrid
Hora, Lisa Mazza, Giulia Palladini
Designed di Åbäke con Alyssia Lou


Con il supporto di DAZ e Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Cultura


A seguire vi invitiamo ad un brindisi natalizio.

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Mostre
Italo Zuffi Italo Zuffi

postura, posa, differita
Italo Zuffi
24.09 – 26.11.2016

Inaugurazione 23 settembre, ore 19

 

Performance ore 19 – 21

 

A cura di Emanuele Guidi

 

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

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@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by aners (exhibition view)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)

@ar/ge kunst, Bozen/Bolzano, 2016, photo by Tiberio Servillo (Performance)


La mostra postura, posa, differita di Italo Zuffi presso ar/ge kunst di Bolzano è l’episodio conclusivo di un ciclo dedicato all’artista iniziato nel 2015 alla Nomas Foundation di Roma e proseguito al MAN di Nuoro. Una collaborazione tra le istituzioni volto a offrire continuità alla ricerca dell’artista con tre progetti espositivi complementari e indipendenti che hanno permesso di approfondire opere e momenti significativi del suo percorso.

postura, posa, differita si sviluppa intorno ad un nucleo di opere che articolano la complessità dell’indagine che Italo Zuffi conduce nel campo della performance sin dall’inizio della sua carriera, con particolare attenzione alla sua relazione con la scultura. Anche se i lavori in mostra non si attualizzano in un’effettiva esecuzione dal vivo, la presenza del corpo si afferma in forma di memoria, potenziale e archivio.

Sta meglio la ragazza caduta nel vuoto (2001 – 2016) si compone di una serie di lamiere su cui è intagliato il titolo stesso dell’opera, trovato su un giornale dall’artista anni fa. Ogni lamiera si accompagna a ritagli da quotidiani, ciascuno dei quali racconta un analogo episodio di cronaca in cui un corpo femminile precedentemente caduto si trova in processo di guarigione.
Similmente, ne I rigidi (2006 – 2016) Italo Zuffi parte da un episodio originario, questa volta una sua performance (The reminder, 1997), per dare inizio ad un processo di raccolta di immagini d’archivio che raffigurano corpi in posizione di irrigidimento. Si tratta di una selezione in cui performance di altri artisti e scene “quotidiane” da riviste e giornali sono state scelte per la natura oggettuale e scultorea del corpo raffigurato.
Un gruppo di nuove ceramiche (2006 – 2016) partono invece da una serie di sondaggi pubblici, anch’essi apparsi su giornali e riviste, su temi quali immigrazione, eutanasia, fuga dei cervelli, Europa ed economia per confrontarsi con tentativi di rappresentazione di una collettività (i cittadini italiani in questo caso). Le ceramiche omettono tuttavia i singoli dati percentuali dei sondaggi, riprendendo esclusivamente la visualizzazione statistica nel suo insieme per astrarre ulteriormente quella che vuole essere considerata la forma di una “voce pubblica”.

Le nuove produzioni in mostra sono quindi accomunate sia dal ricorso ad una temporalità dilatata come strumento di lavoro, che dalla metodologia di raccolta delle fonti su cui i lavori si appoggiano concettualmente. Le opere sono infatti il risultato di una gestazione a volte durata anni dal momento in cui sono state effettivamente ideate o inizialmente prodotte in forma di prototipo. Una scelta di ritardare il momento ‘esecutivo’ che ha consentito l’accumulo di materiale di ricerca e dalla stampa, su cui formare una visione più articolata e consapevole del progetto originale.

I lavori in mostra raccontano quindi una modalità personale di lettura del flusso continuo di notizie e informazioni che procede per identificazione ed empatia. Sono opere sul tempo e sul bisogno del prendersi tempo per trovare una forma di scrittura personale e autobiografica.

La sera dell’inaugurazione l’artista presenterà una nuova performance tra le ore 19 e 21.


Italo Zuffi (Imola, 1969, vive a Milano) ricorre a scultura, performance e scrittura per creare “non un disegno totale, bensì una serie indefinita di stanze” (Pier Luigi Tazzi, 2003). Studi all’Accademia di Belle Arti di Bologna e al Central Saint Martins College of Art & Design di Londra. Nel 2001 gli è stata assegnata la ‘Wheatley Bequest Fellowship in Fine Art’ all’Institute of Art & Design di Birmingham (UK). Mostre personali (recenti): Potersi dire, MAN, Nuoro (2015); Quello che eri, e quello che sei, Nomas Foundation, Roma (2015); Gli ignari, appartamento privato, Milano (2013); La penultima assenza del corpo, Fondazione Pietro Rossini, Briosco (2012); Zuffi, Italo, Pinksummer, Genova (2010). Mostre collettive (recenti): Fuori Uso, Ex Tribunale, Pescara (2016); Riviera, Istituto Svizzero di Milano (2016); ALT, Caserma De Sonnaz, Torino (2015); Esercizi di Rivoluzione, MAXXI, Roma (2014); Le leggi dell’ospitalità, Galleria P420, Bologna (2014); Per4m, Artissima, Torino (2014); I baffi del bambino, Lucie Fontaine, Milano (2014); To continue. Notes towards a Sculpture Cycle | Scala, Nomas Foundation, Roma (2014); La Pelle – Symphony of Destruction, MAXXX Project Space, Sierre (2014); Le statue calde, Museo Marino Marini, Firenze (2014).


Un ringraziamento speciale a:
THUN e THUN Ceramic Residency

Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

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News
03

Acting The In-Between
Summer School
10 - 16 settembre

Organized by the Faculty of Design and Art of the Free University of Bozen Bolzano in cooperation with ar/ge kunst.


Acting the In-between is a one-week summer school whose aim is to challenge those forms of interaction and discussion, which one experiences and practices within various institutional communication and exchange spaces. Taking the Free University of Bozen Bolzano and ar/ge kunst as an example, we will investigate their role as active and discursive spaces and imagine further, “other” spaces.
The participants will be asked to develop these “other” spaces outside of the physical boundaries and the rules of the institutions and to question their characteristics.

Is it possible to stimulate, in a non-conventional manner, the way we interact, discuss, show, see, talk and listen?
Guests from different disciplines and contexts will participate in the discussion around these issues with contributions in different formats, which can vary from workshops to walks or shared dinners.

For more information check at this link

A project by: Roberto Gigliotti, Eva Mair and Jonathan Pierini.
Guests: Alex Martinis Roe, Fotini Lazaridou-Hatzigoga, Gerhard Glüher, Andreas Müller

In 2017 Alex Martinis Roe will open her solo exhibition at ar/ge kunst To Become Two with spatial design by Fotini Lazaridou-Hatzigoga.
Two Become Two is a project co-commissioned by is co-commissioned by ar/ge Kunst, Bolzano; Casco – Office for Art, Theory and Design, Utrecht; If I Can’t Dance, I Don’t Want To Be Part Of Your Revolution, Amsterdam; and The Showroom, London.

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Eventi
Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

DIRECTED TOURS & AHALI JOURNAL


Programma pubblico nel contesto di

 

VFI – VIRGOLO FUTURE INSTITUTE
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) di CAN ALTAY
Un progetto di ar/ge kunst e Lungomare


DIRECTED TOUR #1:
17.06.2016, ore 18

Ettore Frangipane (Giornalista) in dialogo con i curatori


DIRECTED TOUR #2:
15.07.2016, ore 19

Michael Obrist (Architetto, Feld 72) in dialogo con i curatori


DIRECTED TOUR #3:
21.07.2016, ore 19

Giorgio Mezzalira (Storico, Fondazione Alexander Langer) in dialogo con i curatori


Directed Tours è una serie di tre visite guidate in forma di dialogo che attivano e mediano la mostra VFI – Virgolo Future Institute di Can Altay presso ar/ge kunst.
Il nome Directed Tours prende spunto dal termine directed gaze (sguardo guidato) definito da Altay per descrivere parte della sua pratica e riconoscere la centralità dell’incontro con altre persone nel processo di avvicinamento ad un nuovo contesto.
A partire da questa idea, ar/ge kunst e Lungomare propongono una serie di tour guidati di approfondimento insieme ad alcune persone che hanno incontrato l’artista durante la residenza andando a definirne la ricerca e la forma della mostra stessa.


AHALI JOURNAL NEW ISSUES
In collaborazione con Salto.bz

Nel corso della mostra sette nuovi capitoli (issues) della rivista Ahali sono pubblicati come approfondimento al progetto di Can Altay e collezionabili dal pubblico come parte dell’installazione.
I Directed Tours scandiscono il lancio dei tre corrispondenti capitoli e saranno pubblicati per l’occasione sul portale d’informazione Salto.bz.
Ahali è la rivista fondata da Can Altay nel 2007 con il progetto grafico di Asli Altay, Future Anecdotes Istanbul.

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Mostre
credits ivo corrà credits ivo corrà

VFI – Virgolo Future Institute
(Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition)

CAN ALTAY
14 Maggio – 30 Luglio 2016

Inaugurazione 13 Maggio 2016, ore 19

 

Un progetto di ar/ge kunst e Lungomare

 

VFI – Virgolo Future Institute (Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination Into Obscure Anticipations of Repartition) è il titolo della fase conclusiva della residenza di un anno e mezzo dell’artista Can Altay a Bolzano, un progetto di collaborazione tra ar/ge kunst e Lungomare (Ottobre 2014 – Luglio 2016).

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
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Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo aneres, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016

Can Altay, VFI, Virgolo Future Institute, Installation View 
©ar/ge kunst_Lungomare, Bozen. Photo Tiberio Sorvillo, 2016


Sin dall’inizio della residenza, Altay si è concentrato sulla complessa relazione che esiste tra Bolzano e il Virgolo, una montagna che domina la città ed è attualmente al centro di un acceso dibattito intorno ai suoi potenziali utilizzi e sviluppi.


In quest’occasione, Can Altay interviene negli gli spazi di ar/ge kunst con una mostra di tre mesi che porta avanti la ricerca sviluppatasi fino ad oggi attraverso una serie d’interventi pubblici di durate differenti. Si tratta di interventi intesi come osservazioni e contributi al dibattito stesso che includono: una mostra di due settimane e una tavola rotonda aperta al pubblico negli spazi di Lungomare (Such Territorial Claims), una campagna di affissione di manifesti della durata di un mese nello spazio pubblico della città (Trasform Spatial Imagination into), due ore di raduno sul Virgolo e un intervento itinerante in spazi pubblici e privati tra Dicembre 2015 e Maggio 2016 (Obscure). Insieme queste iniziative hanno prodotto una serie di domande intorno all’aspettativa sull’uso del territorio (territorial claim), all’idea di immaginazione urbana e di esperienza dei confini; nozioni che oggi riemergono con forza a Bolzano così come in molte altre città.


Per la mostra Altay produce un setting articolato in due momenti principali che agiscono al contempo come display, scultura e strumento editoriale. Il primo, che richiama le forme di un tunnel e di un tetto, costituisce il corpo centrale del VFI. Con un chiaro riferimento a un aneddoto poco noto, su abitanti che vissero nel tunnel del Virgolo ancora incompleto durante e immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’installazione raccoglie “frammenti” di varia natura, collezionati durante la residenza, così da andare a comporre una linea principale di inchiesta intorno al significato che l’“abitare un infrastruttura può suggerire;” (“a chi è consentito appropriarsi dello spazio pubblico, chi è costretto ad abitare lo spazio delle infrastrutture?” si legge, per esempio, in uno dei manifesti della campagna di affissione) una narrazione centrale da cui si sviluppano diverse linee di ricerca. Il secondo momento si sviluppa intorno ad Ahali: a journal for setting a setting, giornale che Altay pubblica dal 2007. Ahali è una raccolta crescente di opere, statements e voci da diverse pratiche artistiche, che nella mostra vengono usate come strumento per ampliare i numerosi temi che emergono dal Virgolo e porli in un più ampio contesto di riferimenti culturali e casi internazionali. Nuove tematiche, come “Inhabiting Infrastructures”, “Landscape of Desire”, “Alliance of the Radically Different”, “Tremors from Here and Elsewhere” e “Instituting Uncertain Publics” saranno introdotte, nel corso della mostra, attraverso Ahali, così da produrre un legame tra le strette relazioni del progetto con il contesto locale e il respiro ampio della pubblicazione stessa.

La mostra di Can Altay opera quindi come strumento e come “finzione”. Dando vita a un istituto immaginario (VFI) sulla base di usi non ufficiali, celati, e non pianificati, l’artista compone un archeologia del desiderio capace di suggerire modalità di osservazione e affrontare il futuro della montagna e, conseguentemente, della città prese come esempio tra molti possibili per occuparsi, come dice Altay stesso di “politiche neo-liberali” e delle loro “contro-egemonie”.

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Eventi
Oliver Ressler and Zanny Begg, The Right of Passage, 2013 Oliver Ressler and Zanny Begg, The Right of Passage, 2013

The Right of Passage
15 Aprile 2016, ore 17

Proiezione e Discussione

 

Con Andrea Deaglio (documentarista), Lorenzo Pezzani (architetto), Monika Weissensteiner (antropologa).

 

Una collaborazione tra ar/ge kunst e Bolzano Film Festival Bozen

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini

Foto ar/ge kunst, 2016, Luca Guadagnini


In occasione della mostra dell’artista austriaco Oliver Ressler presso ar/ge kunst si terrà The Right of Passage una serata di proiezioni e discussione a partire dal film di Ressler e Zanny Begg che porta lo stesso titolo.


The Right of Passage (19 min, 2013), è parzialmente costruito attraverso una serie di interviste con Ariella Azoulay, Antonio Negri e Sandro Mezzadra e si concentra sulle lotte per ottenere la cittadinanza, allo stesso tempo mettendo in discussione la natura implicitamente esclusoria del concetto.
Il film fa riferimento ai riti di passaggio che marcano le transizioni nel percorso verso l’autonomia personale e suggerisce che la libertà di movimento deve essere un diritto di ogni persona, a prescindere dal luogo di nascita.


Biografie

Lorenzo Pezzani è un architetto che vive fra Londra e Trento. Dal 2011 lavora a Forensic Oceanography, un progetto collaborativo d’inchiesta sulla militarizzazione dei confini e le politiche della migrazione nel Mar Mediterraneo. È uno dei fondatori di WatchTheMed, una piattaforma online nata per documentare e mappare le morti e le violazioni dei diritti dei migranti ai confini marittimi dell’Unione europea. Attualmente è post-doctoral fellow presso la Kent School of Law.


Andrea Deaglio è nato a Torino, 
dove con Mu Film realizza film documentari, produzioni audiovisive e multimediali.
Tra i suoi films: Show all this to the world (Italia 2015, 55′) in programmazione al Bolzano Film Festival; Storie di uomini e lupi (Italia/Francia 2015, 75′, co-diretto con Alessandro Abba Legnazzi e prodotto da Babydoc Film); Il futuro del mondo passa da qui – City veins (Italia 2010, 63′), Vincitore del premio Joris Ivens – Best International First Film a Cinèma du Réel (Parigi, 2011) e del primo premio Docucity (Milano, 2012); Nera – not the promised land, (Italia 2007, 22′) – vincitore del Premio Anello Debole.


Monika Weissensteiner è antropologa con focus su violenza e conflitti, migrazione e salute e sul Sistema Europeo Comune di Asilo. Membro di EASA (European Association of Social Anthropology). Dal 2014 Weissensteiner è collaboratrice della Fondazione Alexander Langer e segue l’iniziativa “Brenner/o Border Monitoring”, una presenza attiva di monitoraggio al Brennero, dal 2015 anche a Bolzano, nell’ottica dei corpi civili di pace e di mediazione.


Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Cultura
Forum Austriaco di Cultura, Milano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio
Segheria Tatz Luis, Appiano


In collaborazione con:
AKRAT – Cooperativa Sociale Bolzano
Bolzano Film Festival Bozen

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Mostre
Occupy, Resist, Produce, video stills, Oliver Ressler and Dario Azzelini, 2014-2015 Occupy, Resist, Produce, video stills, Oliver Ressler and Dario Azzelini, 2014-2015

Everything Under Control
Oliver Ressler
26.02. - 30.04.2016

Inaugurazione e Artist Talk
25.02.2016, ore 19
Oliver Ressler con Marco Scotini (curatore e direttore NABA – Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano)
Per il video clicca qui

 

Display in collaborazione con Akrat, cooperativa sociale Bolzano.

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

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Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

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Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016

Oliver Ressler, Everything Under Control, Installation view, photo by aneres, 2016


ar/ge kunst è felice di presentare Everything Under Control, la prima mostra personale dell’artista austriaco Oliver Ressler in un’istituzione Italiana.


Concentrandosi principalmente sulla pratica di Ressler come film-maker, la mostra raccoglie nuove e recenti produzioni dai diversi campi di ricerca esplorati dall’artista nel corso della sua carriera. Il display e l’installazione, concepiti come un unico percorso attraverso gli spazi, sottolineano come queste aree siano profondamente connesse e parte di un continuo coinvolgimento di Ressler con una più ampia idea di giustizia sociale.


L’opacità del linguaggio, attraverso cui il capitalismo opera e comunica, è centrale nella mostra; un linguaggio che tende a celare come le crisi economiche, ambientali ed umanitarie nell’emisfero sud siano in realtà lati co-dipendenti di una narrazione che rappresenta la ricchezza dell’emisfero nord come sostenibile e senza vittime.


Un grande fotomontaggio che rappresenta navi per il trasporto di container mentre affondano, oscura la vetrina di ar/ge kunst. Rivolgendosi alla strada, l’immagine introduce alla più ampia discussione sull’economica che si svolge all’interno.
Una lettura del fotomontaggio in relazione al titolo della mostra, Everything Under Control (Tutto sotto controllo) potrebbe suggerire un’interpretazione ironica dell’intenzione dell’artista: un sistema economico che si fonda su un commercio globale, ma produce catastrofi ecologiche e sociali quotidianamente, dovrebbe essere piuttosto descritto come “fuori controllo”. Ma è nell’opera centrale della mostra – un’installazione video a tre canali intitolata Occupy, Resist, Produce (2014-2015) – che il termine “controllo” assume il significato di “controllo dei lavoratori”. Quest’ultimo lavoro, in progress, per cui Ressler collabora con Dario Azzellini, documenta fabbriche a Milano, Roma e Thessaloníki che, abbandonate dai proprietari legali, sono state occupate dai lavoratori tra il 2011 ed il 2013.
Ogni film consiste in una discussione con gli occupanti e registra le loro assemblee. Le voci dei protagonisti chiariscono la complessità dei processi decisionali collettivi necessari a convertire queste fabbriche da luoghi di produzione di beni di consumo in luoghi di “produzione” di nuovi modelli sociali ed economici. Un processo che implica la ricerca di un linguaggio che possa essere condiviso con i vicini, con le comunità locali e di migranti che portano avanti lotte parallele alle loro.


The Visible and The Invisible (2014) e The Right of Passage ( con Zanny Begg, 2013) sono due film che propongono approcci differenti nel trattare il movimento attraverso i confini, il diritto all’accesso (e la sua negazione) ed il saccheggio. Il primo guarda al ruolo della Svizzera come quartier generale globale per corporazioni transnazionali quasi “invisibili” che commerciano materie prime, estratte principalmente in paesi dell’emisfero sud. The Right of Passage si concentra da un lato sulle lotte per il diritto alla cittadinanza mentre dall’altro mette in dubbio la natura esclusiva, inerente al concetto di cittadinanza stesso. Interviste con Sandro Mezzadra, Antonio Negri e Ariella Azoulay formano il punto di partenza per una discussione con un gruppo di persone “senza documenti” che vivono a Barcellona.


Il display della mostra è stato realizzato dalla cooperativa Akrat in dialogo con ar/ge kunst e l’artista.


Everything Under Control è parte di un ciclo di mostre personali di Oliver Ressler in quattro istituzioni europee: Lentos Kunstmuseum (Linz), n.b.k. – Neue Berliner Kunstverein (Berlino), CAAC – Centro Andaluz de Arte Contemporáneo (Siviglia)


Pubblicazione:
Oliver Ressler, Cartographies of Protest, Verlag für Moderne Kunst, 2014.
Testi di TJ Demos, Katarzyna Kosmala, Suzana Milevska e Marco Scotini. Edito da Juan Antonio Álvarez Reyes, Marius Babias, Emanuele Guidi, Stella Rollig. Tedesco ed Inglese, 160 pp.


Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ripartizione Cultura
Forum Austriaco di Cultura, Milano
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Segheria Tatz Luis, Appiano


In collaborazione con:
AKRAT, Cooperativa Sociale Bolzano
Bolzano Film Festival Bozen

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Eventi
Nicolò Degiorgis
Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist Nicolò Degiorgis Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Hidden Islam / Sacred interiors in profane buildings
(La Mia Scuola di Architettura*5)
1 Marzo 2016, ore 19


Una conversazione tra Matilde Cassani e Nicolò Degiorgis sulle rispettive ricerche che guardano al rapporto tra le pratiche di culto delle comunità di migranti ed i processi informali di trasformazione del paesaggio urbano.
Utilizzando la fotografia come strumento di indagine, Cassani e Degiorgis hanno documentato gli interni di edifici (negozi, magazzini, appartamenti, garage) la cui funzione originaria è stata reinventata per ospitare espressioni di vita comune che si sviluppano a partire dal rito religioso.


In occasione del lancio del libro Hidden Islam di Nicolò Degiorgis e come parte del ciclo La Mia Scuola di Architettura*


per il video clicca qui

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Eventi
credits Ivo Corà credits Ivo Corà

Such Claims on Territory Transform Spatial Imagination into Obscure
CAN ALTAY
dicembre 2015 - maggio 2016

SPLIT HORIZON (Virgolo Edition)
Da dicembre 2015 a maggio 2016,
diversi luoghi a Bolzano

LIMITED EXPERIENCE
14.11.2015, Recinto dell’Ex Club del tennis, Virgolo, ore 15.30

Nell’ambito di Radical Hospitality/One Year-Long Research Project,
Progetto di residenza con Can Altay – Una collaborazione tra ar/ge kunst e Lungomare

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà

credits ivo corrà


Can Altay è stato invitato da ar/ge kunst e Lungomare a un progetto di residenza che è iniziato alla fine del 2014 e continuerà fino all’estate del 2016. Fin dall’inizio del progetto Altay sta conducendo un approfondito studio sul sistema Bolzano. In particolare la sua attenzione si concentra sulla montagna del Virgolo.
Attraverso la sua pratica l’artista promuove una serie di iniziative attraverso le quali cerca di stimolare il dibattito pubblico su questa parte del territorio della città di Bolzano. Altay definisce singoli passi di un processo che egli intende come ‘frammenti’ – impressioni, interpretazioni o commenti sul presente.


A Novembre e Dicembre 2015, Altay aggiunge due frammenti alla serie iniziata a febbraio del 2015. “Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination into Obscure (Third Fragment in Two Parts)” è un doppio appuntamento come tappa di un percorso non lineare durante il quale Altay fornisce indizi sempre nuovi all’interpretazione del territorio bolzanino.


Split Horizon (Virgolo Edition)
Intervento in spazio pubblico
Da dicembre 2015 a maggio 2016, diversi luoghi a Bolzano, ore 14.30-16.30


Split Horizon (Virgolo Edition) colloca un dispositivo per l’osservazione lungo una traiettoria che può essere reale, ma anche puramente mentale, e include nel suo posizionamento una durata temporale. Ognuno dei luoghi selezionati possiede un significato preciso nella narrazione di Altay e l’oggetto nello spazio pubblico e privato della città genera immaginarie linee incrociate. Con Split Horizon (Virgolo Edition) l’artista si rivolge nuovamente alla montagna del Virgolo, così come è stato fatto con le parole e i segni suggestivi contenuti nei manifesti di “Such Territorial Claims Transform Spatial Imagination into (Studio Virgolo Second Fragments)”.
“Split Horizon (Virgolo Edition)” è tempo e spazio. Esso sarà posizionato e rimarrà per alcune ore in quindici luoghi della città di Bolzano che hanno una relazione (non solo visiva) con il Virgolo. Si tratta di punti significativi, punti di riferimento in termini di equità spaziale e in riferimento all’immaginario collettivo sulla città e la sua storia. Quando la traiettoria di “Split Horizon (Virgolo Edition)” sarà conclusa il dispositivo rimarrà a disposizione del pubblico che potrà suggerire nuove collocazioni.


ore 14.30-16.30, Bolzano
2.12.2015 Piazza Walther
16.12.2015 Mediaworld
13.1.2016 Eurac
27.1.2016 Piazza Tribunale
10.2.2016 Torre del Museo Civico
24.2.2016 Funivia del Renon
9.3.2016 Appartamento Privato, via Cappuccini 14, terzo piano
16.3.2016 unibz terrazza panoramica F6
23.3.2016 Ponte Talvera
30.3.2016 Parco delle Semirurali
6.4.2016 Stazione di Bolzano
13.4.2016 Giardino dei Cappuccini
20.4.2016 Percorso pedonale tra via Aslago e via S. Vigilio (Parco Mignone)
4.5.2016 Ponte Loreto
11.5.2016 Appartamento Privato, via Andreas Hofer 19, terrazza quarto piano


Limited Experience

Percorso in spazio pubblico
14.11.2015, Recinto dell’Ex Club del tennis, Virgolo, ore 15.30
Dal 2008 il terreno che ospitava il club del tennis del Virgolo è stato acquistato da una cordata di imprenditori in vista di futuri investimenti immobiliari. Da allora una recinzione impedisce l’accesso a quella che era stata una delle zone ricreative della città di Bolzano. Con “Limited Experience” l’artista Can Altay invita dodici persone a muoversi insieme lungo il confine e a condividere l’esperienza di questo limite.
“Limited Experience” è uno ‘score’ che fornisce le indicazioni necessarie allo svolgimento di un incontro performativo. Altay chiede ai partecipanti di confrontarsi con un confine che separa una proprietà privata da una pubblica attraverso un esercizio che testa e al contempo sfida l’idea di confine imposta dalla politica urbana corrente.

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News
grillentöter cicrcle

Ingrid Hora Freizeyt al DAZ di Berlino
2 Dicembre 2015 - 14 Febbraio 2016

ar/ge kunst é lieta di annunciare la presentazione del progetto Freizeyt di Ingrid Hora presso il DAZ – Deutsches Architektur Zentrum di Berlino

 
Per maggiori informazioni

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Mostre
Sylvia Pankhurst Protesting

Many Maids Make Much Noise
Olivia Plender
5 Dicembre 2015 – 13 Febbraio 2016

Inaugurazione
Con Philipp Achammer
(Assessore alla Cultura Provincia)

4 dicembre, ore 19

 

Many men make money
Merry maidens dance in May
Mining means moving mounds
Militant miners means more money
Many maids make much noise

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

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Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015

Olivia Plender, Many Maids Make Much Noise, Exhibition view at ar/ge kunst Bolzano, Foto aneres,2015


Con la prima personale italiana dell’artista inglese Olivia Plender (1977), si conclude il programma del 2015 dedicato alla riflessione sui trent’anni di attività di ar/ge kunst come Kunstverein di Bolzano e sul significato suggerito dal proprio nome (ar/ge kunst come Arbeitsgemeinschaft o gruppo di lavoro).


Plender usa la voce come materia e strumento per indagare come forme di autorità e rapporti di potere possano essere instaurati. In particolare si interroga sul senso dell’atto stesso del parlare in pubblico, su chi si sente legittimato a farlo e chi no, e sugli effetti che questo comporta nella costruzione e nel racconto della Storia.


In Many Maids Make Much Noise, Plender porta avanti la sua ricerca più recente intorno alle vicende del Women’ Social and Political Union (WSPU) – ala militante del movimento delle Suffragette che all’inizio del ventesimo secolo lottarono per il diritto di voto alle donne – per far emergere aspetti considerati minori dalla storiografia ufficiale ma centrali nella genealogia delle lotte per i diritti civili.


In particolare, la mostra ad ar/ge kunst si struttura intorno al magazine Urania, fondato nel 1915 da un gruppo di suffragette e attivo fino al 1940. Urania fu la prima rivista inglese a produrre una discussione culturale e politica sui temi di genere e su istanze di individui e comunità lesbiche e gay. Il nome Urania si riferisce ad una specifica idea di Utopia, come posto in cui le categorie di “maschio” e “femmina” non esistono. All’inizio del ventesimo secolo, quelle persone che non si conformavano ordinatamente alle norme sociali e sessuali, costruite intorno alle idee di comportamento “maschile” e “femminile”, spesso si definivano “Uraniani”. Il giornale Urania era quindi una sorta di catalogo di episodi incentrati su problematiche di genere e lotta femminista. Una raccolta di ritagli di articoli da giornali da tutto il mondo, pubblicati in quasi totale assenza di commento editoriale e analitico e distribuita privatamente ad un ampio network di amici e sostenitori. I commenti erano spesso non firmati o pubblicati sotto uno pseudonimo collettivo utilizzato da più autori. Tutto questo rese Urania un’istituzione che si costituiva attraverso la voce di una soggettività collettiva.


In una serie di poster, stendardi e un’opera sonora che trasmette la propria voce, Olivia Plender riedita frammenti, articoli, statements e l’indice di Urania (Star Dust Index) per costruire uno spazio testuale che invita i visitatori ad una lettura “pubblica”.


Il titolo della mostra è un estratto da una serie di esercizi vocali che l’artista ha praticato giornalmente per un anno per rieducare la propria voce dopo averla persa nel 2013 a causa di una malattia. Esercizi che è tornata a ripetere per realizzare il lavoro sonoro con l’aiuto di un trainer. Durante la riabilitazione, Plender iniziò a speculare sull’identità dell’autore anonimo di queste parole e frasi: forse un’assistente sociale impiegato dall’ospedale in cui Plender era in cura, i cui messaggi venivano così distribuiti clandestinamente attraverso i corpi di coloro che tentavano di ritrovare la propria voce. Nascosti tra i suoni assurdi e “senza senso”, ci sono esercizi che sembrano fare riferimento alla storia recente, come lo sciopero dei minatori inglesi negli anni ’80, e che sono dedicati alla militanza e all’atto del parlare stesso: al significato del “far rumore” collettivamente per essere ascoltati in pubblico.


Olivia Plender riflette sulla relazione tra ideologia e istituzioni, e sui modi in cui queste influenzino il corpo come luogo in cui il personale ed il politico coesistono. In questa mostra polifonica, attraverso cui molte voci possono essere ascoltate, rimane fedele alla dimensione educativa, formativa ed emancipatoria delle azioni di tutte coloro che si riunivano per “fare molto rumore”.

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Progetti
Image: Daniel Salomon, The Politics of Fermentation, 2015 Image: Daniel Salomon, The Politics of Fermentation, 2015

Spaces of Anticipation
Un Simposio
20 - 21 novembre 2015

KEYNOTE
20 Novembre, ore 19

Roberto Poli (Cattedra UNESCO sui Sistemi anticipanti, Università di Trento)
Stephen Wright (autore e ricercatore, Collège International de Philosophie, Parigi).

 

 

ROUNDTABLE
21 novembre, 10:30 – 13 / 15 – 18

Bar Project (collettivo curatoriale, Barcellona); Roberto Gigliotti (Professore UNIBZ, Bolzano); Emanuele Guidi (direttore artistico ar/ge kunst); Krüger & Pardeller (artisti, Vienna); Lorenzo Sandoval (artista e curatore, Berlino); Manuel Segade (curatore, Rotterdam).

 

 

PERFORMANCE
21 novembre, ore 18

The Politics of Fermentation
Daniel Salomon (artista, Berlino)
A cura di Emanuele Guidi e Lorenzo Sandoval



Anticipation
from past participle stem of anticipare: ante ‘before’ + capere
‘to take (care of) ahead of time’

Anticipate
‘1 Regard as probable; expect or predict.
1.1 Guess or be aware of (what will happen) and take action in order to be prepared.
1.2 Look forward to.
2 Act as a forerunner or precursor of.
2.1 Come or take place before (an event or process expected or scheduled for a later time’’

‘…If the last forty years have been marked by ‘posts’ (post-war, post-colonialism, postmodernism, post-communism), then today, at least, we seem to be in a period of anticipation – an era that museums of contemporary art can help us collectively to sense and understand..’


Il simposio in programma presso ar/ge kunst è la terza iterazione del progetto di ricerca Spaces of Anticipation curato da Lorenzo Sandoval ed Emanuele Guidi. Avviato nel maggio 2014 con un primo simposio tenutosi presso l’EACC di Castellón, il progetto è stato seguito dalla mostra-ricerca Making Room – Spaces of Anticipation aperta negli spazi di ar/ge kunst da giugno a luglio 2014.


L’anticipazione, intesa sia come ‘guardare avanti’ sia come ‘attendere con impazienza’, evoca aspettativa ed emozione nei confronti di cosa e di chi deve ancora arrivare. Suggerisce anche l’idea dell’agire nel presente in preparazione di potenziali incontri.
L’anticipazione sta oggi diventando un campo di studio, in cui le condizioni del presente vengono sottoposte a un’analisi continua allo scopo di rispondere a eventi, sviluppi e tendenze futuri. Nelle sue applicazioni nel design, nell’architettura, nel marketing e persino nella politica, il pubblico (sotto forma di utenti, partecipanti e consumatori) diventa oggetto degli studi anticipatori.


Partendo da queste considerazioni e implicazioni, il progetto Spaces of Anticipation considera questo concetto sfaccettato in relazione a istituzioni culturali e artistiche e propone diversi percorsi di ricerca per meglio definire i campi d’azione in cui le istituzioni operano e comunicano con le proprie comunità.
In questo contesto, la parola anticipazione opera come cardine linguistico e concettuale, un supporto da cui la ricerca si sviluppa e attorno a cui varie posizioni sono raccolte per discutere modelli, pratiche e atteggiamenti istituzionali.


Il simposio riunisce vari contributi: artisti, curatori e ricercatori che, nelle rispettive pratiche e indagini, ampliano la grammatica dell’exhibition making intrecciandola con altri formati di produzione e distribuzione di conoscenza (collettiva). Di conseguenza, l’attenzione a forme di oralità e “narratorship”, a pratiche di cura e ospitalità e alle politiche del tempo e display sono essenziali nel discutere le modalità di relazione e scambio che possono essere stabilite attraverso e internamente all’istituzione.


The Politics of Fermentation
Performance di Daniel Salomon


Il contributo di Daniel Salomon al simposio è una performance partecipativa in cui i sauerkraut (piatto tradizionale a base di cavoli fermentati) saranno preparati. Nelle parole dell’artista: “La fermentazione conserva gli alimenti, è salutare, consente di risparmiare energie e ha un gusto delizioso. Ma al di là di tutti questi benefici, il motivo per cui mi interessa la fermentazione è che la vedo come una fonte infinita di metafore che aprono nuove modalità di relazionarsi con il mondo. A livello microscopico, batteri e funghi interagiscono, co-evolvono, si scambiano DNA, competono, muoiono, si alimentano dei resti organici gli uni degli altri e così via, il tutto secondo le regole di un ambiente complesso. La fermentazione degli alimenti è quindi più una collaborazione con altre specie (batteri e funghi) che un processo su cui abbiamo pieno controllo. Applicando il concetto all’idea di anticipazione, vorrei proporre la realizzazione dei sauerkraut come paradigma rilevante di un approccio umile e pragmatico al modo in cui possiamo influenzare l’ambiente”.


Il simposio si svolge nel contesto della mostra di Ingrid Hora “der Grillentöter/ L’ammazzagrilli” e coincide con il finissage della stessa.


Il Symposium è realizzato con il gentile supporto di Acción Cultural Española (AC/E)

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Eventi
Quote from a participant of The Walking Reading Group, London, 2014. Design: Ben Dunmore Quote from a participant of The Walking Reading Group, London, 2014. Design: Ben Dunmore

The Walking Reading Group on Participation
21 ottobre 2015

Ore 18:30 – 20:30

 

Punto d’incontro:
ar/ge kunst
Via museo 29
39100 Bolzano


Per questa edizione, The Walking Reading Group esplora la struttura nella partecipazione – all’interno di un gruppo, di un tempo o di uno spazio – prendendo come base testi di Michael Ende, Jo Freeman e Thomas More (in allegato: TWRG).


The Walking Reading Group, un progetto fondato da Lydia Ashman, Ania Bas, Simone Mair nel 2013, è un progetto che facilita lo scambio di saperi in maniera intima e dinamica. Diversamente dal gruppo di lettura dove i partecipanti sono riuniti intorno ad un tavolo, The Walking Reading Group invita a discutere dei testi durante una passeggiata. Il tavolo viene sostituito dalla strada e la voce dominante viene sostituita da una molteplicità di opinioni. I testi scelti, che variano per disciplina, tema e formato sono il nucleo della conversazione. Per partecipare è necessario inscriversi preferibilmente entro il 18.10.2015 all’indirizzo info@argekunst.it.


Il progetto avrà luogo parallelamente in tre città diverse ed è realizzato grazie al supporto di Histeria Kolektiboa, Isabel Verdet Peris, Zaramari (Bilbao), the Feminist Library (London) e ar/ge kunst (Bolzano). Con il sostegno di Eremuak, Bilbao.

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Eventi
What It Means To Win, Poster, Brave New Alps and Paolo Plotegher, photo by aneres

Che significa vincere
10 Ottobre 2015

Workshop III

 

Un workshop con Brave New Alps, Paolo Plotegher e Simone Mair.


Vi invitiamo al terzo e ultimo incontro di Che cosa significa vincere. Dopo aver sperimentato con confini, conflitti e potenzialità dei territori e delle istituzioni della cultura contemporanea, ripartiamo aprendo la riflessione alle possibilità di interconnessione e interdipendenza tra l’umano e il “più che umano” offerte da recenti prospettive ecologiche.


L’incontro avrà luogo sabato 10 ottobre dalle ore 11 alle ore 17 e inizierà con una camminata che a partire da ar/ge kunst si addentrerà nella città per discutere un testo su ecologia / economia qui allegato e altri estratti su “pratiche oltre l’umano”.
A seguire tecniche di teatro dell’oppresso di Augusto Boal saranno utilizzate per ripensare, attraverso questa prospettiva allargata, all’interconnessione tra umano e non umano, urgenze e problematiche del qui e ora.
La rilettura di queste urgenze sarà poi accompagnata fuori dall’istituzione con un intervento negli spazi della città.


“Vincere” potrà forse significare lo sviluppo di una pratica di collaborazione e interdipendenza tra l’umano e il “più che umano”?


Un caro saluto,
Paolo Plotegher, Brave New Alps, Simone Mair


Per partecipare al workshop è necessario iscriversi preferibilmente entro il 06.10.2015 all’indirizzo info@argekunst.it


NB: Il testo in allegato è in inglese, durante la camminata saranno usati estratti tradotti in italiano e tedesco.

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News
Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric premiato con il Paul Flora Price 2015


ar/ge kunst é lieta di annunciare che l’artista Oliver Laric é stato insignito con il Paul Flora Preis 2015 dalla Provincia del Tirolo e dalla Provincia Autonoma di Bolzano, Alto Adige.


ar/ge kunst ha presentato la prima mostra personale in Italia di Oliver Laric tra il 28 Novembre 2014 ed il 24 Gennaio 2015. La mostra è stata co-prodotta in collaborazione con il New Museum di New York.


Maggiori informazioni a questo link http://www.provinz.bz.it/kulturabteilung/kultur/3903.asp

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News
Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

“Die Umbequeme Wissenschaft / The Uncomfortable Science” presentata al Museum BPS22, Charleroi


Siamo felici di annunciare la presentazione del progetto La scienza scomoda / The Uncomfortable Science di Gareth Kennedy presso il Museo BPS22 di Charleroi, come parte della mostra The World Upside Down.


La scienza scomoda / The Uncomfortable Science è stata prodotta da ar/ge kunst e presentata a Bolzano a Settembre-Novembre 2014.
Design della Stube di Harry Thaler
In collaborazione con Kofler Deplau.

Inaugurazione: 25.09.2015
The World Upside Down
26.09.2015 – 31.01.2016


Maggiori informazioni a questo link http://www.bps22.be/en/Exhibitions/The-Worlds-Turned-Upside-Down

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Mostre
grillentöter cicrcle grillentöter cicrcle

You play this game, which is said to hail from China.
And I tell you that what Paris needs right now is to welcome that which comes from far away.
(Der Grillentöter / L’Ammazzagrilli)
11 Settembre – 21 Novembre 2015

INGRID HORA

 

Coreografie di Claudio Tomasi

 

INAUGURAZIONE
11 Settembre, ore 19

 

Performance alle ore 19 puntuali.

 

A cura di Emanuele Guidi

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, exhibition view, 2015, photo by aneres

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo - visualite

Ingrid Hora, Der Grillentöter, documentation of the performance, 2015, photo by Tiberio Sorvillo – visualite


Con il progetto di mostra dell’artista Ingrid Hora, ar/ge kunst prosegue la riflessione intorno ai suoi trent’anni di attività come Kunstverein di Bolzano e al significato del proprio nome (ar/ge kunst come Arbeitsgemeinschaft, comunità di lavoro).
You play this game, which is said to hail from China. And I tell you that what Paris needs right now is to welcome that which comes from far away. (Der Grillentöter / L’Ammazzagrilli) è la prima fase della ricerca che l’artista porta avanti con il nome di freizeyt e che prende in oggetto il “tempo libero” come concetto chiave attraverso cui osservare ed indagare forme di collaborazione e organizzazione che operano, e regolano, la società.


Sullo sfondo della progressiva scomparsa del confine tra il tempo libero ed il tempo del lavoro, operata nel semio-capitalismo, in questa mostra Ingrid Hora rintraccia una serie di riferimenti storici che rendono esplicito come il processo di gestione del tempo libero in termini “produttivi” sia una preoccupazione che emerge con la modernità. Hora osserva quelle istituzioni e forme associative che iniziano a diffondersi in Europa all’inizio del 19° secolo (e principalmente nel mondo Mitteleuropeo) e che gli stati moderni facilitavano per permettere alle persone di riunirsi al di fuori dell’orario di lavoro. Il Verein (quindi il Kunstverein), lo Schrebergarten, il Turnplatz entrano nella sfera d’interesse dell’artista per la loro capacità di sovrapporre la dimensione culturale e ludica con quella educativa, civica e politica.


Allo stesso tempo, Ingrid Hora s’interessa a un altro fenomeno minore che prende piede negli stessi anni in Europa: la diffusione del Tangram, una sorta di puzzle /passatempo importato dalla Cina che, a partire da sette elementi riuniti in una geometria base a forma quadrata, consiste nell’andare a comporre migliaia di altre possibili forme astratte o figurative. Il titolo della mostra cita una vignetta che appariva su una delle confezioni del gioco dell’epoca e che comunicava la necessità di accogliere prospettive diverse su come “passare il tempo”. Come una risposta a tale appello, Ingrid Hora fa convergere questi elementi, apparentemente distanti, e costruisce una propria grammatica in favore di una migrazione delle forme e delle prospettive.


Lo spazio ed il tempo della mostra sono articolati quindi attraverso sette sculture, traduzione di attrezzi ginnici e del Tangram stesso, che producono una sorta di palestra potenzialmente performabile e funzionale, dove sono presentati anche due video ed una performance realizzati in collaborazione con la coreografa Claudia Tomasi ed il coro maschile di Fiè allo Sciliar, un’associazione del Sudtirolo.
Se questo ambiente sembra favorire l’allenamento all’esercizio collettivo, simultaneamente implica quella logica “competitiva” che appartiene, parafrasando il sociologo tedesco Hartmut Rosa in Accelerazione e alienazione, principalmente allo sport e all’economia.


Dopo ar/ge kunst la mostra sarà presentata presso il DAZ – Deutsches Architektur Zentrum di Berlino (01.12.2015 – 14.02.2016).


Il progetto di ricerca Freizeyt è una collaborazione tra ar/ge kunst e DAZ.


Con il gentile sostegno di:

Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura

Regione Autonoma del Trentino Alto Adige,

Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Barth – building interior architecture


Un ringraziamento speciale:

Coro maschile di Fiè allo Sciliar
Ivo Barth

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News
Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

summer break


ar/ge kunst rimarrà chiuso dal 4 Agosto al 11 Settembre 2015.
Vi auguriamo una buona estate.
Ci vediamo a Settembre con:
Ingrid Hora
Ligna
Can Altay

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Progetti

Il grande rifiuto
Ligna
23 Settembre 2015, ore 20:30

Performance
In collaborazione con Festival Transart

 

presso:
Ex-Electronia
Via Macello 38
39100 Bolzano

prenotazione obbligatoria
info@transart.it & 0471 673070


Il collettivo Ligna, fondato nel 1997 dagli artisti performativi e radio-attivisti Ole Frahm, Michael Hueners e Torsten Michaelson, con base in Germania, porta in scena una visione, una possibile Storia Europea che non ha mai avuto luogo.


Nell’agosto del 1914 era previsto un congresso della Seconda Internazionale Socialista a Vienna con l´obiettivo di reagire a un possibile inizio della Grande Guerra con uno sciopero generale, che avrebbe fatto auspicabilmente crollare le infrastrutture dei paesi coinvolti e impedito l’avvio del conflitto. Il congresso e lo sciopero non ebbero mai luogo. I discorsi e gli interventi dei partecipanti al congresso erano ormai scritti, le richieste di permesso formulate e inoltrate, ma la guerra ne anticipò e annullò l’attuarsi.


Nell’anno in cui ricorre il centenario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale, il grande rifiuto esplora le possibilità individuali e collettive di rifiuto attraverso il re-enactment di una storia che non ha mai avuto luogo e di cui non si conosce la fine. Il pubblico viene invitato a prendere parte ad una fiction storica: il congresso dell’Internazionale Socialista avrà luogo a Bolzano, aprendo un universo parallelo, nel quale si mette in discussione la guerra come destino ineluttabile. Ciascuno si confronterà con una serie di “esercizi di resistenza”, un training di pose e gesti di rifiuto individuali e collettivi.


Il “Grande rifiuto” è il risultato di una serie di residenze di ricerca a Bolzano, Bologna, Genova e Reggio Emilia avvenute ad aprile del 2015.


In lingua tedesca ed italiana.


coordinamento artistico e produzione:
Elena Basteri; Emanuele Guidi; Elisa Ricci
coordinamento amministrativo:
Verena Rastner (ar/ge kunst, Bolzano/Bozen)
traduzione: Elena Basteri, Elisa Ricci


partner coproduttori: ar/ge kunst Bolzano / Bozen, Festival Transart Bolzano / Bozen, Santarcangelo 2015 Festival Internazionale del Teatro in Piazza; On Bologna; Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse; Terni Festival Internazionale della creazione contemporanea


sostenuto da: Goethe – Institut Genua; Goethe – Institut Mailand, Nationales Performance Netz (NPN) International Guest Performance Fund for Dance.
Sostegno al programma di residenze: Goethe – Institut e.V.;


Tour:

Festival Santarcangelo dei Teatri, 10 Luglio 2015 (Prima Nazionale),

Festival Transart and ar/ge kunst, 23 Settembre 2015

Terni Festival Internazionale della creazione contemporanea, 21 Settembre

Teatro della Tosse, Genova, 26/27 Novembre 2015


http://ligna.blogspot.it/

Loghi Ligna

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Progetti
Studio Practice: On the Act of Reading
/ Valentina Desideri Studio Practice: On the Act of Reading / Valentina Desideri

Studio Practice:
On the Act of Reading

Valentina Desideri
2-3-4 luglio 2015, ore 14 - 20

in collaborazione con la filosofa DENISE FERREIRA DA SILVA e le coreografe JENNIFER LACEY, CRISTINA RIZZO e MARA CASSIANI


Caro lettore,

Ti invitiamo ad unirti a
Studio Practice: On the Act of Reading. Lo studio sarà aperto dalle 14 alle 20 del 2, 3, 4 Luglio 2015. Potrai stare tutto il tempo che vorrai.

Valentina, Denise, Jennifer, Cristina e Mara si riuniranno in studio, e nello studio, per osservare da vicino l’atto del leggere.


Condividiamo diverse pratiche, tra esse la danza, pratiche di cura (reali e fittizie), filosofia, astrologia, scrittura e insegnamento. Consideriamo ognuna di queste pratiche un tipo di lettura. E soprattutto crediamo che l’atto della lettura sia sempre in corso. Leggiamo costantemente testi, immagini, situazioni, espressioni, corpi e spazio, e molto del nostro modo di capire si costruisce intorno a queste letture istantanee.
Ogni lettura produce un’immagine, immediatamente una composizione ed una rappresentazione di ciò che viene letto. Questa visione della lettura come produzione di immagini attinge dagli scritti di Walter Benjamin sulla lettura e l’immagine come forme di espressione che privilegiano l’intuizione a modi di conoscere ed esistere che si affidano alla riflessione, comprensione e riconoscimento.
Ti invitiamo ad entrare questo studio attraverso una metodologia volontariamente vaga che chiamiamo Studio Practice, che si riferisce sia alla pratica di essere in uno studio che in quella della studiare.
Se consideriamo lo studiare come qualcosa che facciamo con altri – modi di imparare che producono altri modi di convivenza e viceversa – allora lo studio non è solo un luogo in cui studiare ma anche un luogo che rende lo studiare possibile in virtù delle sue specifiche condizioni.
Il tipo di studio a cui ci rifacciamo è il dance studio (sala prove) dove molteplici proposte, parlate o semplicemente agite, si susseguono e viaggiano attraverso i corpi e dimensioni (fisica, intellettuale, emotiva, spirituale). Nello studio entriamo in una sequenza di azoni, silenzi, discussioni, tentativi, banalità, conflitti, entusiasmi. In altre parole: ci dedichiamo a uno specifico modo di “stare insieme” che è lo studio.
Assumendo che nessuno di noi sa cosa lo studio potrebbe significare per noi, ti invitiamo a visitarci in studio, a passare il tempo con noi leggendo, muovendosi, parlando, guardando, ascoltando, incontrandosi, annoiandosi, interessandosi o attivandosi, raccogliendo materiale sull’idea di lettura e seguendo tutte le possibili linee di ricerca che ne potrebbero emergere.

Sentiti libero di portare ‘cose’ che vorresti leggere: un libro, una lettera, un oggetto, un movimento, le tue mani…
Speriamo di vederti qui.

Valentina, Denise, Jennifer, Cristina e Mara


Studio Practice: On the Act of Reading è un evento di tre giorni organizzato da Valentina Desideri in collaborazione con Denise Ferreira de Silva, Jennifer Lacey, Cristina Rizzo and Mara Cassiani.

Studio Practice: On the Act of Reading ha luogo nel contesto della mostra Bassin ouvert della designer e artista francese Clémence Seilles (fino al 1 di Agosto 2015).

Co-prodotto con Bolzano Danza | Tanz Bozen.

Grazie a Museion per la partecipazione di Cristina Rizzo.

Studio Practice: On the Act of Reading e Bassin ouvert si inseriscono nell’ambito di PIANO, piattaforma preparata per l’arte contemporanea, Francia-Italia 2014-2016, concepita da d.c.a / association française de développement des centres d’art, in partnership con l’Institut français d’Italie, l’Ambasciata di Francia in Italia e l’Institut français, con il sostegno del Ministère des Affaires étrangères et du Développement international, del Ministère de la Culture et de la Communication e della Fondazione Nuovi Mecenati.


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Eventi
engaged anthropology engaged anthropology

Antropologia Applicata
24 giugno 2015, ore 18

Organizzato da EVAA - Associazione Antropologica Alto Adige nel contesto della mostra Bassin ouvert di Clémence Seilles


L’incontro tratterà le implicazioni pratiche e politiche dell’antropologia applicata.

Con: Dorothy Zinn – Professoressa presso la LUB (Libera Università di Bolzano), Elisabeth Tauber, ricercatrice presso la LUB e Monika Weissensteiner, volontaria per il monitoraggio profughi.

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Eventi
Can Altay_Poster_2015 Can Altay_Poster_2015

RADICAL HOSPITALITY
CAN ALTAY
26 Maggio - 14 Giugno 2015

Una collaborazione tra ar/ge kunst & Lungomare

L’artista turco Can Altay torna a Bolzano per il suo terzo soggiorno nel corso della residenza a lungo termine, per continuare il suo lavoro sui temi della città e in particolare sulla collina del Virgolo di Bolzano. Durante la sua permanenza sono in programma diverse azioni e interventi.


poster campaign
CERTE FORME DI RIVENDICAZIONE TERRITORIALE TRASFORMANO L’IMMAGINAZIONE SPAZIALE IN
(STUDIO VIRGOLO SECOND FRAGMENTS)

Periodo: 26 Maggio – 14 Giugno 2015
Luogo: Bolzano

Il progetto di Can Altay sul Virgolo continua con quella che lui stesso definisce una seconda serie di frammenti del progetto Studio Virgolo. L’articolo di giornale del 1948 sugli “uomini talpa” che, a ridosso della seconda guerra mondiale, abitarono il tunnel che attraversa
la montagna non ancora aperto al traffico viario, continua a stimolare l’immaginazione dell’artista.
“a chi è consentito appropriarsi dello spazio pubblico, chi è costretto ad abitare lo spazio delle infrastrutture? ABITANTI DEL TUNNEL NEGLI ANNI ’40. LA FUNICOLARE SI FERMA. FESTE AL VECCHIO CIRCOLO DEL TENNIS. CENTRI COMMERCIALI E PARCHI A TEMA. VIE DI FUGA E LUOGHI DI RIFUGIO.”
Altay occupa le superfici della comunicazione pubblicitaria della città di Bolzano con una serie di manifesti che tematizzano desideri disattesi e promesse non mantenute: poster per un turismo immaginario, una campagna informativa sui temi che verranno pubblicamente discussi a Lungomare durante la conversazione organizzata per il 12 di Giugno.
La ragione che spinge l’artista a dirigere l’attenzione del pubblico verso il monte Virgolo è dettata dal fatto che il caso esaminato è specifico per la realtà in cui si trova, ma al contempo fornisce parallelismi significativi con questioni analoghe che interessano la contemporaneità.


reading group

Ora 9 Giugno 2015, 18.00 – 20.00
Luogo: Parco della stazione, Bolzano (in caso di pioggia: Bar Jona)

Il geografo marxista David Harvey, nel terzo capitolo di Città Ribelli, legge i commons (beni comuni) urbani come il prodotto di relazioni sociali: le persone che vivono in una città producono commons continuamente. La gentrificazione è quel processo che capitalizza questa vitalità continuamente prodotta dalla città, un processo che spesso viene chiamato con l’eufemismo di “rigenerazione”. Harvey legge appunto la gentrificazione come una privatizzazione, per il profitto di pochi, della vitalità che una città e suoi abitanti creano, una privatizzazione spesso fomentata dalle stesse istituzioni pubbliche.
Il testo di Harvey può aiutarci a uscire dalla retorica che contrappone la “rigenerazione” al “degrado”: il cosiddetto disagio sociale è provocato infatti dagli stessi processi di rigenerazione. La lettura di questo testo ci permetterà di leggere l’attuale svendita a Bolzano di beni e terreni pubblici ai privati non come una mostruosità locale ma come una mostruosità globale.
Come descrivere la complessità delle trasformazioni urbane imposte dall’alto a Bolzano e quali sono le possibilità di rivendicare come un bene comune quelle forme di vita che come abitanti della città continuamente produciamo?

(Il testo può essere richiesto a Lungomare.)


conferenza
CONFLITTI SULL’IMMAGINARIO SPAZIALE (SVILUPPO PER IL VIRGOLO?)

Ora: 12 Giugno 2015, 19:00
Luogo: Lungomare, via Rafenstein 12, Bolzano

Con Stefano Novello, Michael Obrist, Huib Haye van der Werf

Per dare una risposta alle questioni che luoghi come il Virgolo – la montagna di Bolzano – sono in grado di generare dobbiamo prima prendere una posizione in riferimento a come ci immaginiamo il futuro delle nostre città. Queste visioni generalmente si basano su posizioni opposte: un approccio conservativo volto a mantenere immutati lo spazio e le strutture e uno neo-liberale che promuove la privatizzazione e la commercializzazione degli spazi urbani e semi-urbani. Senza lasciare spazio a compromessi, sembrano queste le due posizioni che si fronteggiano oggi nel dibattito sullo sviluppo della città di Bolzano.
Lungomare e ar/ge kunst organizzano un evento che, partendo dal caso del Virgolo, vuole aprire uno spazio di discussione su approcci e proposte concrete relative alla riqualificazione di questo monte bolzanino.
Senza basare il dialogo su una delle due posizioni descritte, ci mettiamo alla ricerca di nuove possibilità di utilizzo dello spazio urbano. Facendo questo vogliamo andare oltre la specificità del Virgolo e concentrarci, invece, sul suo significato in generale e in particolare per lo sviluppo futuro delle infrastrutture e dei luoghi nelle immediate vicinanze.
Prima di aprire il dialogo al pubblico, gli ospiti invitati Stefano Novello (Architetto, Bolzano), Michael Obrist/Feld72 (Architetto, Vienna) und Huib Haye van der Werf (Direttore Artistico Multiform Institute for Fine Art, Design and Reflection, Maastricht) presenteranno proposte e prospettive per il Virgolo e reagiranno agli input mettendoli in discussione. La tavola rotonda sarà moderata dall’artista Can Altay e dal team di curatori delle due istituzioni.

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Mostre
Clemence Seilles_Bassin Ouvert

Bassin ouvert
Clémence Seilles
16 Maggio – 1 Agosto 2015

Inaugurazione
15 Maggio 2015, ore 19

 

a cura di Emanuele Guidi

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Clemence Seilles - argekunst web 05

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres

Bassin ouvert, Clémence Seilles, Installation view, photo by aneres


ar/ge kunst è lieta di annunciare la prima mostra italiana dell’artista e designer francese Clemence Seilles (1984, vive e lavora tra Parigi ed Amsterdam).
Con questo progetto continua la presentazione di artisti che sono stati invitati ad operare nel corso del trentesimo anniversario di ar/ge kunst per riflettere sul modello istituzionale ed associativo di Kunstverein e sulla dimensione collettiva suggerita dal nome “ar/ge”.

A partire dalla propria formazione e pratica nel campo del design, Clemence Seilles porta avanti una ricerca sui dispositivi, i materiali e i “meccanismi espositivi” che costituiscono l’apparato-mostra come spazio di presentazione, comunicazione e legittimazione. Dopo essersi confrontata con la dimensione scultorea di piedistalli e sedute come elementi di supporto che compongono il display, l’artista si concentra nella costruzione di scenari che facilitano situazioni collettive performative e produttive riflettendo sul rituale dell’incontro e dell’evento – dalla progettazione di salons con mobili e accessori, fino allo studio di registrazione per musicisti indipendenti completi di strumenti riprogettati da Seilles stessa.

Con Bassin ouvert, Clemence Seilles realizza negli spazi di ar/ge kunst un intervento che espande le premesse di questa ricerca. Il bassin è, infatti, una vasca d’acqua artificiale presente nelle corti e giardini pubblici e privati in uso principalmente nei paesi mediterranei. Un elemento architettonico questa volta “aperto” nelle funzioni, come indica il titolo, – puro ornamento, fonte e risorsa d’acqua, luogo per la cura e il benessere del corpo – ma che attraverso la presenza dell’acqua ha la finalità ultima di produrre un ambiente aggregante, ibrido e (ri)generativo.
L’“oggetto” propone quindi una funzione, e un funzionamento, differente dell’istituzione. Muovendosi tra la dimensione della scenografia e quella del supporto “fluido”, il bassin accoglie e si adatta nel corso della mostra a varie forme di incontro: da artisti e musicisti a studenti, coreografi, che di volta in volta ne riscrivono le possibilità d’uso.


Bassin ouvert vede il contributo degli artisti Deborah Bowman, Laure Jaffuel, Theo Demans.


Per l’inaugurazione gli artisti Estrid Lutz, Emile Mold and Theo Demans sono stati invitati da Clémence Seilles a realizzare la performance An Extra Collision (15 Maggio, ore 20).


SAVE THE DATE

Nel contesto della mostra, Il 2, 3 e 4 di Luglio, la coreografa e artista Valentina Desideri, svilupperà il progetto Studio Practice: On the Act of Reading, in collaborazione con la filosofa Denise Ferreira da Silva e le coreografe Jennifer Lacey, Cristina Rizzo e Mara Cassiani.


Il progetto Bassin ouvert si inserisce nell’ambito di PIANO, piattaforma preparata per l’arte contemporanea, Francia-Italia 2014-2016, concepita da d.c.a / association française de développement des centres d’art, in partnership con l’Institut français d’Italie, l’Ambasciata di Francia in Italia e l’Institut français, con il sostegno del Ministère des Affaires étrangères et du Développement international, del Ministère de la Culture et de la Communication e della Fondazione Nuovi Mecenati.


Studio Practice: On the Act of Reading è realizzato in co-produzione con il Festival Bolzano Danza | Tanz Bozen.


Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Nuovi Menenati, nouveaux mécènes – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea.
Bolzano Danza | Tanz Bozen


Un ringraziamento speciale a: Triangle, Marseilles


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Schermata 05-2457155 alle 12.57.03

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Eventi
EVAA

ETHNO CAFÉ
RITI DI FERTILITÀ GIOVANI E IDENTITÀ IN SÜDTIROLO: Il caso studio dello Stelvio in Val Venosta
29 Aprile 2015, ore 18

Organizzato da EVAA - Associazione Antropologica Alto Adige,
nel contesto della serie La Mia Scuola di Architettura 



La Dott.ssa Marta Villa, attuale Docente, Assistente cattedra di Antropologia Culturale – Università degli Studi di Trento, presenterà la sua ricerca sull’identità e riconoscimento attraverso i culti della fertilità e il paesaggio agricolo.

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Eventi
Spatial Dispositions, Cover, 2015 Spatial Dispositions, Cover, 2015

Book Launch
Spatial Dispositions
Aldo Giannotti
28 Aprile 2015, ore 19:30

ar/ge kunst è lieta di annunciare il lancio del libro Spatial Dispositions di Aldo Giannotti, pubblicato da Verlag für Moderne Kunst. 
Il libro d’artista, realizzato parallelamente alla mostra dallo stesso nome, è il risultato della ricerca di Aldo Giannotti su ar/ge kunst.

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Eventi
Can Altay, Such Claims on Territory, Installation view
photo by Lungomare Bolzano/Bozen Can Altay, Such Claims on Territory, Installation view photo by Lungomare Bolzano/Bozen

Reading Group
27 Aprile 2015, ore 18 - 20

Luogo: Giardino dei Cappuccini, Bolzano
Nell’ambito di

RADICAL HOSPITALITY: SUCH CLAIMS ON TERRITORY,

Can Altay

 

Una collaborazione tra ar/ge kunst & Lungomare

 

Partendo dalle riflessioni fatte assieme a Can Altay, artista in residenza a ar/ge kunst e Lungomare nel 2014-16, vi invitiamo alla prima di una serie di letture e discussioni pubbliche itineranti nella città, su temi quali: “micro gesti di rivendicazione territoriale; conflitti sull’immaginazione degli spazi, politiche urbane neoliberali e resistenze contro-egemoniche, tempi (passato, presente, futuro) inscindibili tra loro e dallo spazio”.

Per il primo incontro leggeremo il primo capitolo di “Mille Piani” di Deleuze e Guattari, dedicato al “rizoma”, scaricabile da questo sito.

Partiamo con un testo impegnativo (i testi che seguiranno saranno di più agevole lettura): lo scopo non è quello di sviscerarne il significato quanto di utilizzare questo testo come uno strumento per rileggere la realtà cittadina allontanandoci da logiche di opposizione binarie e “arborescenti” per tentare un approccio “rizomatico”, aperto cioè a una complessità che vada oltre categorie precostituite.
A questo scopo invitiamo ognuno a portare all’incontro uno o più oggetti che possano servire a raccontare quella che viene sentita come un’urgenza rispetto alla vita nella città.
Il testo è denso e lungo, consigliamo di leggere sopratutto le pagine da 45 a 47 che parlano della differenza tra mappare e ricalcare, tra cartografia e decalcomania. Questo ci sarà utile per provare a rileggere la città, e sopratutto i quartieri attorno alla stazione, utilizzando gli oggetti a disposizione e attraverso possibili derive.

L’incontro si terrà lunedì prossimo, 27 Aprile al Giardino dei Cappuccini dalle 18.00 alle 20.00 (“si parte sempre dal mezzo” dicono Deleuze e Guattari).
In caso di maltempo ci incontriamo davanti al teatro.

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Eventi
What It Means To Win, Poster, Brave New Alps and Paolo Plotegher, photo by aneres

Che significa vincere
11 Aprile 2015

Workshop II

 

con Brave New Alps, Paolo Plotegher e Michael Schlauch

 

 


… un gioco, una competizione, la formulazione di una strategia, … ma con chi è che si lotta, per cosa e perché si lotta e in quale contesto ci si batte?


Riprendendo il filo – anche con persone nuove – di un workshop tenutosi ad ar/ge kunst a luglio 2014, durante il pomeriggio dell’11 di Aprile esploreremo, attraverso scenari più o meno fittizi, il dentro e il fuori delle istituzioni culturali, e le economie e le relazioni che possiamo costruire per sostenere le nostre vite e le attività che ci appassionano. Ci immergeremo in un gioco di ruolo per sviluppare delle strategie di azione utilizzando un metodo ispirato ai principi della permacultura.


Per partecipare al workshop è necessario iscriversi all’indirizzo info@argekunst.it

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Eventi
Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015

Collective Curating
dalla serie Disposizioni Spaziali
Aldo Giannotti
26 Marzo 2015

Orari dell’evento:
11:00-13:00 / 15:00-19:00

‘Things the audience would like to present in the exhibition space are drawn by the artist’ / “Cose che l’audience vorrebbe presentare nello spazio della mostra, saranno disegnate dall’artista” è la dichiarazione che accompagna il disegno Collective Curating, uno dei numerosi progetti che compongono la mostra Spatial Dispositions di Aldo Giannotti e che sono attivati secondo temporalità differenti.

L’artista sarà ad ar/ge kunst il 26 Marzo durante tutta la giornata, per incontrare tutti coloro che – come il testo dichiara – vorrebbero presentare una “cosa” negli spazi della mostra. Con questa attivazione, Giannotti esplora l’idea stessa di mostra come possibile teatro di “cose” che si accumulano progressivamente nello spazio attraverso l’atto del racconto.

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Mostre
Aldo Giannotti, Spatial Dispositions, 2014 Aldo Giannotti, Spatial Dispositions, 2014

Disposizioni Spaziali
Aldo Giannotti
07 Febbraio - 30 Aprile 2015

Inaugurazione: 7 Febbraio, 0re 19

 

“disposition: 1) a person’s inherent qualities of mind and character; an inclination or tendency to  behave in a particular way; 2) the way in which something is placed or arranged; […].”

A Space Containing Itself,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

A Space Containing Itself, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


A Space Containing Itself,  from the Spatial Dispositions Series, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

A Space Containing Itself, from the Spatial Dispositions Series, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Spatial Dispositions, Aldo Giannotti, Installation View, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Aldo Giannotti, Installation View, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Tracing Categories,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Tracing Categories, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo Aldo Giannotti

Tracing Categories from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo Aldo Giannotti

Arbeitsgemeinschaft - The Changing Space,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Arbeitsgemeinschaft – The Changing Space, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
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Promotion Loop,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Promotion Loop, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres

Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015

Collective Curating from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015

The History of Management,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

The History of Management, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
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The Budget,  from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

The Budget, from the Spatial Dispositions Series, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
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Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
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Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015 photo aneres

Spatial Dispositions, Installation View, Aldo Giannotti, ar/ge kunst, Bozen/Bolzano 2015
photo aneres


Nel 2015 ar/ge kunst celebra i 30 anni dalla sua fondazione (1985). In occasione di quest’anniversario l’intera programmazione sarà rivolta a riflettere criticamente sulla sua storia e sul modello istituzionale di Kunstverein che la caratterizza sin dal principio.
Attraverso la pratica degli artisti invitati, la mostra come modalità di ricerca, produzione, collaborazione e restituzione, rimarrà al centro dell’indagine di ar/ge kunst; uno spazio ed un tempo pensato per ospitare, in stretta relazione di reciprocità ed influenza, un programma pubblico composto da formati discorsivi, laboratoriali e performativi.


Il primo progetto di mostra del 2015 Spatial Dispositions dell’artista italiano Aldo Giannotti (1977, vive e lavora a Vienna), opera come introduzione all’intero anniversario e presenta un’indagine progressiva su ar/ge kunst stessa.
A partire dall’osservazione dello spazio planimetrico e architettonico, l’artista estende la ricerca verso quell’ampio campo di relazioni che definiscono il luogo-istituzione e costantemente lo modellano. La storia, i flussi delle economie, la mission e le ambizioni di ar/ge kunst, le responsabilità verso i soci-membri ed il pubblico, i rapporti con il contesto culturale e politico in cui essa opera, sono tradotte in progetti installativi e performativi potenzialmente attivabili.


Presentata come serie “programmatica” d’idee in forma di disegno, l’intervento di Giannotti produce quindi una cartografia che cresce nel tempo attraverso le ricerche ed il dialogo con chi partecipa, e ha partecipato, alla costruzione di ar/ge kunst stessa, che sia esso il team, gli artisti, i membri del Kunstverein o il pubblico.
Il disegno, che l’artista utilizza da sempre come strumento progettuale nel suo lavoro, diventa, in quest’occasione, il medium che permette di liberare una pratica immaginativa ed anticipatrice che accumula nello stesso spazio un indeterminato numero di possibili interventi e “mostre”. Idee che operano come commento, critica e contributo su cui la rappresentazione dello spazio è costantemente riconfigurata.
Spatial Dispositions offre quindi una metodologia che studia l’istituzione come sistema leggibile e trasformabile attraverso il rapporto tra “disposizione”, come qualità o tendenza di soggetto verso un determinato comportamento, e “disposizione”, come possibilità di organizzazione, distribuzione e allestimento di uno luogo.


In questo senso, quelle che potrebbero essere definite le “affordances” (proprietà inerenti alla forma e design di un ambiente che comunicano le possibilità d’uso di esso) dell’istituzione, sono portate da Giannotti oltre la loro immediata percezione. ar/ge kunst diventa quindi un oggetto/soggetto che ambisce a “performare” una molteplicità di ruoli e funzioni che rispondano ai contesti con cui entra, o potrebbe entrare, in relazione.

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Eventi
Andreas Pichler, My 3 Peaks, video still, 2005 Andreas Pichler, My 3 Peaks, video still, 2005

Come primo amore
Andreas Pichler
27 Genniao, ore 19

La Mia Scuola di Architettura*

 


La programmazione di ar/ge kunst del 2015 apre con una presentazione di Andreas Pichler.
Il regista introdurrà la propria pratica con attenzione al ruolo che il paesaggio ha esercitato nella sua produzione, in particolare quello del Sudtirolo. Nella sua “lezione” Pichler combinerà estratti filmici e racconto per riflettere sulla relazione luogo – comunità – narrazione che attraversa il suo lavoro.


Andreas Pichler (1967, Bolzano) è regista e autore di numerosi documentari in Italia, Germania, Austria e Francia, co-prodotti, tra gli altri da ARTE, RAI Cinema, ZDF, ORF. Tra le sue più recenti produzioni: Europe for sale (2014), Die Akte Pasolini (2013), Das Venedig Prinzip (2012) premiato come miglior documentario al London Open City Festival e al Cinemaambiente Torino.


* La Mia Scuola di Architettura prende il titolo dalla serie fotografica dell’artista ed “anarchitetto” Gianni Pettena in cui è rappresentato il paesaggio delle Dolomiti che circonda Bolzano. Si tratta di una serie di presentazioni pubbliche irregolari che intende indagare l’idea di paesaggio e l’influenza che esso può avere sulla formazione di un individuo, come artista e cittadino, e quindi sulla costruzione di un’intera comunità.
Allo stesso tempo, in linea con il messaggio di Pettena stesso, La Mia Scuola di Architettura intende portare avanti una riflessione sui possibili formati di produzione e trasmissione di conoscenza, così da espandere l’idea stessa di educazione e scuola.

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Mostre
Oliver Laric, “Untitled”, video 4k, 2014 Oliver Laric, “Untitled”, video 4k, 2014

OLIVER LARIC
28 Novembre 2014 - 24 Gennaio 2015

Inaugurazione
28 Novembre 2014 ore 19

 

Con un contributo scritto di Rosi Braidotti

 

Alterità in metamorfosi e soggettività nomadi

 

A cura di Emanuele Guidi

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, The Hunter and his Dog, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, 2014, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric  2014  4K video, colour, sound  5 min 20 sec  Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric
2014
4K video, colour, sound
5 min 20 sec
Edition of 5 + 2 AP

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014

Oliver Laric, Installation view, photo by aneres, 2014


ar/ge kunst Galerie Museum è lieta di annunciare l’apertura della prima mostra personale istituzionale in Italia dell’artista Oliver Laric (Innsbruck, 1981).


La ricerca dell’artista si muove da sempre nel campo esteso della cultura visiva e della sua complessa relazione con Internet; una ricerca che Laric porta avanti indagando principalmente gli effetti della distribuzione sul campo della produzione.
Operando principalmente attraverso i linguaggi del video e della scultura, la sua pratica pone questioni su come le immagini siano prese, interpretate, tradotte e rimesse in circolazione in molte possibili “versioni” e iterazioni.
L’interesse per immagini iconiche, di cui Laric si appropria indistintamente dalla cultura contemporanea o da passati mitologici, deriva dalla sua attenzione per il modo in cui il loro valore (e potere) è creato e oscilla; un valore che non è più determinato dalla loro unicità o veridicità ma dalle dinamiche collettive, spesso anonime, che, attraverso la circolazione, le trasformano in icone stesse.


Per la sua mostra ad ar/ge kunst la ricerca di Oliver Laric si sviluppa in due direzioni complementari che guardano all’antropomorfismo, shape shifiting (mutaforma) e processi di ibridazione, come possibilità per esplorare la relazione di reciprocità e continuità tra la figura umana e “altri” agenti, siano essi animali o cose. Un soggetto che attraversa religione, scienza, folklore, cultura e sotto-culture popolari.


Una nuova versione di Hunter and his Dog (2014) è presentata come sequenza di bassorilievi; tre copie della stessa scultura di John Gibson (1838), che Laric ha precedentemente scannerizzato in 3D e successivamente stampato a mano. La scelta di questo soggetto, una scena quotidiana in cui Gibson ha ritratto un giovane che trattiene il proprio cane al guinzaglio, è significativa esattamente per la tipologia di rappresentazione in cui la figura umana è posta in relazione dualistica con l’animale. Partendo dalla dettagliata scultura neoclassica in marmo di John Gibson, la tecnica ed il materiale scelti da Laric trasformano la relazione che esiste tra le due figure: il controllo dell’uomo sull’animale muta in una sorta di continuità tra i due corpi e le due soggettività.


Nel suo nuovo video l’artista si interroga ulteriormente su questo sistema dualistico (umano-animale, umano-oggetto, uomo-donna,…), esplorando la nozione di metamorfosi attraverso una selezione di scene da illustrazioni e animazioni dal diciannovesimo secolo ad oggi. Come per la scultura, l’artista ha scelto di non lavorare direttamente con il materiale originale, ma ha invece commissionato a tre illustratori di ri-disegnare frammenti e immagini che provengono da film di animazione americani, russi, giapponesi e altri paesi con questo tipo di tradizione. L’atto del ridisegnare permette di isolare il processo di shape-shifting e metamorfosi dal contesto originario così da visualizzare lo stato intermedio della trasformazione di un personaggio da una forma riconoscibile ad un’altra, uno stato che esiste a metà tra stati classificabili. Oliver Laric perpetua attivamente questo continuo stato “in divenire” come condizione desiderabile che produce un’intera gamma di soggetti ibridi che si muovono liberamente attraverso categorie di genere e identità.


In coproduzione con
New Museum Triennial, New York
Tanya Leighton, Berlin


Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura

Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
IFA – Institut für Auslandsbeziehungen e.V
Land Tirol – Abteilung Kultur
Bundesministerium für Bildung und Frauen, Vienna
Forum Austriaco di Cultura a Milano

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Eventi
Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014 Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Ethnocafé
La scienza scomoda
29 Ottobre 2014, ore 19

In collaborazione con
Associazione Antropologica Alto Adige (EVAA)


L’Associazione Antropologica Alto Adige (EVAA) organizza in collaborazione con ar/ge kunst un Ethnocafé dedicato alla mostra „La scienza scomoda“ dell’artista irlandese Gareth Kennedy.
L’Ethnocafé si terrà mercoledì, 29 ottobre 2014 alle ore 19 nell’ar/ge kunst (Via Museo 29, Bolzano). Josef Rainer (socio del direttivo di ar/ge kunst) introduce alla mostra. Emanuel Valentin (presidente EVAA) propone alcune riflessioni sull’eredità dell’antropologo sociale Bronislaw Malinowski ed il suo ruolo per l’antropologia di oggi. L’ingresso all’Ethnocafé é gratuito.


Die unbequeme Wissenschaft (La scienza scomoda) è il risultato della ricerca condotta dall’artista irlandese Gareth Kennedy, come parte del primo progetto di ricerca annuale ad ar/ge kunst. Invitato per l’interesse verso le espressioni della cultura popolare che caratterizza la sua opera, Kennedy ha svolto uno studio sulla sofferta storia del folclore e sull’antropologia visiva del Sud Tirolo.
Sviluppata nel corso di cinque residenze, tra il 2013 e il 2014, la ricerca di Kennedy lo ha portato sulle tracce della SS Ahnenerbe Kulturkommission (1), attiva nel Sud Tirolo dal 1939 al 1942. Nelle parole di Wolfram Sievers, capo dell’Ahnenerbe, funzione primaria dell’istituzione era: “raccogliere e conservare tutto il materiale e il patrimonio intellettuale… della popolazione di etnia tedesca” .
Con quella che si può definire la più approfondita indagine su lingua e folclore eseguita sul campo mai realizzata, la Kulturkommission documentò in modo esaustivo gli usi e costumi musicali, linguistici e folcloristici del popolo alpino. Si trattò di un’“operazione etnografica di salvataggio” eseguita a partire da un diktat politico, che consentiva di preservare la cultura della popolazione per renderla disponibile dopo il trasferimento nei Monti Tatra, in Borgogna o in Crimea.
Negli Ethnocafé dell’Associazione Antropologica Alto Adige EVAA si presentano e discutono temi legati all’etnologia, con l’obiettivo di far conoscere questa disciplina sul territorio altoatesino e di creare incontri informali per persone interessate all’antropologia.

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Eventi
bir ihtimal with works by Nils Norman, Ceren Oykut, Sinek Sekiz, and the Park Collective. 2010. Photo: Laleper Aytek bir ihtimal with works by Nils Norman, Ceren Oykut, Sinek Sekiz, and the Park Collective. 2010. Photo: Laleper Aytek

OSPITALITÀ RADICALE

CAN ALTAY
ARTIST TALK

UN PROGETTO DI
AR/GE KUNST E LUNGOMARE
3 Ottobre 2014, ore 19

presso Lungomare
Rafensteinweg 12
39100 Bolzano

 

Can Altay

Can Altay


ar/ge kunst e Lungomare invitano Can Altay per un progetto di residenza comune che porterà l’artista turco a Bolzano nel 2014, 2015 e 2016 per una collaborazione a lungo termine con le due istituzioni ed il territorio. Il tema della residenza è “Ospitalità Radicale” e invita il residente a confrontarsi e interpretare in termini radicali le questioni legate all’ospitalità intesa come spazio relazionale e sociale, come condizione temporanea e come rapporto che definisce al suo interno dinamiche di potere.


Can Altay è un artista che vive a Istanbul. I suoi lavori si concentrano su funzioni, significato, organizzazione e riconfigurazione dello spazio pubblico. In particolare gli interventi di Altay forniscono una riflessione critica sui fenomeni urbani e sulla loro relazione con l’attività artistica. Mostre personali (selezione): Arcade, London (2013), Casco, Utrecht (2011), The Showroom, London (2010); mostre colletive (selezione): Walker Art Center (Minneapolis), VanAbbe Museum (Eindhoven), ZKM (Karlsruhe), Artist Space (New York); partecipazioni alle biennali di Istanbul, Havana, Busan, Gwangiu, Marrakech, Taipei.

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Eventi
Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science), Stuben-Forum
Installation design di Harry Thaler, produced by Tischlerei & Möbelhaus Kofler, photo argekunt ,2014 Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science), Stuben-Forum Installation design di Harry Thaler, produced by Tischlerei & Möbelhaus Kofler, photo argekunt ,2014

STUBEN-FORUM
DIE UNBEQUEME WISSENSCHAFT
(La scienza scomoda)
Sabato, 20 settembre, ore 15 – 18

Gareth Kennedy

 

Design dell’installazione di Harry Thaler
Produzione di Josef Rainer e Verena Rastner

A cura di Emanuele Guidi

 

 

(In lingua tedesca)


Oratori:

Georg Grote (University College Dublino)
Franz Haller, Antropologo visivo (Merano)
Thomas Nussbaumer (Università di Innsbruck)
Hannes Obermair (Archivio Storico, Bolzano)
Ina Tartler (Vereinigte Bühnen Bozen)
Elizabeth Thaler (Vereinigte Bühnen Bozen)

Moderazione di Hans Karl Peterlini (Giornalista e autore, Bolzano/Bozen)


Programma

15:00 Benvenuto
Emanuele Guidi (direttore artistico ar/ge kunst)

15:10 Prologo
Hans Karl Peterlini

15:25 Introduzione Maschere
Thomas Nussbaumer introduce Richard Wolfram e Alfred Quellmalz, membri della SS Commissione Culturale Ahnenerbe in Sud Tirolo (1939 – 1942)
Franz Haller introduce Arthur Scheler, fotografo nato a Merano.
Hannes Obermair introduce Bronislaw Malinowski, antropologo di fama mondiale che era solito andare in villeggiatura a Soprabolzano.

16:05 First Panel
Framing History (Inquadramento Storico)
con Georg Grote e Hannes Obermair

16.35 Second Panel
Folk Culture (Uses & Abuses)
(Cultura popolare (Usi & Abusi)
con Thomas Nussbaumer, Georg Grote e Franz Haller

17.05 Third Panel
Performing the Unstageable
(Mettere in scena l’inscenabile)
con Ina Tartler e Elizabeth Thaler

17.35 Epilogo e discussione con il pubblico

18.00 Termine dello Stuben-Forum

Biographies
Georg Grote è professore in Storia europea occidentale e Head of School presso l’University College di Dublino. I suoi interessi di ricerca coprono il nazionalismo storico e il regionalismo moderno; in particolare, ha pubblicato casi-studio sulla Germania, l’Irlanda e il Sud Tirolo. Georg Grote ha visitato continuamente il Sud Tirolo negli ultimi 35 anni e ha quindi esperito in prima persona i grandi cambiamenti che la regione ha attraversato. Se da un lato le storie locali e regionali del Sud Tirolo sono estremamente interessanti per sé, la sua Storia nel più ampio contesto degli sviluppi europei del ventesimo e ventunesimo secolo sono estremamente affascinanti. Con alle spalle una ricchezza di esperienze di insegnamento in tutta Europa e la sua base nell’università di Dublino, Georg Grote cerca di mettere in relazione il suo background di ricerca internazionale con eventi in Sud Tirolo e di presentarli in modi coinvolgenti.

Franz J. Haller è nato a Merano (Sud Tirolo) nel 1948. Ha studiato etnologia all’università di Vienna e antropolgia visiva all’università di Göttingen, con un area di ricerca nell’Africa centrale e settentrionale e i bassopiani delle Amazzoni. Ha co-fondato il Museo agricolo di Castel Fontana nel 1974. Dal 1976 al 1979 è stato professore di ricerca presso OAS (organizzazione degli stati americani) nell’Universito di Quito, Equador.
Haller ha prodotto più di 150 documentari sull’etnografia e la storia recente del Sud Tirolo per la televisione, scuole e musei. Nel 2012 ha fondato il portale www.tiroler.tv.

Thomas Nussbaumer è nato ad Hall nell Tirolo (Austria). Ha studiato musicologia e germanistica all’Università di Innsbruck, ottenendo il dottorato nel 1998. La sua dissertazione è stata pubblicata nel 2001 sotto il titolo di Alfred Quellmalz und seine Südtiroler Feldforschungen (1940–42): Eine Studie zur musikalischen Volkskunde unter dem Nationalsozialismus (Alfred Quellmalz e le sue ricerche di campo in Sud Tirolo (1940-1942): uno studio sulla musica ed il folklore sotto il Nazional Socialismo). Nel 2011 Nußbaumer ha completato la sua tesi di post-dottorato sulla musica folkloristica presso l’Università per la Musica e le Arti Performative in Vienna. Ha insegnato presso l’Innsbruck campus dell’Università Mozarteum di Salisburgo dal 1995, diventando Professore nel 2011. È capo del dipartimento per l’etnologia musicale all’interno del dipartimento di musicologia. La sua ricerca e pubblicazioni si concentrano sulla musica ed i costumi, carnevale, musica folkloristica e nazismo, tradizioni musicali folkloristiche alpine (in particolare dell’Austria occidentale e del Sud Tirolo), e sulla musica dell’antico ordine Amsih.

Hannes Obermair nato a Bolzano nel 1961. Da storico regionale si occupa soprattutto di tematiche di storia urbana e dello sviluppo della scritturalità in epoca medievale e di prima età moderna nell’area alpina centrale. La zona trentino-tirolese è da sempre caratterizzata da fenomeni di transizione e di acculturazione, ai quali cerca di dedicare le sue ricerche in chiave comparatistica. In tempi più recenti si é avvicinato anche a temi di storia contemporanea, con particolare riguardo alla fase fascista e nazista in regione e alla relativa storia della storiografia.

Hans Karl Peterlini nato a Bolzano nel 1961. Da giornalista regionale con una forte attenzione per le questioni di politica attuale e di storia contemporanea, con speciale riguardo per la lotta per l’autonomia dell’Alto Adige e i suoi passaggi anche violenti, negli ultimi anni ha cambiato area di lavoro, ma non area di interesse. Per il suo lavoro da ricercatore nell’educazione e nella formazione le domande sono rimaste le stesse: in quale modo individui e la collettività sviluppano la propria identità? Come possono imparare dal passato per il presente ed il futuro? Cosa impedisce i processi di apertura culturale e interculturale? Cosa li favorisce? Durante il prossimo anno di studio coprirá la cattedra per la Pedagogia Generale e Interculturale all’Università di Klagenfurt.

Ina Tartler è nata in Romania nel 1966 ed è emigrata in Gerania nel 1988. Ha studiato letteratura tedesca, studi teatrali e psicologia all’Università Ludwig-Maximilians di Monaco. Dal 2002 al 2008 è stata responsabile della drammaturgia al Teatro di Salisburgo, dal 2008 responsabile della drammaturgia presso i Vereinigte Bühnen Bozen.

Elisabeth Thaler è nata a Bolzano nel 1981. Ha studiato letteratura comparata e germanistica presso l’Università di Innsbruck. Nel 2006 stata drammaturga in residenza presso il Tiroler Landestheater, tra il 2006 ed il 2013 responsabile della drammaturgia presso i Vereinigte Bühnen Bozen, dove è tuttora drammaturga. Ha lavorato con Bettina Bruinier, Agnese Cornelio, Philipp Jescheck, Alexander Kratzer, Carina Riedl, Georg Schmiedleitner Katharina Schwarz.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Regione Autonoma del Trentino Alto Adige,
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Culture Ireland / Cultúr Éireann
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Kofler Falegnameria & Interior Design, S. Felice / Val di Non
Rothoblaas, Cortaccia
Deplau, S. Felice / Val di Non
Wolfstuben, Cermes
Österreichische Mediathek, Vienna
pur SÜDTIROL
Lichtstudio Eisenkeil
Dr. Schär, Postal

Un ringraziamento speciale:
Egetmann Verein Tramin/Termeno
Museo Provinciale degli usi e costumi a Teodone
Ofas Architekten, Bolzano
Musica Popolare, Archivio Fotografico Quellmalz (Area scuole di musica tedesche e ladine)

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Mostre
Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science), Installation design di Harry Thaler, produced by Tischlerei & Möbelhaus Kofler, photo aneres, 2014 Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science), Installation design di Harry Thaler, produced by Tischlerei & Möbelhaus Kofler, photo aneres, 2014

Die unbequeme Wissenschaft
(La scienza scomoda)

Gareth Kennedy
20 Settembre - 15 Novembre 2014

Inaugurazione 19 Settembre 2014

 

“Stuben-Forum”: 20.09.2014, ore 15 – 18

 

Design dell’installazione di Harry Thaler

Produzione di Josef Rainer e Verena Rastner

 

A cura di Emanuele Guidi

 

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non © ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation design by Harry Thaler, Produced by Kofler and Deplau, San Felice / Val di Non
© ar/ge kunst, Aneres 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Masken, © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Masken, © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view   © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view
© ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view (Film from the Austrian Mediatech)  © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view (Film from the Austrian Mediatech)
© ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science) Installation view © ar/ge kunst, ANERES 2014

Gareth Kennedy, Die Unbequeme Wissenschaft (The Uncomfortable Science)
Installation view
© ar/ge kunst, ANERES 2014


Die unbequeme Wissenschaft (La scienza scomoda) è il risultato della ricerca condotta dall’artista irlandese Gareth Kennedy, come parte del primo progetto di ricerca annuale ad ar/ge kunst. Invitato per l’interesse verso le espressioni della cultura popolare che caratterizza la sua opera, Kennedy ha svolto uno studio sulla sofferta storia del folclore e sull’antropologia visiva del Sud Tirolo.


In quanto regione di lingua tedesca annessa all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, il Sud Tirolo presenta una storia turbolenta dovuta all’impiego delle discipline scientifiche compromesse dall’ideologia; geografi italiani ed etnografi austriaci hanno infatti creato i loro miti sulle “vere origini” di questa popolazione e questi luoghi.


Sviluppata nel corso di cinque residenze, tra il 2013 e il 2014, la ricerca di Kennedy lo ha portato sulle tracce della SS Ahnenerbe Kulturkommission (1), attiva nel Sud Tirolo dal 1939 al 1942. Nelle parole di Wolfram Sievers, capo dell’Ahnenerbe, funzione primaria dell’istituzione era: “raccogliere e conservare tutto il materiale e il patrimonio intellettuale… della popolazione di etnia tedesca” . La missione fu condotta in contemporanea con la sistematica divisione della popolazione tra l’Italia fascista e il Terzo Reich. L’opzione (Option), accordo siglato nel 1939 tra le potenze dell’Asse, prevedeva infatti il trasferimento della popolazione di lingua tedesca (2). In rottura con l’ideologia nazional-socialista, alla popolazione di cultura ed etnia tedesca fu offerta la possibilità di scegliere tra blut oder boden (sangue o terra), ovvero la scelta tra emigrare nel Reich e conservare la cultura e l’identità germanica o essere italianizzata una volta per tutte.


Con quella che si può definire la più approfondita indagine su lingua e folclore eseguita sul campo mai realizzata, la Kulturkommission documentò in modo esaustivo gli usi e costumi musicali, linguistici e folcloristici del popolo alpino. Si trattò di un’“operazione etnografica di salvataggio” eseguita a partire da un diktat politico, che consentiva di preservare la cultura della popolazione per renderla disponibile dopo il trasferimento nei Monti Tatra, in Borgogna o in Crimea.


Dopo avere visitato ed eseguito ricerche negli archivi e nei musei di Bolzano, Innsbruck e Vienna, Kennedy ha messo insieme un cast di cinque personaggi collegati a questo scomodo episodio antropologico del Sud Tirolo. Cinque Maskenschnitzer (mascherai) della zona sono stati incaricati di scolpire ciascuno uno dei personaggi coinvolti nella storia: Richard Wolfram, capo della commissione, l’etnomusicologo Alfred Quellmalz, il fotografo Arthur Scheler e l’antropologo Bronislaw Malinowski, vacanziere abituale del Sud Tirolo e profondamente critico nei confronti degli studi antropologici di europei fatti su altri europei, da lui giudicati inquinati dall’ideologia. A completare la selezione, anche l’italiano Ettore Tolomei, geografo e irredentista fascista.


Nell’ambito della storia del teatro sudtirolese, Kennedy è interessato a quanto, all’interno di uno specifico contesto culturale, è rappresentabile e a ciò che resta invece tabù. Ad oggi, nessuno dei personaggi selezionati è stato messo in scena in Sud Tirolo.
Nello spazio di ar/ge kunst verrà mostrato un film in 16 mm dei Maskenschnitzer all’opera sulle maschere, a fianco delle maschere stesse. Inoltre, per la prima volta in Sud Tirolo, sarà presentata una selezione attentamente curata di materiali filmici e fotografici realizzati dalla Kulturkommission.


Le maschere diverranno oggetti scenici nel corso di una discussione aperta con una serie di ospiti appositamente invitati.
In collaborazione con il designer Harry Thaler, lo spazio espositivo sarà convertito in una “stube” (il centro della vita domestica tirolese e luogo deputato del teatro popolare) per ospitare questo momento pubblico.
Lo “Stuben-Forum” esplorerà tematiche quali l’invenzione della tradizione, la strumentalizzazione delle culture popolari, l’identità, il territorio e la rappresentazione.
Tra gli oratori invitati Thomas Nussbaumer (Università di Innsbruck), Georg Grote (University College Dublin); Franz Haller, antropologo visivo, Ina Tartler ed Elizabeth Thaler (Vereinigte Bühnen Bozen), Hannes Obermair (Bozen Stadtarchiv). L’intervento sarà moderato dal giornalista e scrittore Hans Karl Peterlini.


Gareth Kennedy è un artista irlandese. Ha al suo attivo commissioni di arte pubblica, mostre e collaborazioni. Assieme a Sarah Browne ha rappresentato l’Irlanda alla Biennale di Venezia del 2009, nella collaborazione Kennedy Brown.


Harry Thaler è un designer di Merano (I), dal 2008 di base a Londra. Thaler si è laureato al Royal College of Art in design del prodotto e ha vinto il Conran Award 2010 per la Pressed Chair.


(1) Istituzione storica, culturale e archeologica, del Terzo Reich
(2) Dow, James R. e Bockhorn, Olaf; The Study of European Ethnology in Austria; Ashgate; 2004


www.gkennedy.info
www.harrythaler.it
www.kennedybrowne.com


Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma dell’Alto Adige, Ripartizione Cultura
Regione Autonoma del Trentino Alto Adige,
Comune di Bolzano, Ripartizione Cultura
Culture Ireland / Cultúr Éireann
Fondazione Cassa di Risparmio, Bolzano
Kofler Falegnameria & Interior Design, S. Felice / Val di Non
Rothoblaas, Cortaccia
Deplau, S. Felice / Val di Non
Wolfstuben, Cermes
Österreichische Mediathek, Vienna
pur SÜDTIROL
Lichtstudio Eisenkeil
Dr. Schär, Postal

Un ringraziamento speciale:
Egetmann Verein Tramin/Termeno
Museo Provinciale degli usi e costumi a Teodone
Ofas Architekten, Bolzano
Musica Popolare, Archivio Fotografico Quellmalz (Area scuole di musica tedesche e ladine)

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Eventi
Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by snares 2014

Che significa vincere
19 Luglio 2014, ore 15 - 19

Workshop

 

Brave New Alps & Paolo Plotegher

Nel contesto della mostra Making Room – Spaces of Anticipation, Brave New Alps & Paolo Plotegher raccontano la storia The Troubadour of Knowledge di Michel Serres che introduce un percorso di ricerca per e con ar/ge kunst.

A partire da questa storia, Brave New Alps & Paolo Plotegher hanno preparato un questionario a cui è possibile rispondere – nella lingua preferita – sia negli spazi di ar/ge kunst che online (DEUTSCH ; ITALIANO ; ENGLISH)

Le risposte al questionario serviranno come punto di partenza per il workshop che si terrà ad ar/ge kunst il 19 Luglio 2014 dalle 15 alle 19.
Il workshop ruoterà intorno al tema della produzione culturale, le ambizioni, i desideri e le economie che l’accompagnano. Le idee che emergeranno saranno raccolte in una piccola pubblicazione istantanea.

Per partecipare al workshop è necessario iscriversi all’indirizzo info@argekunst.it

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Mostre
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Making Room – Spaces of Anticipation
14 Giugno – 02 Agosto 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher,
Janette Laverrière in collaborazione con
Nairy Baghramian, Alex Martinis Roe,
Marinella Senatore in collaborazione con Assemble,
Mierle Laderman Ukeles.

 

Inaugurazione: 13 Giugno 2014, ore 19

 

A cura di Emanuele Guidi e Lorenzo Sandoval

 

Making Room - Installation view, photo by aneres, 2014

Making Room – Installation view, photo by aneres, 2014

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Chapeau chinois, 2011. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Making Room - Installation view, photo by aneres, 2014

Making Room – Installation view, photo by aneres, 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by aneres

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by aneres

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by snares 2014

Brave New Alps & Paolo Plotegher, What It Means to Win, 2014. Courtesy of the artist, photo by snares 2014

Making-Room-18

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Bibliotheque vertical, 2008. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, Bibliotheque vertical, 2008. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière in collaboration with Nairy Baghramian, installation view, 2014. Courtesy of the artists and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, La Commune, homage à Louise Michel (2001) from Evocation series. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Janette Laverrière, La Commune, homage à Louise Michel (2001) from Evocation series. Courtesy of the artist and Silberkuppe Berlin, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles, Private Performances of Personal Maintenance as Art, 1970-1973, black and white photographs, (1) 8 x 10 inch photo (4) 10 x 8 inch photo. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles, Private Performances of Personal Maintenance as Art, 1970-1973, black and white photographs, (1) 8 x 10 inch photo (4) 10 x 8 inch photo. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres

Mierle Laderman Ukeles Manifesto for Maintenance Art, Proposal for an Exhibition Care, 1969, text pages (2) 19 x 13 inch mounted text panels. Courtesy of the artist and Ronald Feldman Fine Arts, New York, photo by aneres


Making Room è una mostra che apre un’indagine sull’idea di spazio attraverso pratiche artistiche, culturali e curatoriali che lo producono. Il progetto mette insieme opere e collaborazioni tra artisti, architetti e designers, da differenti generazioni e geografie, che evidenziano la corrispondenza e la mutua influenza tra pratiche sociali e gli ambienti che le ospitano.


Nei progetti presentati, l’azione di proporre allestimenti e configurazioni spaziali sembra svilupparsi in parallelo al desiderio di stabilire un legame tra esperienze passate e presenti; un legame che si realizza attraverso la collaborazione, il racconto o semplicemente ponendo domande. Pertanto, un ambiente domestico, un salon, una scuola, un dispositivo di display, un’associazione culturale o un’istituzione artistica, sono ancora modelli a cui guardare per favorire incontri e forme di utilizzo comune. In questo senso il concetto di “cura” è centrale per ripensare il modo in cui questi luoghi possono essere concepiti, esperiti e in seguito (collettivamente) mantenuti.


“Making room” diventa quindi un gesto di accoglienza verso altre pratiche e saperi, come forme generatrici di un cambiamento – un modo per “dare spazio” e “dedicare tempo” ad alleanze e conflitti, siano essi con partners, compagni di lavoro o membri del pubblico.


In questo contesto, il Manifesto For Maintenance Art 1969! dell’artista americana Mierle Laderman Ukeles (1939, Denver, Colorado, vive e lavora a New York), svela la complessa rete di relazioni che regola la vita di un’artista (come donna e madre) sia nella sfera privata (la casa) che in quella pubblica (lo spazio della mostra e l’istituzione d’arte). Proposal for an exhibition ‘Care’ rende quindi percettibili quelle attività e tempi invisibili che permettono di “mantenere” e supportare un ”luogo”. Il Maintenance Art Questionnaire che Ukeles ha redatto negli anni seguenti (1973 – 1976), deve essere inteso come un gesto affermativo per iniziare a condividere preoccupazioni, riflessioni e responsabilità con i membri del pubblico.


Una simile idea di cura ritorna anche in A story from Circolo della Rosa di Alex Martinis Roe (1982, Australia, vive e lavora a Berlino), come parte della sua ricerca sulla genealogia del femminismo. Il film racconta dell’incontro tra due donne, entrambe membri attivi del collettivo Libreria delle Donne di Milano, e delle loro ricerche sperimentali sulla pedagogia femminista alla fine degli anni 80. La storia, narrata in forma di lettera fiction, descrive la natura reciproca/complementare del loro rapporto basato sull’idea di affidamento. Una pratica socio-simbolica teorizzata ed esercitata da collettivo dela Libreria delle Donne di Milano.

Alex Martinis Roe, ‘A Story from Circolo della Rosa’, 2014 from ar/ge Kunst on Vimeo.


Il bisogno di accogliere e portare avanti storie altre è centrale anche nella collaborazione tra la designer svizzera, naturalizzata francese, Janette Laverrière (1909-2011) e l’artista Nairy Baghramian (1971, Iran, vive e lavora a Berlino) il cui incontro e inizio di collaborazione risale al 2008. I disegni, oggetti e accessori di Laverrière vengono presentati all’interno di uno spazio espositivo concepito da Baghramian che include un sistema di vetrine che ospitano i disegni e pareti verde acqua che richiamano il salotto di casa di Laverrière. La cura della composizione lascia emergere l’amicizia intergenerazionale tra le due donne (Laverrière parlava di loro come di “sorelle di spirito”) come anche l’intreccio tra la vita professionale, privata e politica di Laverrière. Insieme al lavoro di designer, essa fu membra del Partito Comunista (1948) e tra i fondatori del Fronte Nazionale per i Decoratori ed il Sindacato dei Decoratori (entrambi nati nel 1944) mentre, in un momento successivo della sua carriera, progettò oggetti, da lei stessa definiti “inutili”, nei quali il bisogno di raccontare una storia prevale sulla loro funzione. Significativo in questo senso è lo specchio La Commune, hommage à Louise Michel (2001), parte della serie Evocations, che evoca, appunto, la femminista anarchica francese Louise Michel e lo spazio che essa aveva contribuito a realizzare: la Comune parigina.


The School of Narrative Dance è il progetto iniziato da Marinella Senatore (1977, vive e lavora tra Berlino e Londra) nel 2013; un modello di scuola multidisciplinare, nomade e gratuita che, attraverso la pratica del racconto (verbale e non), fonda il processo educativo sull’emancipazione dello studente, l’inclusione e l’auto-apprendimento. Per Making Room, la Senatore e lo studio inglese di architetti Assemble propongono un display che raccoglie documenti e disegni preparatori. Questi riferimenti visivi e concettuali presentati su una sorta di tavolo di lavoro sottolineano il processo di “traduzione” effettuato per dare alla Scuola, per la prima volta, una reale dimensione spaziale e architettonica in occasione del Premio Maxxi di Roma a cui l’artista partecipa.


Guardando a queste pratiche i designers Brave New Alps & Paolo Plotegher (entrambi sudtirolesi) iniziano un processo di ricerca con ar/ge kunst per esplorare il potenziale del modello istituzionale della Kunstverein. Prendendo come punto di partenza la storia di Michel Serres,‘The Troubadour of Knowledge’ invitano i visitatori a rispondere a un questionario, per raccogliere esperienze che serviranno da base per un workshop futuro.


Making Room è parte della fase di ricerca per il progetto Spaces of Anticipation, sviluppato in collaborazione con Espai d`Art Contemporani de Castelló a Castellón de la Plana.


Un ringraziamento speciale a
Silberkuppe (Berlino) e Ronald Feldman Gallery (New York)

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Eventi
Marinella Senatore in collaboration with Assemble, The School of Narrative Dance. Courtesy MOTInternational, London & Brussels and the artist, photo by aneres

The School of Narrative Dance
16 Luglio 2014, ore 19:30

Conversazione con
Marinella Senatore

Come parte della serie La Mia Scuola di Architettura*, l’artista Marinella Senatore presenta The School of Narrative Dance, realizzato in collaborazione con il collettivo di architetti inglesi Assemble.
The School of Narrative Dance è il progetto vincitore del Premio MAXXI 2014 ed è visibile presso ar/ge kunst Galerie Museum come parte della mostra Making Room – Spaces of Anticipation.

* La Mia Scuola di Architettura è una serie di presentazioni pubbliche irregolari che intende indagare l’idea di paesaggio e l’influenza che esso può avere sulla formazione di un individuo, come artista e cittadino, e quindi sulla costruzione di un’intera comunità.
Il formato prende il titolo dalla serie fotografica dell’artista ed “anarchitetto” Gianni Pettena in cui è rappresentato il paesaggio delle Dolomiti che circonda Bolzano.
La serie è stata inaugurata nel corso della mostra Prologue Part Two – La Mia Scuola di Architettura (15 Novembre 2013 – 11 Gennaio 2014) con una conversazione tra Gianni Pettena, Pierre Bal-Blanc (CAC Bretigny e Museion guest-curator) ed Emanuele Guidi (ar/ge kunst).

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Mostre
Invernomuto, I-Ration, installation view 1, 2014 photo Ivo Corrà Invernomuto, I-Ration, installation view 1, 2014 photo Ivo Corrà

I-RATION
05 Aprile – 31 Maggio 2014

Invernomuto

 

Inaugurazione: Venerdì 4 Aprile 2014 ore 19

 

A cura di Emanuele Guidi

 

Invernomuto, I-Ration, installation view 2, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 2, 2014 photo Ivo Corrà

ar/ge kunst Galleria Museo è lieta di presentare la mostra I-Ration di Invernomuto (Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi) che costituisce una nuova tappa del progetto Negus, iniziato nel 2011 .

Il titolo I-Ration è un termine anglo-giamaicano che significa “creazione” e associa ad essa uno stato estatico del soggetto che fa esperienza di questo momento.

Zion, Paesaggio, detail, 2014

Zion, Paesaggio, detail, 2014

A partire dall’appropriazione di questa espressione chiave del lessico Rastafariano e, quasi ad accogliere ed amplificare il fatto che “il popolo Rastafariano si riserva il diritto di pensare, conoscere, nominare, reinterpretare, e definire la loro ‘essenza ed esistenza’ in categorie non tradizionali ”, Invernomuto continua nella scrittura di una propria narrazione in cui sovrapposizioni e scivolamenti di porzioni di storia concatenano Etiopia, Giamaica ed Italia. Una narrazione che si sviluppa intorno alla figura del re etiope Haile Selassie I, al passato coloniale Italiano, e ha coinvolto personalità come Lee “Scratch” Perry (musicista seminale della tradizione reggae e dub).

Invernomuto, I-Ration, installation view 3, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 3, 2014 photo Ivo Corrà

La mostra articola una serie di nuove produzioni con interventi ripensati per questa occasione in modo da creare un discorso che attraversi le molteplici fasi del progetto Negus e ne indichi una possibile direzione di sviluppo.
L’interesse per la memoria e i processi di ibridazione è centrale in Zion, Paesaggio (2014): la riproduzione di un monumento a forma di scala che l’esercito italiano posizionò ad Addis Abeba di fronte alla residenza imperiale (oggi sede dell’Università) durante la campagna coloniale fascista. Dopo la sconfitta degli occupanti, i quattordici gradini che indicavano gli anni d’impero del regime, furono “ridotti” a piedistallo per ospitare la figura simbolo dell’Etiopia (il Leone di Giuda). Invernomuto sottolinea questo gesto di riappropriazione producendo un paesaggio in cui il tempo è la dimensione che regola ricordo e percezione dell’esotico.
MEDO SET (2014) è invece uno stendardo su cui è stato intagliato un testo che Lee Perry ha concepito durante il rituale/performance che Invernomuto ha messo in scena nel 2013 a Vernasca, guidato dallo stesso Perry.
L’intenzione di far convergere il potenziale apotropaico del rito con il valore simbolico del monumento, emerge in un unico ambiente immersivo in cui documenti, documentari e presenze scultoree sono coreografate asincronamente (Negus, 2011; I-Ration, 2014; Negus – Lion of Judah (excerpt), 2014).

Invernomuto, “Negus – Lion of Judah (excerpt)”, 2014 from ar/ge Kunst on Vimeo.

Invernomuto, I-Ration, Installation view 4, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, Installation view 4, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 5, 2014 photo Ivo Corrà

Invernomuto, I-Ration, installation view 5, 2014 photo Ivo Corrà

I-Ration, detail, 2014

I-Ration, detail, 2014

Babylon, Monumenti, 2014

Babylon, Monumenti, 2014

La presenza di simboli che provengono dal paesaggio visivo della storia etiope e hanno trovato una nuova lettura nel contesto sociale, politico e religioso del movimento rastafariano, attraversano tutte le opere in mostra per essere sovrapposti a gadget e materiali provenienti da archivi personali. In questo modo, copertine storiche del National Geographic, foulard di compagnie aeree e club turistici, entrano nello stesso campo semantico di cimeli che raccontano della campagna coloniale Italiana in Etiopia negli anni ’30 (stessi anni della fondazione del culto Rastafariano), della stella tridente (emblema di Haile Selassie I e icona della casa automobilistica Mercedes Benz), dell’effigie del Leone di Giuda (immagine dell’Etiopia e, conseguentemente del popolo Rastafariano). Un campo semantico che si espande e risuona nello spazio pubblico attraverso alcune di queste iconografie che celebrarono la politica coloniale del fascismo e, ad oggi, ancora presenti nella città di Bolzano.

Invernomuto, Movimenti Versus l'Altro, 2014 photo: Ivo Corrà

Invernomuto, Movimenti Versus l’Altro, 2014 photo: Ivo Corrà

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Negus – Lion of Judah (video still), 2013

Secondo l’accademica Carole Yawney: “[Il Rastafarianesimo è una] costellazione di simboli ambigui che oggi ha il potere di mettere a fuoco, e addirittura mediare, certe tensioni socio-culturali che si sono sviluppati su una scala globale.” Invernomuto sembra voler far propria questa definizione per assumerla a possibilità di sguardo: una modalità per tornare ad affrontare la retorica coloniale e riposizionarla all’interno di una complessa rete di movimenti che attraversano temporalità e geografie soltanto apparentemente distanti.
Biografia

Invernomuto è stato fondato nel 2003 da Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi.
Ponendo l’accento sul collasso e la commistione di linguaggi, l’operato di Invernomuto si concretizza in produzioni fuori formato come il progetto editoriale ffwd_mag. La loro ricerca che si espande nella produzione di video, nella progettazione di live-media performance e nella curatela di eventi e progetti speciali.
Tra le loro più recenti mostre personali: B.O.B. (Galleria Patricia Armocida, Milano, 2010), Dungeons and Dregs (Grimmuseum, Berlino, 2010) e Simone (Padiglione d’Arte Contemporanea, Ferrara, 2011), Marselleria (Milano, Ottobre, 2014). Le loro recenti partecipazioni in mostre collettive e festival includono: Ars artists residence show (Fondazione Pomodoro, Milan) nel 2010; Terre Vulnerabili (Hangar Bicocca, Milano) nel 2010/2011; Nettie Horn Gallery (London), Istituto Italiano di Addis Abeba, Milano Film Festival nel 2013.
Nel 2013 sono stati finalisti del premio Furla (Bologna) e hanno vinto il premio MERU ART*SCIENCE per la produzione di The Celestial Path, presentato alla GAMeC di Bergamo.
Simone Bertuzzi e Simone Trabucchi portano avanti anche pratiche individuali in campo musicale con i rispettivi progetti Palm Wine e Dracula Lewis. Vivono e lavorano a Milano.

www.invernomuto.info

In collaborazione con
Museion

Un ringraziamento speciale a
Marsèll

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano, Ufficio Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige

Orario di apertura:
Ma-Ve 10 – 13, 15 – 19 / Sa 10 – 13
Entrata libera

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Eventi
Photo: Annelie Bortolotti Photo: Annelie Bortolotti

body-at-publish
22 Febbraio 2014

Curandi Katz

Workshop Performance

body-at-publish è un workshop/performance del duo Curandi Katz presso Ar/ge kunst concentrato sull’idea di self-publishing come gesto intimo. L’intenzione è di attivare l’oggetto-libro, la sua funzione ed i suoi usi nell’ambito del suo rapporto con l’individuo e tra gli individui: considerare l’esperienza privata, affettiva, prevalentemente tattile, in condizioni di resistenza all’idea di una riproducibilità di massa; esplorare i modi in cui viene distribuito e condiviso e come questi percorsi ne definiscano la trama; riflettere sull’atto del dono e i gesti di cura che quest’idea implica e gli organismi che coinvolge nella sua narrazione.
Il processo di pubblicazione è inteso come una forma performativa di esteriorizzazione – trasmissione – cura.
Il workshop sarà strutturato intorno alla produzione di una pubblicazione attraverso l’uso di strategie editoriali alternative e autogestite. I partecipanti esploreranno i momenti dell’appropriazione e assemblaggio usando strumenti low tech e dispositivi attivati manualmente.
Durante il workshop i partecipanti avranno a loro disposizione la selezione di libri proposta da Archive Books in occasione della mostra Constellations of one and many, la collezione di pamphlets dissidenti di Curandi Katz e piattaforme digitali per text-sharing.

Uno dei punti di partenza e riferimenti storici proviene dall’attuale ricerca di Curandi Katz sulla persona di Toma Sik, attivista ungherese-israeliano, anarco-pacifista, e sull’uso multiforme che questo ha fatto delle pubblicazioni e di circolazione di conoscenze. Più in dettaglio si osserveranno i volantini e i questionari che Toma Sik distribuiva a mano in luoghi pubblici durante le proteste per aprire un dialogo su argomenti quali vegetarianismo, nonviolenza e diritti umani. La metodologia attivista di avvicinare l’“altro” attraverso la parola stampata e casualmente distribuita, è progressivamente interiorizzata e trasformata da Toma Sik in una ricerca personale di individui con i quali condividere una vita in comunità.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano, Ufficio Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Mondriaan Stichting, Amsterdam
Institut für Auslandsbeziehungen, Stoccarda

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Mostre
Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014 Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

CONSTELLATIONS OF ONE AND MANY
24 Gennaio - 22 Marzo 2014

Falke Pisano in collaborazione con Archive Books

 

24.01. – The man of the crowd
14.02. – Here to there, there to here
07.03. – Flesh made numbers made flesh again

 

A cura di Emanuele Guidi

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014


Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Dopo la serie inaugurale Prologue Part One e Part Two, ar/ge kunst Galerie Museum presenta la prima mostra personale italiana dell’artista Falke Pisano in collaborazione con Paolo Caffoni del collettivo editoriale Archive Books.

La pratica artistica di Falke Pisano si concentra sulla relazione fra poli opposti e complementari quali il linguaggio e il corpo, che caratterizzano le due serie principali di lavori in cui l’artista riflette sulla disgiunzione, la riproducibilità e la ricostruzione rispettivamente dell’atto di parola (Figure of Speech, 2006–2010) e della dimensione corporea (Body in Crisis, 2011–on going).

La ricerca editoriale che Archive Book porta avanti dal 2009 sul tema del “visibile” e sull’immagine cinematica, nelle sue implicazioni socio-politiche, corrisponde a una riflessione sui significati e a una pratica del mettere in mostra e dell’esporsi al pubblico (pubblicare), inteso come momento di azione e trasformazione dei processi produttivi.

Frutto di questa collaborazione fra l’artista e l’editore, il progetto per ar/ge kunst Constellations of One and Many, è un’indagine comune sui rapporti di affezione e potere tra soggetto e collettività che si sviluppa a partire da fonti e casi-studio in letteratura, filosofia e nelle scienze sociali.
L’indagine si riflette direttamente nel display scultoreo concepito da Pisano e Archive Books per la mostra, come formato specifico di presentazione nelle sue coordinate spazio-temporali. Il display ha infatti la funzione di riunire in una costellazione elementi altrimenti dispersi e può essere letto come un diagramma dove il rapporto individuo-collettività, oggetto-architettura trova una sua collocazione aperta e sempre possibile.
Questa apertura si riflette nell’organizzazione temporale del display, che si articola in tre parti distinte lungo il periodo della mostra, nelle quali sia i contenuti che il pubblico sono organizzati (o coreografati) attraverso tre configurazioni differenti e, per definizione, “incomplete”.

La prima configurazione, dal titolo The Man of the Crowd, è un riferimento diretto all’omonimo racconto del 1840 dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe. Nel racconto, l’engagement visivo fra i due protagonisti è il termine di relazione per descrivere la folla urbana, colta nel momento storico del suo nascere con la creazione di vaste aree metropolitane e dei nuovi rapporti sociali, produttivi e percettivi che queste mettono in campo.

Il display si sviluppa da queste considerazioni per generare un ipotetico punto di vista individuale all’interno della folla stessa. Un metodo d’indagine che permette di esplorare l’affezione degli individui attraverso il reciproco contatto fisico, la consapevolezza della propria posizione soggettiva e la sua negazione attraverso la perdita di identità nel gruppo.

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many - Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many – Part II, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Nella seconda configurazione Here to There, There to Here [a partire dal 14 febbraio], il punto di vista si sposta per osservare da fuori la rappresentazione di una folla. Negli ultimi anni, a partire dalle cosiddette Primavere arabe e dai movimenti Occupy, assistiamo a una proliferazione – che segue a quella degli anni Sessanta e Settanta – di produzione visiva legata alla rappresentazione della folla. In questo contesto Pisano e Archive Books propongono una serie di domande: Quali sono le implicazioni che la mediatizzazione delle soggettività opera sulle relazioni di prossimità e distanza? Quali sono i modi di attenzione all’immagine di una folla? E in che modo questa immagine entra a far parte di una retorica riconosciuta della rappresentazione del cambiamento sociale?

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

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Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Body at Publish editorial station by Curandi Katz in Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Body at Publish editorial station by Curandi Katz in Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many - Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

Mutant Matters in Constellations of One and Many – Part III, Installation view, photo Ivo Corrà, 2014

La terza configurazione Flesh made numbers made flesh again [dal 7 marzo], guarda alla folla come pubblico e ne indaga la produzione di soggettività e la sua rilevanza in termini economici nei modi di produzione post-fordista. Qui l’esposizione è, a partire dalle grandi kermesse internazionali, non solo un dispositivo della visione e del mettere in mostra, ma anche e principalmente una forma di organizzazione della produzione e quindi del sociale.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano, Ufficio Cultura
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Mondriaan Stichting, Amsterdam
Institut für Auslandsbeziehungen, Stoccarda

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Mostre
Gianni Pettena, La Mia Scuola di Architettura, 2011. photo Annelie Bortolotti Gianni Pettena, La Mia Scuola di Architettura, 2011. photo Annelie Bortolotti

PROLOGUE – PART TWO: LA MIA SCUOLA DI ARCHITETTURA
15 Novembre - 11 Gennaio 2014

 

Gianni Pettena, Pedro Barateiro, Otobong Nkanga, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

 

A cura di Emanuele Guidi

Dopo Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha, il progetto Prologue prosegue con il secondo capitolo Part Two: La Mia Scuola di Architettura, continuando a esplorare temi e pratiche che saranno al centro della futura ricerca di ar/ge kunst sotto la nuova direzione artistica di Emanuele Guidi.

Gianni Pettena, Wearable Chairs, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, documentation, 1971, photo Annelie Bortolotti

Gianni Pettena, Wearable Chairs, documentation, 1971, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation view, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation view, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation View, photo Annelie Bortolotti

La Mia Scuola di Architettura, Installation View, photo Annelie Bortolotti

Otobong Nkanga, Social Consequences, book edition, 2013

Otobong Nkanga, Social Consequences, book edition, 2013

Gianni Pettena, The Game of Architecture, 2013

Gianni Pettena, The Game of Architecture, 2013

Gianni Pettena, Situazioni Competitive, 1971

Gianni Pettena, Situazioni Competitive, 1971

Pedro Barateiro, Endurance  Test, 2012, Installation view, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, 2012, Installation view, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, performance, 2013, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, performance, 2013, photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, detail, 2012, Photo Annelie Bortolotti

Pedro Barateiro, Endurance Test, detail, 2012, Photo Annelie Bortolotti

Il titolo della mostra, La Mia Scuola di Architettura è una diretta citazione dall’opera di Gianni Pettena in cui l’artista ha ritratto le vette delle Dolomiti in 12 scatti fotografici. Prendendo come punto di partenza il ruolo che Pettena riconosce a questo panorama, la mostra intende aprire una riflessione sul concetto di “paesaggio”, sull’influenza che esso può avere sulla formazione dell’individuo (come artista e cittadino) e quindi sulla costruzione di un’intera comunità. Una riflessione che, anche per la tensione che emerge nella stessa biografia dell’artista, cerca di andare oltre l’idea di paesaggio come costituzione geo-fisica, socio-politica ed economica per aprirsi ad una dimensione affettiva: nato a Bolzano nel 1940, Gianni Pettena abbandona l’Alto Adige molto giovane alla ricerca di un percorso volto alla sperimentazione che, tra Firenze e gli Stati Uniti, lo porterà ad entrare a far parte in quello che è considerato il nucleo originario dell’architettura radicale Italiana insieme ad Archizoom, Superstudio ed UFO. Soltanto dopo una lunga carriera durante cui indaga i limiti dell’architettura, Pettena riconosce al territorio che ha abbandonato molti anni prima, un significato “fondante” per la sua pratica.

La Mia Scuola di Architettura (2011) trasmette la volontà di riconciliazione con quel panorama, e allo stesso tempo lascia emergere il debito concettuale che l’architettura, ed il costruito in genere, hanno verso il paesaggio naturale. Il rapporto tra natura ed architettura è per l´artista un ambiente agonistico, come affiora nei due progetti Situazione Competitiva (1971) e The Game of Architecture (2013) – ad oggi sempre rimasti su carta – attraverso cui Pettena riallestirà Mutant Matters di Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F. ponendolo in dialogo anche con un’altra delle sue opere, Vestirsi di Sedie (1971).

Anche nella ricerca di Otobong Nkanga e Pedro Barateiro il “personale” è il punto di partenza per misurare il paesaggio che li circonda e che emerge come ambiente complesso in cui economia, natura e le “politiche del corpo” esistono in rapporto di reciprocità.

Nata e cresciuta in Nigeria e formatasi anche in Francia, Otobong Nkanga prosegue una ricerca che inizia dalla sua esperienza personale per riflettere sulle dinamiche dell’abitare in una serie di disegni realizzati appositamente per la mostra (Social Consequences IV, 2013). Il gesto del disegnare è per l’artista un esercizio per tracciare racconti non-lineari in cui la produzione di un paesaggio (attraverso lo sfruttamento delle risorse naturali e le pratiche del costruire) è messa in relazione con la modalità stessa con cui l’individuo si forma all’interno della struttura-società.

Pedro Barateiro articola diversamente questa relazione nella sua performance ed installazione Endurance Test (2012). Il “test di resistenza” cui l’artista fa riferimento è quello a cui il Portogallo (dove Barateiro è nato e vive) è costantemente sottoposto dai diktat della Troika; la performance, intesa anche come prestazione e rendimento sui mercati internazionali che il suo paese è costretto a offrire, è usata dall’artista per riflettere sui limiti della propria pratica artistica. In questo senso, Barateiro esplora, a partire dalla sua dimensione linguistica ed ontologica, lo scenario economico da “stress-test” che accomuna interi stati-nazione europei e che ridisegna il paesaggio all’interno del quale ogni individuo è chiamato a muoversi.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Facoltà di Design e Arti della Libera Università di Bolzano

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Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013 Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

PROLOGUE – PART ONE: REFERENCES, PAPERCLIPS AND THE CHA CHA CHA
6 Settembre - 31 Ottobre 2013

 

Stephen Willats, Curandi Katz, Gareth Kennedy, Hope Tucker, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

 

A cura di Emanuele Guidi

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Prologue

Prologue è il primo progetto espositivo sotto la direzione artistica di Emanuele Guidi presso ar/ge kunst Galerie Museum.
Prologue è immaginato come momento che anticipa e prepara l’attività futura della Galleria Museo.
Prologue è un inizio in due parti strutturate intorno alla volontà di porsi in linea di continuità con la storia di ar/ge kunst e al contempo di ricercare una modalità per proseguirne la narrazione.
I titoli Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha e Part Two: La Mia Scuola di Architettura, composti da parole-chiave, concetti o titoli di opere in mostra, sono volti a delineare una costellazione di fonti, temi, pratiche artistiche e metodologie di racconto che saranno al centro della prossima linea di ricerca di ar/ge kunst. Conseguentemente, le due parti rispondono alla necessità di iniziare la progressiva costruzione di un framework, concettuale ed installativo, di supporto ai progetti espositivi e programmi discorsivi, che si svilupperanno seguendo temporalità e strategie differenti.

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Installation view, ar/ge kunst Galerie Museum. Photo: Annelie Bortolotti, 2013

Part One: References, Paperclips and the Cha Cha Cha
Stephen Willats , Curandi Katz, Gareth Kennedy, Hope Tucker, Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F.

Nel 1982 l’artista Stephen Willats pubblica Cha Cha Cha (Coracle / Lisson, Londra). Il libro racconta la storia del Cha Cha Club, uno dei più famosi club della scena post-punk londinese ed è il risultato di un lungo processo collaborativo tra Willats ed i fondatori, Michael e Scarlett. Immagini di ambienti ed oggetti dalla loro vita diurna sono contrapposte a ritratti in notturna ed estratti di interviste con i membri del club che descrivono come questa “capsula” auto-organizzata rappresentasse per loro una possibilità di resistenza, reinvenzione o fuga dalla “normale” società. Nell’Inghilterra governata dalle politiche liberal-conservatrici di Margaret Thatcher ed in una Londra segnata da fortissime tensioni sociali e rivolte, Willats descrive la scelta di fondare un club come un’azione in cui “Money is definitely not the prime motive, much more important is providing a context for the group to become a community and for the manifestation of something very extreme through creative forms of self-identity, clothing, make-up hairstyles, etc…” Il Cha Cha Club in particolare “captured the spirit of this new generation’s attitude perhaps more than any other, where everything was possible if your attitude was right”.
Il workbook Cha Cha Cha sarà presentato in forma di display negli spazi di ar/ge kunst – in dialogo con l’installazione audio Inside the Night (1982) – come riflessione sulla nozione di comunità auto-organizzata che Willats ha sviluppato nel corso della sua carriera e le possibili forme di scambio, collaborazione e rappresentazione che con essa possono essere generate. Allo stesso tempo Cha Cha Cha, che fu pubblicato in concomitanza con la realizzazione della più nota opera Are you Good Enough for the Cha Cha Cha?, diventa esemplare di una pratica che riconosce nel libro d’artista e, più in genere nell’attività editoriale, una parallela ed autonoma possibilità di espressione. Infine la definizione di opera d’arte formulata da Willats già negli anni 60, come “model of human relationships”, “open-ended process” e “learning system” che può operare come “its own institution and as such is independent of art institutions” è terreno di confronto ed indagine per ar/ge kunst stessa come istituzione per l’arte contemporanea.

Lorenzo Sandoval & S.T.I.F.F, Hope Tucker, Curandi Katz e Gareth Kennedy espandono e rendono più complesso questo scenario con interventi ed opere pensate o riadattate appositamente per questo primo progetto.

Mutant Matters (2013) nato dalla collaborazione dell’artista e curatore Lorenzo Sandoval insieme al collettivo di architetti tedesco S.T.I.F.F., è una struttura adattabile e flessibile di cui la sedia è il modulo-base dal quale possono crearsi una libreria, un archivio, una parete, una serie di sedute, o più in genere, strutture di supporto per altre opere. Il primo set-up di Mutant Matters, sarà uno scaffale/ libreria in cui il pubblico avrà accesso per la prima volta all’archivio di ar/ge kunst attraverso una selezione tematica di pubblicazioni. Successivamente la struttura diventerà parte integrante dell’architettura di ar/ge kunst e, in dialogo con Sandoval e S.T.I.F.F., si riconfigurerà intorno a presentazioni e progetti che andrà ad ospitare.

In questo contesto, il duo Curandi Katz (Valentina Curandi e Nathaniel Katz) presenta una versione stampata e rilegata di ventotto traduzioni del libro From Dictatorship to Democracy di Gene Sharp, tutte scaricabili gratuitamente qui (Biblioteca pacifista Azione #5: Dispersione 2013). L’intellettuale americano negli ultimi vent’anni è stato considerato, per la sua opera di ricerca e divulgazione sulle pratiche di resistenza e non violenza, uno dei maggiori punti di riferimento per i dissidenti di tutto il mondo, dalla Birmania all’ex Jugoslavia e all’Egitto.
In passato, Sharp ha dichiarato più volte di essere stato influenzato dalla stampa clandestina, prodotta e distribuita dagli insegnanti norvegesi nelle scuole al tempo dell’ occupazione nazista. Proprio la possibilità di reinventare il ruolo di un’istituzione attraverso il “contrabbando” ha portato Curandi Katz ad aprire una stazione editoriale auto-gestita all’interno di ar/ge kunst. Il pubblico è, infatti, invitato ad appropriarsi del materiale dall’archivio messo a disposizione nella libreria a patto che questo venga fotocopiato sul retro delle pagine di From Democracy to Dictatorship e successivamente rilegato.

Anche la film-maker americana Hope Tucker condivide l’interesse nel lavoro di Gene Sharp e racconta un’altra storia di resistenza norvegese nel video Vi holder sammen (We Hold Together 2011). La graffetta inventata da Johan Vaaler alla fine del diciannovesimo secolo e mai realmente prodotta a livello industriale per il suo design non competitivo, vive una seconda vita quando inizia ad essere indossata – non visibile agli occhi degli occupanti – come simbolo di unione e comunità. Tucker sviluppa un carattere tipografico a partire dalla graffetta stessa, per scrivere di un gesto collettivo che ha trasformato la funzione ed il significato di un oggetto ormai obsoleto facendolo entrare a far parte dell’immaginario norvegese.

Infine, l’artista irlandese Gareth Kennedy è stato invitato a contribuire con una presentazione e book launch che si terrà il 24 Settembre. La lecture sarà un’introduzione al suo concetto di Folk Fiction e invenzione della tradizione e servirà come primo momento di un progetto lungo un anno. Nel corso del 2014 Kennedy tornerà, infatti, a Bolzano per una serie di brevi residenze di ricerca e sviluppo durante le quali realizzerà un’apposita commissione. Il progetto è reso pubblico sin dalle sue fasi iniziali non soltanto con l’intenzione di comunicare e documentarlo in tutta la sua temporalità ma anche per creare un’occasione d’incontro in cui condividere fonti, riferimenti ed interessi che possano influenzare e partecipare direttamente alla ricerca stessa.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige

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Mostre
Fahmi Reza
Don't Just Complain Fahmi Reza Don't Just Complain

OCCUPRINT
14 Giugno - 3 Agosto 2013

Occuprint
A cura di Luigi Fassi in collaborazione con Occuprint

Con l’occupazione di Zuccotti Park, Wall Street, New York City, iniziata il 17 settembre 2011, nasce il fenomeno Occupy, destinato a espandersi a livello globale in 82 Paesi seminando un inatteso vento di protesta, rinnovamento e speranza di cambiamento nel pieno della crisi economica e sociale che attanaglia gran parte dell’Occidente.

Sorto durante il momento più vivace e politicamente innovativo delle manifestazioni di protesta, Occuprint è un collettivo curatoriale statunitense impegnato a dare visibilità alle produzioni artisticamente più rilevanti prodotte dagli Occupy Movements internazionali.

Nina Montenegro An Idea Cannot Be Destroyed

Nina Montenegro
An Idea Cannot Be Destroyed

L’invito da parte dell’Occupy Wall Street Journal a dedicare un numero speciale alla poster art del movimento Occupy, ha dato l’avvio al progetto di Occuprint, divenuto una piattaforma digitale in espansione continua che conserva e promuove le realizzazioni grafiche sorte in seno ai diversi Occupy Movements globali, distribuiti su tutti i continenti.

I poster raccolti da Occuprint si concentrano sui messaggi e proposizioni volti a contrastare il rapporto tra l’1% della popolazione mondiale, accusata di perpetrare politiche a proprio esclusivo vantaggio, e il 99%, che ne subisce le conseguenze. Proprio lo statement di we are the 99% è lo slogan che più ritorna nei materiali in mostra presso l’ar/ge kunst, a testimonianza del carattere collettivista e mondialista del fenomeno Occupy. Resistenza, smantellamento dello status quo dei privilegi e assoluta alterità ad ogni politica verticistica e antidemocratica sono così le istanze chiavi dell’ideologia Occupy.

La caratteristica principale dei manifesti presentati presso l’ar/ge kunst è quella di rappresentare così una vera agenda programmatica, che spazia da proposte di politica internazionale al rinnovamento della modalità di produzione industriale e del lavoro, sino a definire un nuovo modello etico di benessere collettivo, incentrato sui principi di solidarietà e di condivisione dei beni pubblici condivisi. L’idea della democrazia come condivisione di commons è così contrapposta alla voracità delle privatizzazioni dettate dalle politiche neoliberiste di matrice americana che sempre più trovano credito nei governi europei.

La collezione di Occuprint si rivela così fautrice di discorsi politici ed economici molto più complessi di quanto non appaia ad uno sguardo superficiale. Slogan, motti e disegni satirici – che spaziano dagli Indiani d’America al toro di Wall Street sino alle proteste in lingua spagnola dei Paesi sudamericani e a quelle delle diverse città europee, compongono un armamentario semiotico che riassume in rapidi tratti tutti i problemi irrisolti che il mondo occidentale dovrà affrontare negli anni a venire.

Allo spettatore, anche a quello ignaro dei movimenti Occupy, si manifestano così all’istante i nuovi scenari che animano il dibattito politico su scala globale, non quello ufficiale dei parlamenti e dei governi, ma quello più autentico e reattivo che nasce dal basso, come frutto dell’azione dei nuovi cittadini del mondo in tutte le città del mondo contemporaneo.

Con il gentile sostegno di:
Provincia Autonoma di Bolzano, Ufficio Cultura
Comune di Bolzano
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
www.occuprint.org

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SPACE TRAVELERS
5 Aprile - 1 Giugno 2013

Kristina Inčiūraitė, Cooltūristės, Ugnius Gelguda & Neringa Černiauskaitė
A cura di Laima Kreivytė

Ogni mostra è un viaggio. Ti accompagna alla scoperta di luoghi che non hai mai visto. Questa mostra è un viaggio attraverso la memoria, un tentativo di far rivivere il passato “cosmico” della generazione degli anni 1970 in Lituania. Il viaggio inizia dalla Torre Televisiva di Vilnius, la struttura più alta di tutta la Lituania (326,50 m). Il ponte di osservazione ricorda un disco volante ed è caratterizzato da una piattaforma rotante che compie un giro ogni 55 minuti. Qui si trova il bar “Milky Way” (Via Lattea), dove i visitatori possono rilassarsi bevendo un caffè e scoprire la città di Vilnius, non con una guida turistica ma godendo di una straordinaria veduta dall’alto. Oppure, ci si può recare all’ar/ge kunst Galleria Museo a Bolzano ed immergersi nell’“utopia cosmica”.
Tutto ha inizio da qui. Vicino alla Torre Televisiva si trova ancora oggi un giardino d’infanzia con uno spazio-giochi surreale che ricorda il paesaggio lunare (ma che può essere distrutto in qualunque momento). Questo spazio ha ispirato Cooltūristės, Ugnius Gelguda e Neringa Černiauskaitė ad esplorare le memorie disperse del vecchio distretto “cosmico” di Vilnius. Quasi tutte le grandi città dell’ex Unione Sovietica ne avevano uno. Ma la particolarità di questo luogo in Lituania era data dall’originale unione tra la retorica spaziale e lontane eco della mitologia pagana. L’adorazione della natura e la fede nel progresso tecnologico non rappresentavano una contraddizione in questo stato storicamente ateo. I Lituani hanno infatti sempre voluto affermarsi come gli “ultimi pagani d’Europa” per aumentare l’autostima nazionale. Pertanto, il nuovo distretto residenziale di Karoliniškės costruito nel 1970 presentava un solo chiaro riferimento al programma spaziale sovietico, al quale fu dedicata la Cosmonauts’ Avenue (Corso dei Cosmonauti), oggi divenuta la Freedom Avenue (Corso della Libertà). Le altre strade, negozi e fermate dell’autobus vennero invece intitolate a corpi celesti o a forze naturali: Saturno, Mercurio, Cometa, Arcobaleno, Tuono, Fulmine, Meteora, Tromba d’Aria, Stelle, Luna.
Non c’è dunque da meravigliarsi se tutti i giardini d’infanzia e gli spazi giochi dedicati ai bambini sono stati dotati di un globo di acciaio e di una navicella spaziale a forma di razzo. Tutti da grandi volevano fare i cosmonauti. Gli artisti anonimi dei Cooltūristės assieme ai performer del gruppo Nunu invitano i visitatori ad unirsi a loro nella loro missione sulla Luna, in riferimento al mito secondo il quale la missione Apollo sarebbe stata messa in scena ad Hollywood da Stanley Kubrick, poiché di fatto gli Americani non sarebbero mai stati sulla Luna. I Cooltūristės e i Nunu inscenano il loro viaggio sulla Luna nel paesaggio lunare del Giardino d’Infanzia Spaziale, (Space Kindergarten, 2012) Escono da una navicella spaziale alla fermata della “Memoria” e seguono l’antico percorso dei filobus attraverso stazioni dai nomi “celestiali”.
Tutto è cambiato il 13 gennaio 1991, quando quattordici persone disarmate sono rimaste uccise nel movimento di opposizione alla presa della torre da parte delle forze militari sovietiche. Le strade sono state rinominate e dedicate a questi eroi. Oggi, la Torre Televisiva è un luogo commemorativo circondato da una pineta che nasconde un cimitero degli animali. Questa strana giustapposizione ha ispirato il giovane performer del gruppo Nunu – Žygimantas Kudirka a scrivere un poema sugli animali nello spazio.
Ugnius Gelguda e Neringa Černiauskaitė utilizzano l’immagine in bianco e nero di una torre televisiva incompiuta per significare il passaggio verso un universo parallelo. Questa struttura immaginaria è collocata in uno scenario surreale pensato per una prima fiction di fantascienza in Lituania. Questi due artisti cercano l’ispirazione visiva nella stessa location cosmica, creando però una leggenda e un’atmosfera differente. Il loro film In the Highest Point, (2011), girato con una telecamera da 16 mm, ricrea l’aura di un’utopia architettonica evanescente.
Kristina Inčiūraitė cambia location, ma non va molto lontano: anche il distretto residenziale di Lazdynai è dominato da una torre televisiva, anche qui è presente l’idea di poter osservare il mondo dall’alto e al tempo stesso di essere sempre sorvegliati. Servendosi di teleobiettivi, Inčiūraitė ha seguito tre uomini nel loro percorso dal filobus verso casa a Lazdynai. Le storie delle loro vite sorvegliate sono state rappresentate nel film di Inčiūraitė Following Piece, (2011), assieme alle immagini della foresta che si trova nello stesso distretto. Gli spettatori assistono alla comparsa episodica di singole donne che passeggiano tra gli alberi con il loro cane. Chi è inseguito da chi?, chiede l’artista.
Il suo nuovo documentario sperimentale The Meeting, (2012), ripropone un paesaggio onirico e immaginario, benché questa volta la fonte di ispirazione sia un’altra costruzione “volante” dei tempi d’oro dell’Unione Sovietica. Una teleferica o un ascensore, custodi di memorie d’infanzia, trasportano l’artista verso una città lontana nella Regione di Kaliningrad, in Russia. Nel film, Kristina Inčiūraitė avvia una corrispondenza con una sua coetania proveniente dalla città di Svetlogorsk e in cerca di nuove conoscenze su Internet. L’autrice utilizza un nome maschile e non svela alla sua interlocutrice che tutto ciò fa parte di un progetto artistico. I cambiamenti di identità si combinano in modo metaforico con l’ambigua situazione della teleferica di Svetlogorsk affacciata sul mare, una costruzione gigantesca ed imponente esposta agli inesorabili effetti dell’erosione.
La generazione di questi artisti spaziali vuole recuperare il passato perduto e proiettarlo nel presente. Esplorando paesaggi dimenticati di città contemporanee, essi creano scenari alternativi per il futuro. O, più semplicemente, si accontentano di frequentare il bar “Milky Way” della Torre Televisiva di Vilnius per cercare di trasformare il passato storico in un vero e proprio mito. E fanno ciò scegliendo cerchi e spirali piuttosto che linee diritte. Un viaggio nello spazio è sempre un viaggio nel tempo.

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120

MARIANNE FLOTRON – PILVI TAKALA
1 Febbraio - 23 Marzo 2013

A cura di Luigi Fassi

Quali trasformazioni sta subendo il mondo del lavoro a livello globale? Che rapporto c’è tra i modelli della flessibilità diffusa e il lavoro creativo? La fine della rigidità del modello fordista ha prodotto uno scenario realmente più libero, dinamico e a misura d’uomo o ha solo superficialmente mutato i propri metodi per perseguire i medesimi obiettivi di produzione?

Il progetto espositivo affronta questo complesso di interrogativi dando spazio alle opere di due artiste che vi stanno dedicando particolare attenzione e profondità di analisi. Nella diversità delle loro ricerche, Marianne Flotron (Svizzera, 1970) e Pilvi Takala (Finlandia, 1981) applicano modelli di analisi affini, come il role-playing e la simulazione di identità fittizie, al fine di penetrare all’interno di sistemi professionali chiusi e analizzarne le caratteristiche. Dalle loro ricerche, il lavoro dipendente si configura oggi come un laboratorio avanzato di programmazione sociale, di controllo psicologico e sottomissione mentale, finalizzato a trasformare il singolo sempre più in un addomesticato strumento di profitto, incapace di opporre resistenza al sistema nel quale è vincolato.

Fired (2007) è stato realizzato da Flotron all’interno di un’azienda olandese durante una reale sessione di addestramento tecnico e psicologico finalizzato ad insegnare ai manager la prassi per licenziare i dipendenti. Adottando la tecnica del role-playing, un’istruttrice inscena un colloquio con uno dei manager inscenando il ruolo di un’impiegata convocata per avere la notizia del licenziamento. La parola “licenziamento” non viene mai pronunciata nel corso del dialogo, in accordo a una prassi che evita miratamente ogni termine troppo diretto per favorire piuttosto un approccio sfuggente, mirato a disarmare l’aggressività emotiva del dipendente sino a soggiogarlo all’ineluttabilità della decisione dell’azienda.

Work (2011) è il risultato di una ricerca a lungo termine condotta da Flotron nel contesto di una grande compagnia assicurativa privata ad Amsterdam. Struttura esemplare del lavoro creativo in un grande contesto aziendale del nuovo millennio, l’azienda offre ai suoi dipendenti retribuzioni salariali consistenti, benefit e una grande flessibilità di orario, che consente ai lavoratori di usare l’ufficio in grande libertà nel rispetto degli obiettivi di produzioni. Realizzata in forma di workshop con i dipendenti dell’azienda, l’opera mostra come il modello aziendalista contemporaneo, fondato su creatività, flessibilità, orari fluidi e identificazione emotiva e personale nel lavoro, sia fondato su una logica antidemocratica e fortemente verticistica, finalizzata a rendere il lavoratore una pedina addestrata al consenso volontario e alla passività intellettuale nei confronti dell’azienda.

Per realizzare The Trainee (2008), Pilvi Takala ha trascorso un mese come stagista presso la sede finlandese di Deloitte, una grande multinazionale di consulenza. Durante il mese, sotto la copertura di un nome fittizio, l’artista ha trascorso intere giornate seduta senza fare nulla alla sua scrivania, motivando tale comportamento come opera creativa di brain work. Takala ha operato come un virus, decostruendo dall’interno in termini provocatori la logica della produttività aziendale, sino a mettere in dubbio il senso stesso degli obiettivi corporate. L’inattività da brain work appare ai dipendenti di Deloitte come una minaccia verso la loro identità professionale e una faglia aperta nel culto dell’obbedienza e dell’autoidentificazione verso l’azienda. In tal modo la critica di Takala assume il sapore di un consapevole attivismo nichilista, dove proprio il non far nulla, l’inazione assoluta, diventa il gesto più radicale possibile, la denuncia di una mancanza di senso assoluta che diventa l’antitesi più forte all’ideologia del lavoro corporate del nuovo millennio.

Con il gentile sostegno:
Provincia Autonoma di Bolzano, Alto Adige, Deutsche Kultur
Fondazione Cassa di Risparmio, Alto Adige
Città di Bolzano, Ufficio Cultura
Mondriaan Fund, Amsterdam
Pro Helvetia, Zurigo
boConcept Store, Bolzano

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Basim Magdy, My Father Looks for an Honest City, video still (2010) Basim Magdy, My Father Looks for an Honest City, video still (2010)

IN THE WINTRY THICKET OF METROPOLITAN CIVILIZATION
16 Novembre - 12 Gennaio 2013

Yin-Ju Chen & James T. Hong, Basim Magdy, Mores McWreath, Pietro Mele, Camilo Yáñez
A cura di Luigi Fassi

In the Wintry Thicket of Metropolitan Civilization prende il titolo da un omonimo passaggio contenuto in The Culture of Cities il primo libro di Lewis Mumford, pubblicato nel 1938. Le analisi appassionate di Mumford univano la forza della militanza a quella della lucidità teorica, nel tentativo di ripensare l’urbanistica come una pratica profondamente umanistica, capace di guidare la progettazione delle città a partire da un insieme di valori civili e progressisti. The Culture of Cities è così la formulazione di un insieme di progetti e speranze declinate nel concreto di una pratica progettuale volta a rivolgere l’attenzione sulle città come centri decisivi del vivere civile nel mondo del XX secolo e del futuro prossimo.
La mostra raccoglie le esperienze artistiche di cinque artisti di diversi continenti che hanno riflettuto nel loro lavoro su temi legati all’urbanesimo e alla storia degli inurbamenti metropolitani. Tra il passato recente e un futuro immaginato, le opere riverberano liberamente l’enigmatico senso del titolo che nelle intenzioni di Mumford esprimeva un allarme, ma al tempo stesso l’urgenza di uno sprone a rinnovare lo spazio abitativo dell’uomo a partire dal suo luogo di aggregazione e condivisione da sempre più importante e decisivo: quello delle città.

My Father looks for an honest city (2010)

My Father looks for an honest city (2010)

My Father looks for an honest city (2010) di Basim Magdy mostra uno scenario desolato, quello delle periferie in espansione del Cairo, segnato da edifici anonimi in costruzione, strade in terra battuta e cani randagi. Luogo di transizione tra il cemento e la vegetazione spontanea, non ancora completamente urbanizzato e al tempo stesso non più rurale, il sito è percorso lentamente dal padre dell’artista che regge in pieno giorno una lampada accesa, esplorando il territorio senza una finalità manifesta. È evidente il riferimento dell’opera alla figura di Diogene il cinico che provocatoriamente “cercava l’uomo” sorreggendo una lampada mentre vagava in pieno giorno per i mercati di Atene. Mediante questo gesto paradossale Diogene suscitava una critica radicale sulla capacità dei suoi concittadini di assumere una partecipazione attiva alla loro realtà sociale senza essere solo vacue comparse. Il re-enactment filosofico di Magdy opera in termini intuitivi una medesima sollecitazione, affidando ai gesti minimi del padre la capacità di leggere un territorio anonimo in termini analitici, interrogandosi sul destino del Cairo e dell’Egitto contemporaneo.

You Have never Been There (2010) di Mores McWreath è un film di 90 minuti, composto assemblando liberamente scene tratte da 120 film che hanno raccontato e tematizzato la fine della civiltà umana in termini apocalittici. L’artista ha selezionato scene in cui si alternano con evidenza, paesaggi urbani e naturali devastati, segnati dai regesti della civiltà occidentale e da un presente di disfacimento e dissoluzione. In tal modo L’opera è un ritratto della civiltà occidentale successivo alla sua fine, la descrizione per immagini di un’autodistruzione progressiva in cui l’estetica della cinematografia è sottratta dall’artista alla fiction per diventare documento reale, prova testimoniale e archivio ante litteram di un probabile scenario futuro.

In End Transmission (2010) di Yin-Ju Chen & James T. Hong immagini in bianco e nero di siti metropolitani in successione compongono un paesaggio indecifrabile, caratterizzato da un senso di sorveglianza e asservimento. I messaggi che appaiono a intermittenza dettano il nuovo programma di gestione del pianeta da parte di entità aliene indefinite. Dai contenuti imperativi dei testi si evince che l’umanità ha fallito ed è necessario un radicale intervento di palingenesi da parte di un potere esterno. Questa suggestione da science-fiction è supportata da immagini autentiche di piattaforme industriali, sconfinate metropoli notturne, serre artificiali e masse di merci da consumo pronte per l’esportazione. Girate dal vivo tra l’Europa e l’Asia, le scene di Yin-Ju Chen e James T. Hong alludono alle trasformazioni in corso dei grandi contesti metropolitani contemporanei e delle produzioni industriali su grande scala, lasciando affiorare una drammatica immagine dell’alienazione della vita e del lavoro contemporaneo su scala globale.

Partendo da una ricerca localizzata sulla micro realtà della Sardegna contemporanea, l’italiano Pietro Mele porta avanti una riflessione critica sulla traumatica modernità che è stata imposta al mondo agropastorale dell’isola. Ottana (2008) prende il titolo dall’omonima cittadina nell’area della Barbagia dove a partire dagli anni Sessanta è sorto un gigantesco polo petrolchimico di devastante impatto ambientale. L’opera racconta il compromesso stridente tra il mondo della grande produzione industriale e la quotidianità degli operai che mantengono sin alle porte della fabbrica tradizioni e usanze residuali proprie di un mondo ormai prossimo all’estinzione. L’urbanizzazione e il lavoro industriale appaiono nell’opera di Mele un incubo calato da altrove, una mostruosa allucinazione visiva che si staglia sullo sfondo del paesaggio rurale sardo, attraversato all’alba dagli operai in fila a cavallo verso la fabbrica.

Protagonista di Estádio Nacional (2009) di Camilo Yáñez è la città di Santiago, colta nelle vicende drammatiche degli ultimi decenni. Il film è stato girato dall’artista l’11 settembre del 2009 nello Stadio Nazionale di Santiago del Cile, luogo chiave della storia cilena contemporanea. In particolare lo stadio è entrato nella memoria collettiva del Paese in seguito al colpo di stato occorso proprio l’11 settembre del 1973, quando il generale Pinochet con l’appoggio degli Stati Uniti destituì il governo democraticamente eletto di Salvatore Allende. Nei giorni convulsi successivi al colpo di stato lo stadio divenne un luogo di prigionia dove vennero assassinate oltre 3000 persone dalle forze della nuova dittatura militare. Girato il film all’interno dello stadio vuoto e accompagnato da una celebre canzone del repertorio nazionale cileno, Estádio Nacional è un omaggio alla storia cilena, al tempo stesso un’elegia funebre in memoria delle vittime del colpo di stato del ‘73, ma anche un rilancio in avanti della speranza, in un luogo che ha visto alternarsi le speranze e i drammi sociali più cupi del popolo cileno.

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Eventi
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Conversazione tra Andreas Bunte e Roberto Gigliotti
14 Settembre 2012

Andreas Bunte – Welt vor der Schwelle
14 settembre – 3 novembre 2012

ar/ge kunst Galerie Museum
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Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012 Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

ANDREAS BUNTE – WELT VOR DER SCHWELLE
14 Settembre - 3 Novembre 2012

A cura di Luigi Fassi

Il centro del lavoro di Andreas Bunte è dato da un interesse per la storia sociale dell’uomo in relazione al suo ambiente metropolitano, politico e architettonico. L’artista tedesco analizza elementi laterali della storia moderna e contemporanea, riflettendo sul rapporto tra il paesaggio urbano e lo sviluppo civile dell’uomo, tra la storia dell’architettura e i comportamenti sociali. L’artista tedesco è autore di un particolare procedimento analitico, al tempo stesso rigoroso e immaginifico, capace di coniugare realtà storica e finzione per dar forma a narrazioni visionarie. I suoi film in 16 mm, realizzati per lo più in bianco e nero, sono un affresco su alcuni delle manifestazioni al tempo stesso più grandiose e sinistre della storia moderna ed è proprio la modernità dall’Ottocento in poi, nel suo doppio volto di utopia salvifica e catastrofe incombente, ad essere la vera protagonista della sua ricerca artistica. Bunte offre così un viaggio spazio-temporale attraverso i secoli della tarda modernità mediante opere che se osservate nel loro insieme acquisiscono i tratti di un’epica fantasmagorica, tesa tra enciclopedismo scientifico, storia delle idee e cronaca politica.

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Il nuovo film presentato e prodotto dall’artista in occasione della sua prima mostra personale italiana presso l’ar/ge kunst Galerie Museum di Bolzano è intitolato Welt vor der Schwelle (World at the Threshold) ed è una sintesi dei molteplici interessi analizzati da Bunte in tutti i suoi lavori precedenti. Incentrato sull’architettura religiosa tedesca del Dopoguerra, il cuore teorico dell’opera è dato da due libri scritti dall’architetto Rudolf Schwarz, intitolati proprio Welt vor der Schwelle e Vom Bau der Kirche (1947).

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Girato in 16 mm e costruito come un’esplorazione visiva di tre chiese tedesche, quelle di Johannes XXIII a Colonia (Josef Rikus, 1968), di Wallfahrtskirche a Neviges (Gottfried Boehm, 1966-68) e di St. Anna a Dueren (Rudolf Schwarz, 1951-56), il film di Bunte interroga le modalità ideologiche dell’architettura religiosa in Germania dopo il disastro della Seconda guerra mondiale. Frutto del boom economico del Paese successivo dalla metà degli anni Cinquanta, le tre chiese studiate da Bunte dimostrano un orientamento verso le forme di un razionalismo rigoroso e senza compromessi, capace di ridefinire una nuova relazione dell’uomo con il Divino e una rinnovata interpretazione del ruolo della Chiesa in una società secolarizzata. Centro essenziale del film è proprio il rapporto intimo tra l’individuo e l’architettura, determinato dall’interazione che si crea tra lo spazio del culto e la sua percezione tramite i sensi della vista, dell’udito e del tatto. I dettagli costruttivi in calcestruzzo grezzo, l’assenza di ornamenti e la severità brutalista degli spazi e degli arredi sono al centro delle inquadrature del film che trasfigura i volumi architettonici in una riflessione estetica sul rapporto tra forma materiale e uso spirituale, tra luogo pubblico e devozione privata.

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

Andreas Bunte, Welt vor der Schwelle/World at the Threshold, still, 2012

In termini narrativi l’opera è costruita secondo i canoni dei film di divulgazione scientifica, il cui linguaggio è finalizzato a rendere intellegibili fenomeni altrimenti complessi e inaccessibili all’occhio e alla percezione umana. Visioni al rallentatore, ingradimenti microscopici, animazioni, diagrammi e voci di commento sono strumenti formali di analisi propri del genere del scientific research film che Bunte ha attivato per realizzare Welt vor der Schwelle, in modo da conferire all’opera un carattere al tempo stesso neutrale e ideologico, nel suo essere perfettamente comprensibile nei suoi passaggi logici ma anche manipolativa nella sua capacità di guidare lo spettatore verso una determinata interpretazione dei fatti.

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Cube (draft), 2012; Cube, 2012 Cube (draft), 2012; Cube, 2012

THE RAPE OF EUROPE
8 Giugno - 28 Luglio 2012

Leander Schwazer
The Rape of Europe (Il Ratto di Europa)

Installation View

Installation View

Al principio del libro sesto delle “Metamorfosi” Ovidio narra della prodigiosa arte tessile di Aracne, famosa per le sue straordinarie qualità di filatrice. Pallade, la dea della filatura, invidiosa del suo talento, accetta di sfidarla nell’arte del filare. Il soggetto intessuto da Aracne per la competizione è quello del “Ratto di Europa”, episodio in cui Giove si tramuta in un bue bianco per rapire con l’inganno la giovane Europa. Nelle parole di Ovidio, così forte è il realismo della filatura di Aracne che si direbbe ogni dettaglio sia vero. Accecata dall’ira per il talento di Aracne, Pallade tramuta la fanciulla in un ragno, destinandola a rifare sempre daccapo le proprie tele emettendo filamenti dal corpo.

Il mito di Aracne come creatura metamorfica, legata alla storia artistica della filatura, attraversa tutta la cultura occidentale. È Tiziano a metà del Cinquecento a dare una rappresentazione iconica del ratto di Europa destinata a essere ripresa nei secoli, in cui si mostra la fanciulla portata via da Giove in sembianza di toro. Poco più di mezzo secolo dopo, nella prima metà del Seicento, Pieter Paul Rubens ridipinge l’iconografia di Europa seguendo da vicino il modello tizianesco. Nel 1656 Diego Velazquez compone “Las hilanderas” (le filatrici) opera pittorica costruita su due livelli scenici. In primo piano si vedono delle filatrici impegnate in un laboratorio di arazzeria, tra matasse di lana e attrezzature di lavoro, mentre sullo sfondo Velazquez inscenato il mito di Aracne.

L’attività tessile di Aracne è la prima testimonianza di una pratica tecnologica, quella della tessitura, che per molti secoli in Europa avrà un’importanza primaria e si situerà a metà strada fra storia della cultura artistica, con la tessitura degli arazzi, e storia industriale, con l’avvio delle produzioni tessili di massa. Punto d’incontro e interscambio tra questi due poli è individuato da Leander Schwazer nel telaio Jacquard, messo a punto nel 1805 dall’omonimo inventore francese Joseph-Marie Jacquard. Questo telaio segna una rivoluzione nell’industria tessile ottocentesca, meccanizzando la produzione di complessi tessuti ricamati.

La mostra di Schwazer per l’ar/ge kunst è tutta incentrata sul medesimo soggetto storico-iconografico, l’episodio del ratto di Europa. Questo tema mitologico diventa nella riflessione dell’artista un modello archetipico declinato in molteplici opere e termini visivi, al fine di mostrarne la sua risonanza concettuale nella storia della cultura europea.

The Rape of Europe, 2012

The Rape of Europe, 2012

Nella prima sala The Rape of Europe (2012) è una ricostruzione filologica della scena mitologica ovidiana come raffigurata da Tiziano e da Rubens, con in primo piano la figura di Europa a cavallo del toro Giove. Eseguita mediante l’accostamento successivo di schede perforate secondo la modalità di automazione meccanica del telaio Jacquard, il disegno è un mosaico figurativo la cui leggibilità è determinata dalla continuità dei fori che disegnano nel loro complesso il tratteggio dei profili delle figure e dello spazio retrostante. L’opera è accompagnata da un cubo di aspetto minimalista (Punched Europe, 2012) composto assemblando in pressione tutte le centinaia di frammenti circolari di cartoncino prodotti dalla punzonatura delle schede operata dall’artista in fase di preparazione del disegno.

The Head of Europe (2012)

The Head of Europe (2012)

Allestita nella seconda sala, Point Design (2012) è la matrice adoperata da Schwazer per poter realizzare la perforazione delle schede secondo il modello Jacquard. Come un negativo fotografico, o una lastra di una stampa litografica, l’opera si presenta ad un primo sguardo come una scena decorativamente astratta. Osservata in relazione al The Rape of Europe, Point Design rivela invece la sua origine dal dipinto tizianesco e la sua natura di tavola preparatoria per il collage di schede perforate.

Disseminati nello spazio espositivo si trovano altri regesti e indizi della ricerca dell’artista. Il singolo dettaglio della testa di Europa è presentato da Schwazer appare in forma di tessitura (The Head of Europe, 2012), realizzata attivando un antico telaio Jacquard con le schede perforate dell’opera principale. Compare inoltre su una parete un piccolo ritratto in tessuto filato di Joseph-Marie Jacquard (Jacquard, 2012), eseguito su un disegno ottocentesco, a evocare nella mostra la presenza fisica dell’inventore francese e il suo ruolo di ispiratore finale di tutto il progetto espositivo. La scultura Grandfathers Stuff (2012) è infine un cilindro ricoperto di tessuti di lino filati a mano, di produzione sudtirolese. La tradizione del filare a mano trova così in quest’opera un preciso riferimento al territorio di origine dell’artista.

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Eventi
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Conversazione tra Pascal Schwaighofer e Misha Stroj
30 Marzo 2012

Pascal Schwaighofer Misha Stroj
30 Marzo – 26 Maggio 2012

ar/ge kunst Galerie Museum
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PASCAL SCHWAIGHOFER – MISHA STROJ
30 Marzo - 26 Maggio 2012

Il progetto espositivo presenta le prime personali italiane di Misha Stroj (1974, vive e lavora a Vienna) e Pascal Schwaighofer (1976, vive e lavora a Mendrisio e Rotterdam).
Entrambi gli artisti condividono un approccio di carattere analitico al loro lavoro e sono orientati a interrogare i mezzi e la natura del linguaggio artistico ancora prima di interessarsi a temi e argomenti determinati. La mostra è in tal senso uno scacchiere di posizioni, di contrasti e assonanze intuitive tra i diversi lavori.

Misha Stroj Chi Semina Vento, Fotogram. 30 x 24 cm. Courtesy thr artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna

Misha Stroj
Chi Semina Vento, Fotogram. 30 x 24 cm. Courtesy thr artist and Kerstin Engholm Galerie, Vienna

Il lavoro di Misha Stroj prende avvio da ricerche storiche e sociali sui luoghi in cui egli espone. In diverse opere l’artista affronta il tema dei rapporti economici e delle forze materiali operanti nella società e nell’industria culturale, sino a mettere in questione i meccanismi stessi del sistema dell’arte e la logica di cosa determini il valore e il significato di un’opera d’arte. Le opere in mostra informano un racconto personale istruito nei termini di una paradossale narrazione intima in cui il vissuto personale dell’artista compare trasfigurato e letto in relazione con elementi tratti dalla storia economica europea e dalla cultura italiana letteraria del secondo Novecento.
Die Säule mit dem Knie (2010) unisce in un’unica scultura un calco del ginocchio di Stroj e una colonna d’acciaio della stessa altezza dell’artista prelevata da uno stabilimento industriale abbandonato a Berlino. Quasi un ironico autoritratto dell’artista al tempo della crisi del mondo industriale in Europa, la scultura è un’unione antitetica di due materiali lontanissimi tra loro, dove il calco in gesso, forma evocativa del corpo umano, prova ad animare la colonna di acciaio, residuo pesante della memoria industriale novecentesca. Prosegue su un versante di spiazzante autobiografia anche Index Broken (2012), calco della mano dell’artista il cui dito indice appare spezzato. Come un riferimento indicativo al rapporto tra identità personale e mondo esterno, tra cognizione di sé e alterità, Index Broken appare un tentativo di comunicazione visiva interrotto a metà strada da ragioni ignote e irrevocabili. Intorno ad altri interventi dell’artista in mostra aleggia il riferimento ideale alle pagine de La vita agra di Luciano Bianciardi. Pubblicato nel 1962 e capace di interpretare anzitempo il boom economico italiano degli anni Sessanta e il suo impatto sui costumi sociali degli Italiani, catturati dalla società dei consumi e da ritmi di lavoro di tipo industriale, l’opera di Bianciardi è nelle riflessioni di Stroj uno strumento di analisi privilegiato. Che rapporto c’è oggi in Europa tra libertà creativa e industria culturale e che possibilità di azione è rimasta agli artisti? Stroj ripercorre la traccia delle visionarie riflessioni di Bianciardi, intessendo per mezzo di collage, fotografie e citazioni un dialogo con lo scrittore italiano, nel tentativo di opporsi allo scacco esistenziale con cui si chiude la vicenda del protagonista del romanzo.

Atlas (Theatrum Orbis Terrarum), 2009-2010. Suminagashi on atlas sheet, 43 x 30,5 cm Courtesy the artist

Atlas (Theatrum Orbis Terrarum), 2009-2010. Suminagashi on atlas sheet, 43 x 30,5 cm Courtesy the artist

Pascal Schwaighofer dissemina un’entropia inarrestabile all’interno delle forme da lui create – costellazioni oggettuali colme di riferimenti alla geografia, alla storia naturale, all’archeologia e alla cultura orientale. A determinare la matrice di partenza del suo operare è un rapporto dialettico tra forma chiusa e indeterminazione, tra canone e infrazione. Il progetto di Schwaighofer per la mostra presso l’ar/ge kunst si articola in due lavori indipendenti posti tra loro in relazione, entrambi accomunati da riferimenti alla cultura orientale e da una riflessione sulla stampa come tecnica di riproduzione e divulgazione. Nel primo, Atlas (Theatrum Orbis Terrarum) (2009-10), l’artista ha raccolto una molteplicità di mappe cartografiche di diversi paesi per sottoporle a un processo di trasmutazione mediante la tecnica artistica giapponese nota come Suminagashi. L’inchiostratura monostampa di una superficie di colori sulle mappe dissemina un nuovo codice di lettura, distorcendo il potere di rappresentazione istruito dai canoni cartografici. Forme geopolitiche definite derivano verso dimensioni immaginarie e imprevedibili, in un’espansione concentrica dove il canone della ragione cartografica è disfatto e il suo disfarsi è un processo messo a nudo sotto gli occhi dello spettatore nelle linee sinuose degli inchiostri in tecnica Suminagashi. ¿Qué horas son en el Japon? (2011) è un’appropriazione di Schwaighofer di alcune stampe giapponesi settecentesche di Hokusai, raffiguranti le onde dell’oceano e personaggi colti in scene quotidiane e rituali. Tali immagini sono riprodotte dall’artista con la tecnica dell’emulsione fotografica in camera oscura direttamente sulle pareti dell’ar/ge kunst, per diventare parte integrante dell’intonaco. Le iconografie tradizionali sono in tal modo riportate a nuova vita mediante un passaggio multiplo di traduzioni e tecniche formali (la fotografia, l’emulsione, l’applicazione a muro) che carica le immagini di successive risonanze e stratificazioni, sino a congelarle in uno stato di potenziale eternità nel corpo stesso dello spazio espositivo.

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Eventi
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Conversazione tra Rob Johannesma e Claudio Giunta
27 Gennaio 2012

World-Wielding
27 Gennaio – 17 Marzo 2012

ar/ge kunst Galerie Museum
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Rob Johannesma, Newspapers 2012 Rob Johannesma, Newspapers 2012

WORLD-WIELDING
27 Gennaio - 17 Marzo 2012

Rob Johannesma
A cura di Luigi Fassi – Alberto Salvadori

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Organizzata dall’ar/ge kunst Galerie Museum di Bolzano e dal Museo Marino Marini di Firenze e ospitata contemporaneamente nelle due istituzioni, la mostra di Rob Johannesma (Amsterdam 1970, vive e lavora ad Amsterdam) è la prima personale dell’artista olandese in Italia. Johannesma è concentrato da alcuni anni in un’esplorazione delle possibilità simboliche e narrative della riproduzione fotografica, mediante la messa punto di una sofisticata metodologia comparativa di lettura delle immagini, volta a istruire un rapporto di risonanza tra icone del patrimonio storico-artistico occidentale e materiali dell’universo mediatico globalizzato. Oggetto della sua ricerca sono i codici formali e narrativi che hanno caratterizzato l’immaginazione visiva occidentale dall’età rinascimentale fino ad oggi, al fine di interrogare la natura delle immagini fotografiche contemporanee e la loro ipotesi di veridicità come evidenza storica.

Le immagini fotografiche privilegiate dalla ricerca di Johannesma sono quelle che accompagnano la cronaca del giornalismo internazionale e costituiscono una risorsa di informazione in presa diretta sulle vicende globali. L’artista focalizza e conserva tali immagini per la loro natura di materiali visivi di consumo iperaccelerato, destinate a invecchiare e scadere nell’arco di poche ore dalla loro pubblicazione. Si tratta prevalentemente di scatti di guerra, immagini di violenza e scene segnate da un forte contenuto geopolitico. Johannesma riunisce comparativamente nelle sue installazioni la riproducibilità meccanica delle immagini con la costruzione ideale della storia attraverso i paradigmi visivi della grande tradizione pittorica europea, da lui individuati nella matrice della cultura rinascimentale olandese e fiamminga.

In mostra compare un nuovo monumentale lavoro fotografico, World-Wielding (2012), che riflette sul rapporto tra fotografia contemporanea e storia dell’arte a partire dalla riproduzione giornalistica di uno scatto pubblicato da un quotidiano olandese nel maggio del 2011. L’immagine raffigura i resti di un corpo umano a Srebrenica, città divenuta nota come il teatro del genocidio dei mussulmani bosniaci compiuto ad opera dell’esercito serbo nel 1995, durante la Guerra Bosniaca. L’artista ha sottoposto l’immagine a un processo di scomposizione e ricomposizione rifotografandola innumerevoli volte, sino a trasformarla in un esercizio di analisi testuale dei suoi possibili significati in rapporto alla storia della cronaca, alla storia dell’arte e al potenziale concettuale della fotografia nel mondo contemporaneo.

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Un grande tavolo ospita Newspapers (2012), un collage di fotografie tratte da giornali quotidiani. Costruita con una logica di ricerca intuitiva, mediante accostamenti, letture parallele e dissonanze, l’opera è uno scenario aperto di investigazione sul patrimonio iconografico della cultura occidentale. Paesaggi storici, riproduzioni di opere d’arte e scatti di cronaca internazionale si alternano e susseguono, dando vita a una molteplicità di riferimenti e suggestioni, capaci di rivelare la complessa ambiguità della fotografia come strumento di riproduzione del reale.

Completano la mostra due opere video, Blue and Orange (1998) e Untitled (2002) che illustrano parte della riflessione dell’artista sull’idea di paesaggio, trasfigurato in chiave astratta e simbolica mediante il rapporto tra forme, colori e orizzonti.

Rob Johannesma, Newspapers 2012

Rob Johannesma, Newspapers 2012

La mostra evidenzia come Johannesma apra la sua ricerca a due orizzonti paralleli, uno di ordine speculativo e uno narrativo, provando a ricondurre ad una possibile unità di significazione frammenti e unità visive tra loro disperse ed eterogenee. In tal senso è possibile accostare comparativamente il suo lavoro al solco dell’opera warburghiana dell’atlante figurativo di Mnemosyne, sia per la rievocazione del rapporto tra immagini e significati da questa messo in atto, sia per il modello polifonico utilizzato da Aby Warburg nella realizzazione dei suoi grandi tableaux iconografici.

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Eventi
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Conversazione tra Alejandro Cesarco e Luigi Fassi
18 Novembre 2011

A Long Time Ago Last Night
18 novembre 2011 – 7 gennaio 2012

ar/ge kunst Galerie Museum
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Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011 Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

A LONG TIME AGO LAST NIGHT
18 Novembre - 7 Gennaio 2012

Alejandro Cesarco
A cura di Luigi Fassi

Il lavoro di Alejandro Cesarco si muove nei confini propri dell’arte concettuale, in una ricerca volta a interrogare l’idea di narrazione e l’origine delle condizioni che rendono possibile un testo e i meccanismi del suo processo di significazione. Ciò che Cesarco focalizza è l’autonomia del testo e la modalità di relazione che si instaura tra un’opera e il suo spettatore, tra la parola scritta e il lettore. L’atto stesso di produzione artistica è per Cesarco una pratica di lettura e attorno a problemi di ermeneutica e di traduzione, osservati dalla prospettiva privilegiata della letteratura, si dipanano tutte le sue opere.

Index (a Novel) (2003) è l’indice alfabetico dei nomi e degli argomenti di un libro mai scritto, presentato da Cesarco nella forma canonica di alcune pagine numerate. Index è l’ipotesi paradossale di una lettura al contrario, una classificazione di nomi, riferimenti, temi e situazioni che si giustificano in modo autonomo, in indipendenza dal volume a cui dovrebbero riferirsi. Cesarco disegna in quest’opera lo spazio di un contenitore – l’indice ragionato – che diventa esso stesso il contenuto, un ipertesto narrativo capace di intrappolare il lettore in un esercizio infinito di rimandi e referenze, allusioni e intuizioni. Index può essere letto muovendo dalle singole parti verso il tutto, cercando di ricostruire il libro a cui potrebbe appartenere – portando a unità i termini che lo compongono – o in modo più anarchico, provando a cogliere le suggestioni delle voci elencate senza preoccupazione di una sintesi finale. Ciò che emerge sullo sfondo è il profilo di un’esistenza privata, l’immagine di una possibile autobiografia dell’artista.

Alejandro Cesarco, Everness, 16mm film transferred to DVD, 12 minutes, 2008

Alejandro Cesarco, Everness, 16mm film transferred to DVD,
12 minutes, 2008

Everness (2008) è un film a incastri composto da Cesarco mediante uno script che intreccia tra loro cinque diversi capitoli, tra vicende letterarie, storia politica e scene di intimità domestica. Nell’architettura dell’opera l’avvio è dato da un monologo dell’attore sul significato della tragedia nella letteratura occidentale e sull’apparizione del tragico come archetipo culturale. In un ulteriore passaggio Cesarco evoca i protagonisti di The Dead dai Dubliners di Joyce – Gretta e Gabriel – marito e moglie che si scoprono divisi nei loro ricordi e destinati ad allontanarsi irrimediabilmente l’uno dall’altra. A inframmezzare i momenti narrativi e speculativi del film vi sono poi due canzoni. La prima è presa dal repertorio del movimento tropicalista brasiliano degli anni Sessanta, un movimento artistico e musicale che reagiva al colpo di stato del 1964 e alla successiva repressione dei diritti di libertà politica e civile nel Paese. La seconda è un brano della guerra civile spagnola, un inno all’eroismo sacrificale di chi ha combattuto per la libertà in Spagna tra il 1936 e il 1939. Il capitolo finale dell’opera, primo piano silenzioso e senza parole di una coppia impegnata nella colazione del mattino, restituisce l’immagine un momento incerto e indefinito, risoluzione pacificata di conflitti e contrasti o, più probabilmente, segnale di una fine ormai definitiva del rapporto tra l’uomo e la donna.

Echi letterari continuano in The Gift and the Retribution (2011), un dittico fotografico costituito dalle copertine di due libri, “Los adioses” di Juan Carlos Onetti e “Poemas de amor” di Idea Vilariño, due figure centrali della produzione letteraria uruguayana del Novecento. I due libri hanno dediche incrociate, “Goodbyes” è dedicato a Vilariño, la quale a sua volta aveva dedicato “Love Poems” a Onetti. Cesarco pone in primo piano la dedica come strumento che rivela i fili sotterranei che avvicinano percorsi artistici e storie biografiche al tempo stesso vicine e lontane tra loro.

Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

Alejandro Cesarco, Methodology, HD video with sound, 7 minutes, 2011

La figura di Onetti è adombrata anche in Methodology (2011), un sofisticato dialogo di una coppia seduta attorno a un tavolo incentrato sullo spazio del non detto. Parole scritte, lettere e comunicazioni silenziose sono il soggetto del discorso che i due protagonisti articolano nell’opera, provando a definire i confini tra spazio intimo e pubblico, tra ciò che si può dire e ciò che non deve essere espresso. Il dialogo della coppia perimetra così lo spazio dei sentimenti privati e della loro negoziazione nel rapporto con gli altri. Non tutto ciò che si dice può essere disciolto in elementi perfettamente comprensibili e l’opera allude a uno spazio di opacità irrimediabile nel dialogo tra l’uomo e la donna.

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Conversazione tra Alessandro Gagliardo e Luigi Fassi
15 Settembre 2011

Un mito antropologico televisivo
15 Settembre – 5 Novembre 2011

ar/ge kunst Galerie Museum
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Alessandro Gagliardo Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011 Alessandro Gagliardo Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

UN MITO ANTROPOLOGICO TELEVISIVO
15 Settembre - 5 Novembre 2011

Alessandro Gagliardo
A cura di Luigi Fassi

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo è autore di una ricerca incentrata sull’impatto della documentazione televisivo-giornalistica nella costruzione di una lettura mitografica della storia siciliana contemporanea. Intitolata Un mito antropologico televisivo, tale ricerca è incentrata sugli anni decisivi intercorsi tra il 1991 e il 1994, caratterizzati da una molteplicità di eventi destinati a ridisegnare la storia siciliana e quella italiana. Dalle stragi di mafia in tutto il territorio regionale, culminate in quelle palermitane di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sino all’esplosione della crisi dell’edilizia abitativa, segnata da un abusivismo irrisolto da decenni, la prima metà degli anni Novanta è il palcoscenico di una conflittualità crescente tra stato e cittadini e di un riassetto politico generale del Paese i cui effetti continuano ancora nel presente.
Il progetto di Gagliardo è articolato in diversi capitoli volti a istruire una narrazione complessa di questi eventi a partire dalla microstoria quotidiana della provincia di Catania e dei suoi paesi, così come documentata dai materiali di repertorio delle produzioni giornalistiche delle emittenti televisive locali di quel periodo.

Mitografia (2011) è un oggetto visivo costituito da un insieme di oltre centoventimila fotogrammi di fisionomie e umori di massa. Successione rallentata di documentazioni ad uso televisivo filmate nel corso di manifestazioni pubbliche di protesta nel catanese nei primi anni novanta, Mitografia attiva una riflessione sulla trasfigurazione antropologica della società così come resa manifesta dalle forme documentarie del medium catodico.
Gagliardo introduce in Mitografia una sensibilità culturale che ritorna anche nelle due opere video di Città Stato (2011), segnalando la prossimità del suo lavoro ad una tradizione intellettuale che dagli anni Quaranta in poi aveva denunziato la crisi del Mezzogiorno italiano e al tempo stesso la potenzialità di quel territorio come risorsa sociale e politica per contrastare il degrado introdotto dal neocapitalismo italiano. Dai viaggi e dai libri di Carlo Levi nel meridione, dall’azione politica e letteraria di Antonio Gramsci, Rocco Scotellaro e Danilo Dolci, sino alle denunce di Pier Paolo Pasolini sul genocidio del mondo contadino italiano, la ricerca di Gagliardo sembra rinnovare tale tradizione focalizzando un’interpretazione di natura antropologica del mondo sociale siciliano dei primi anni novanta. La recrudescenza delle stragi di mafia di quel periodo è scandagliata da Gagliardo attraverso una lettura minuziosa del mondo catanese, dove a omicidi e brutalità si accompagna il disagio civile generato dall’abusivismo di massa e dall’impossibilità di trovare una mediazione tra cittadini e autorità. I suoi lavori non sono costruiti partire dai servizi giornalistici montati e rifiniti, ma dalla congerie magmatica e ruvida dei nastri di repertorio – le ore di girato accumulate dagli operatori delle televisioni locali alla scoperta del territorio catanese – prima di ogni montaggio e confezionamento per la messa in onda.

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

Alessandro Gagliardo, Dei poteri e delle povertà, fotogramma, 2011

La stessa logica è all’opera in Dei poteri e delle povertà (2011), un’installazione composta da decine di singoli fotogrammi stampati su carta e selezionati dai medesimi materiali dei master SVHS realizzati dalle televisioni locali catanesi. Come suggerisce il titolo, l’opera è una drammaturgia visiva inscritta tra contrasti, abusi e indigenze. Il flusso della quotidianità nelle strade di città come Biancavilla, Adrano, Misterbianco, Santa Maria di Licodia e Paternò, si dipana tra scene di omicidi di mafia, memoriali funebri, ma anche paesaggi urbani, campagne e periferie. La presenza ricorsiva dei microfoni in primo piano è elemento decisivo per una metamorfosi iconografica delle scene, che evidenziano l’avvenuta mediazione tra telecamere e realtà, esperienza quotidiana e narrazione giornalistica.

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Selma Alaçam
Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist Selma Alaçam Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

SELMA ALAÇAM – NICOLÒ DEGIORGIS
17 Giugno - 30 Luglio 2011

A cura di Luigi Fassi

Selma Alaçam (1980, vive e lavora a Karlsruhe, Germania) e Nicolò Degiorgis (1985, vive e lavora a Bolzano) analizzano nei loro lavori il tema cruciale del rapporto tra la cultura islamica e la modernità occidentale nell’Europa contemporanea. Che conoscenza ha l’opinione pubblica media in Europa dell’immigrazione islamica nel continente, della vita delle famiglie miste e delle prospettive di integrazione di chi proviene dai paesi mussulmani? Muovendo ciascuno dalla particolarità della propria prospettiva nazionale e culturale, Alaçam e Degiorgis mettono in atto delle strategie di riflessione artistica finalizzate a portare in primo piano una molteplicità di elementi rimossi dal dibattito pubblico in Europa, contribuendo in tal modo a rendere possibile una riflessione più complessa e articolata del tema trattato.

 Nicolò Degiorgis Hidden Islam - Islamic makeshift places of worship in north - east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Nicolò Degiorgis
Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Hidden Islam (2009-11) è un progetto fotografico condotto da Degiorgis alla scoperta dei luoghi di culto islamici in nord Italia. A tutt’oggi sono solo due le moschee ufficiali in Italia, a fronte di una popolazione mussulmana di oltre un milione di residenti. L’artista ha così fotografato i luoghi di culto improvvisati in cui i mussulmani esercitano il loro culto nell’Italia contemporanea, alla periferia delle grandi città e in luoghi precari e abbandonati, come ex-garage, capannoni e cantine. L’artista ha intrattenuto un rapporto continuativo e consolidato con diversità comunità islamiche sino ad aver accesso ai momenti di preghiera collettiva e agli aspetti più intimi della ritualità islamica.

 Nicolò Degiorgis Hidden Islam - Islamic makeshift places of worship in north - east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Nicolò Degiorgis
Hidden Islam – Islamic makeshift places of worship in north – east Italy, photograph (2009-11). Courtesy of the artist

Dal Veneto al Friuli Venezia Giulia al Sudtirolo, Degiorgis restituisce il ritratto inedito di una parte d’Italia rimossa e marginale. Se così la sua opera invita a riflettere sulla situazione di disagio a cui è costretta la comunità islamica oggi nel Paese, Hidden Islam traccia anche, indirettamente, un’immagine complessa e problematica dell’Italia contemporanea e della sua continua difficoltà di sapersi collocare in una modernità di progresso civile pienamente compiuta.

Selma Alaçam analizza in molteplici modi nel suo lavoro il rapporto con la propria doppia identità di cittadina tedesca e turca, cresciuta in Germania secondo i modelli dell’educazione mussulmana. Isolated and Protected (2009) è una video installazione di sette monitor in cui l’artista presenta alcune scene domestiche di una famiglia turco-mussulmana in Germania. La piena visibilità dei monitor è tuttavia impedita da una pannellatura che riprende i modelli decorativi della tradizione araba per proteggere le abitazioni private dagli sguardi esterni. Lo spettatore ha così accesso limitato e parziale a quanto succede, una visibilità interrotta che “isola e protegge” le immagini dallo sguardo estraneo, simbolo del difficile rapporto di comunicazione e scambio tra la cultura occidentale e quella islamica oggi in Europa.
In Haare (2009) l’artista stessa appare impegnata pettinarsi sino a poter indossare una parrucca identica ai propri capelli. La scena allude alla strategia messa in atto da molte giovani donne in Turchia per poter rimanere fedeli alla regola islamica – che vieta di mostrare i propri capelli – senza per questo dover rinunciare alla propria bellezza.

Selma Alaçam Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

Selma Alaçam
Istiklal Marsi / Turkish National Anthem (2010) DVD loop; 4:28 min. Courtesy the artist

Turkish National Anthem (2010) mostra alcuni spezzoni di video scaricati dall’artista da Youtube in cui alcuni bambini di pochi anni in Turchia sono ripresi in contesti privati e domestici mentre cantano con grande emotività e trasporto l’inno nazionale del proprio Paese. Senza commenti e alterazioni, l’opera insinua un senso di disagio e inquietudine, alludendo ai rischi del nazionalismo e delle manipolazioni ideologiche operate dagli adulti verso i bambini.

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Conversazione tra Runo Lagomarsino e Julia Moritz
15 Aprile 2011

Runo Lagomarsino – Violent Corners
15 Aprile – 4 Giugno 2011

ar/ge kunst Galleria Museo
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Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

RUNO LAGOMARSINO – VIOLENT CORNERS
15 Aprile - 4 Giugno 2011

A cura di Luigi Fassi

Il lavoro di Runo Lagomarsino (Malmö, Svezia 1977, vive e lavora a San Paolo, Brasile) è una ricerca finalizzata a indagare i modelli storiografici, geografici e matematici che hanno informato il controllo coloniale del mondo da parte della modernità occidentale. Come si articola il rapporto tra l’invenzione della descrizione storico-geografica del pianeta ad opera della ragione europea e il dominio politico di esso? Le ricerche di Lagomarsino provano a rispondere a tale quesito muovendo da una prospettiva di analisi culturale comparata, suggerendo la possibilità di nuove forme di interpretazione culturale, alternative e oppositive rispetto a quelle sancite e trasmesse dalla ragione moderna europea.
La prima mostra personale dell’artista svedese in Italia – Violent Corners – presenta una serie di opere recenti e inedite incentrate sulla relazione tra il coloniale europeo e la storia del continente sudamericana dal XVI secolo alla contemporaneità.

Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

Runo Lagomarsino, A Conquest Means Not Only Taking Over (II), installation with wallpaper, drawings, photographs, objects, and shelves 2010-11 Courtesy Elastic, Malmo and the artist

A Conquest Means Not Only Taking Over (II) (2010-11) ha come riferimento storico la figura di Francisco Pizarro, il conquistatore spagnolo che aveva guidato l’occupazione e l’assoggettamento dell’impero degli Incas in Sudamerica al principio del XVI secolo. Gli storici documentano come Pizarro non sapesse né leggere né scrivere e gli atti amministrativi di esercizio del suo potere autoritario venissero da lui autenticati apponendo un doppio ghirigoro al posto della firma, in mezzo ai quali un notaio controfirmava a garanzia di autenticità giuridica dell’atto stesso. Questo segno grafico rappresentativo dell’identità del conquistatore spagnolo, nella sua forma esile e prossima alle forme di un disegno astratto, rappresentava così la manifestazione del potere coloniale europeo, divenendo la sanzione di un atto di violenza e oppressione destinato a cambiare per sempre la storia del Nuovo e del Vecchio Mondo. L’installazione di Lagomarsino riproduce filologicamente la “firma” di Pizarro nella forma di una tappezzeria d’interni, dando un carattere di decorazione intima e familiare al simbolo del potere coloniale spagnolo. L’installazione si dipana attorno alla tappezzeria in una molteplicità di oggetti e reperti quotidiani, in cui Lagomarsino mostra le sedimentazioni della ragione moderna europea che impone se stessa mediante le forme più domestiche, imbrigliando in una rete di significati e interpretazioni il resto del mondo. Tavolette per appunti di legno pressato, fotografie e porzioni di affreschi, diventano nel loro insieme quasi una bussola mediante cui ripercorrere la matrice intellettuale di secoli di storia del dominio della ragione europea.

Runo Lagomarsino, Contratiempos, installation with Dia projection loop, sculptural model and projection screen, 2010 Courtesy Elastic Malmo and the artist

Runo Lagomarsino, Contratiempos, installation with Dia projection loop, sculptural model and projection screen, 2010 Courtesy Elastic Malmo and the artist

La ricerca dell’artista prosegue con Contratiempos (2009-10), installazione che ha come punto di partenza il Parque Ibirapuera di San Paolo, progettato da Oscar Niemeyer e Roberto Burle Marx nel 1954, secondo il modello del razionalismo modernista lecorbusiano importato nel contesto sudamericano. All’interno del parco, è presente la maggior parte degli edifici di utilità pubblica e culturale della città di Sao Paolo, fra i quali diversi musei. Questi edifici sono connessi tra loro da un lungo percorso coperto e realizzato in cemento, il Marquise do Parque do Ibirapuera. Contratiempos è costituita da 30 diapositive di spaccature, crepe e scheggiature nel selciato in cemento del Marquise che riprendono, in sorprendente somiglianza, la forma del continente sudamericano. L’artista ha costruito in tal modo, con mezzi minimi e senza alterare alcunché, una cartografia casuale ma reale del Sudamerica, una sembianza del continente costruita in un’approssimazione di desiderio e immaginazione. Colonialismo, desiderio ed esotismo convergono sottilmente in quest’opera in cui la presenza in scala ridotta del modello scultoreo del Marquise complica ulteriormente la narrazione messa in atto da Lagomarsino. Una maquette in legno restituisce infatti in termini astratti e decontestualizzati le forme sinuose della struttura del Marquise del parco di Ibirapuera.

Runo Lagomarsino, The G in Modernity Stands For Ghosts, HD transferred to DVD, 2009

Runo Lagomarsino, The G in Modernity Stands For Ghosts, HD transferred to DVD, 2009

Spazio, temporalità, cartografia e appropriazione costituiscono gli assi portanti della ricerca sul pensiero coloniale di Lagomarsino e trovano attuazione in forma strettamente metaforica anche in The G in Modernity Stands for Ghosts (2009). Questo lavoro video presenta una scatola di cartone colma di palline di carta appallottolate, frammenti strappati dagli spazi classificati come ignoti e inesplorati all’interno di un atlante geografico del pianeta terra. Il fiammifero posto sulla scatola da fuoco a tutta la struttura, trasformando la scatola stessa in una bara che si autodistrugge, trascinando con sé nella dissoluzione simbolica anche le terrae incognitae del globo, destinate a diventare fumo e cenere, ancora una volta fantasmi di una tracciatura cartografica che li aveva già destinati all’oblio. Come allude il titolo, la modernità è un magistero di controllo ideologico che racchiude al suo interno fantasmi e possibilità alternative a cui è stata tolta legittimità con un atto di esclusione cartografica. I corpi ritenuti estranei sono espulsi, e di loro non rimane traccia neanche nella lettera del nome modernità, come evidenzia l’artista, che con ironia provocatoria riporta l’attenzione sugli esclusi, i fantasmi della modernità, re-includendo la g inglese di fantasmi (ghosts) nel corpo della parola modernity (modernità).

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Zachary Formwalt, film still from In Place of Capital, single channel HD video with sound, 2009 Courtesy the artist Zachary Formwalt, film still from In Place of Capital, single channel HD video with sound, 2009 Courtesy the artist

ZACHARY FORMWALT
5 Febbraio - 2 Aprile 2011

A cura di Luigi Fassi

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

La ricerca artistica di Zachary Formwalt è un’interrogazione filosofica di materiali ed eventi storico-economici provenienti dall’età moderna e contemporanea, individuati perseguendo un percorso di ricerca multiforme e polifonico, suscettibile di chiavi interpretative molteplici e non definitive. Il centro dell’interesse dell’artista è dato dal rapporto tra lo sviluppo della modernità e i meccanismi complessi dell’economia capitalista. Muovendo da una prospettiva di analisi marxista, Formwalt si interroga sull’impatto della storia economica nel mondo sociale e culturale europeo e americano dal XVII secolo in poi. Formwalt privilegia in tale contesto l’uso di materiali visivi provenienti da fonti diverse tra loro, proprie della comunicazione di massa, del cinema, della storia dell’arte, per leggere in controluce critica le vicende dei flussi finanziari e delle loro ripercussioni culturali. Quanto siamo consapevoli dei meccanismi simbolici che sovrintendono alle logiche del capitalismo e in che misura ne comprendiamo le ripercussioni culturali ad ampio raggio nel mondo contemporaneo?
Formwalt prova rispondere a tali domande mediante le ricerche condotte in In Place of Capital (2009), un film che traccia un parallelo tra lo sviluppo delle tecnologie pioneristiche di fotografia a fine Ottocento e le coeve strategie del capitalismo. L’artista muove da un’analisi di un particolare momento storico a metà Ottocento in Inghilterra, mostrando come l’incapacità della tecnica fotografica dell’epoca (sviluppata da William Henry Fox Talbot) di catturare sulla pellicola il movimento di persone e cose rappresenti in modo perfettamente speculare l’impossibilità di tracciare razionalmente i flussi del capitale: in termini marxiani il movimento che produce il capitale svanisce infatti nel momento stesso in cui il capitale si realizza, lasciando in evidenza solo una muta quantità di denaro. Nelle immagini scelte da Formwalt della borsa di Londra, il Royal Exchange Building, si fronteggiano due rappresentazioni del capitale, quella ufficiale, voluta dai architetti dell’edificio e organizzata attorno a una divinità allegorica del commercio che presiede le attività della borsa stessa, e una seconda rappresentazione, esito della tecnologia fotografica del periodo, impossibilitata a cogliere il flusso dei movimenti reali di uomini e scambi nelle trafficate strade attorno alla borsa.

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Zachary Formwalt, film still from At Face Value, single channel HD video with sound, 2008 Courtesy the artist

Anche Through a fine Screen (2010) accosta tra loro alcuni episodi della storia della fotografia e dell’economia per interpretare la realtà sociale contemporanea. Punto di partenza del lavoro è la storia di Central Park a New York, inaugurato nel 1856 e oggetto di molteplici riproduzioni fotografiche tra Ottocento e Novecento. Uno scatto del 1880 pubblicato il 4 marzo di quell’anno nel quotidiano The Daily Graphic e raffigurante le baracche dei senzatetto a New York, diventa per Formwalt una chiave di volta per interpretare in parallelo la costruzione del parco (con tutti suoi studiati clichè estetico-paesaggistici) e lo sviluppo economico di Manhattan. Questo lavoro si accompagna tematicamente alla serie fotografica di Vanderbilt’s Wants (2010), che consta di tre pagine prese dal Daily Graphic del 4 marzo 1880 che descrivono la volontà imprenditoriale di abbattere gli insediamenti di baracche a Manhattan e riproducono proprio l’immagine fotografica di quello scenario sociale di miseria descritta in Through a Fine Screen.
At Face Value (2008) è un viaggio a ritroso attraverso l’economia del Novecento, letta e interpretata dalla prospettiva dei francobolli. Dall’iperinflazione della Repubblica di Weimar alla crisi del 1929, tra Europa e Stati Uniti, il film di Formwalt mostra come i francobolli siano uno strumento prezioso e inesplorato per leggere in controluce gli sviluppi tumultuosi dell’economia e della storia sociale del Novecento.

La storia della teoria economica moderna è la protagonista di Kritik der Politik und der Nationalökonomie (2009). In quest’opera fotografica Formwalt ha riprodotto il contratto firmato a Parigi da Karl Marx nel 1845 con il suo editore Carl Leske. Una seconda immagine del lavoro è una fotografia dell’edificio di Rue Vanneau 38 a Parigi, dove Marx era vissuto al tempo della stesura del contratto. Prende spunto dalla biografia intellettuale di Marx anche An Episode in the History of Free Trade (2008). L’opera ricostruisce gli eventi del Free Trade Congress di Bruxelles del 1847 tra i cui relatori figuravano anche James Wilson, fondatore del “The Economist” e Karl Marx. Il collage composto da Formwalt riporta i materiali documentali dei due interventi insieme ad una recensione del congresso redatta da Friedrich Engels per il The Northern Star del 9 ottobre 1847. L’opera riproduce inoltre la pagina di un libro del 1993 pubblicato nell’occasione del 150° anniversario del “The Economist” in cui veniva ripubblicato il testo dell’intervento di James Wilson a Bruxelles. L’obiettivo dell’artista è riapprocciare il medesimo evento del 1847 da diversi punti di vista e prospettive cronologiche per evidenziare tutte le sue risonanze e la sua influenza nello sviluppo della teoria economica in Europa e nel mondo.

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Eventi
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Conversazione tra Zachary Formwalt e Antonia Majaca
4 Febbraio 2011

Zachary Formwalt
5 Febbraio – 2 Aprile 2011

ar/ge kunst Galleria Museo
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Rashaad Newsome, The Conductor, video still, 2005-2009 Rashaad Newsome, The Conductor, video still, 2005-2009

Rashaad Newsome – Film screening
27 Ottobre 2010

Film screening in occasione della mostra di Rashaad Newsome

ar/ge kunst Galleria Museo
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Happy Negro 2004, video, 5’55”
Elysian Fields 2005, video, 1’45”
The conductor (fortuna imperatrix mundi) & The conductor (primo vere, omnia sol temperat) 2005-2009, video, 6’18”
Paris is burning by Jennie Livingstone, 73′

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Chto delat? Tower Songspiel, video, 2010 Courtesy the artist Chto delat? Tower Songspiel, video, 2010 Courtesy the artist

CHTO DELAT?
27 Novembre - 22 Gennaio 2011

A cura di Luigi Fassi

Composto da diverse individualità – artisti, critici, filosofi e scrittori – il collettivo pietroburghese Chto delat? è concepito dai suoi membri come una poliedrica piattaforma di riflessione culturale e politica, a metà strada tra attivismo e produzione artistica. Finalizzate verso un’ambizione criticamente pratica, ispirata alla lezione politica del teatro didattico di Bertolt Brecht, le opere di Chto delat? stimolano un impatto di responsabilità individuale nello spettatore, dando spazio ai moventi e alle ragioni del cambiamento sociale mediante l’uso di strumenti satirici prossimi alla dimensione del grottesco e della parodia. Elaborando innovativamente la tradizione politica del rapporto tra prassi e teoria propria della sinistra europea, Chto delat? si muove all’interno di un territorio artisticamente ibrido, promuovendo i valori collettivi di un nuovo modo di aggregazione sociale nel segno del progressismo civile.
Per la sua prima mostra personale in Italia, Chto delat? presenta una trilogia di film composta nel corso degli ultimi due anni e incentrata prevalentemente sulla società russa post-perestrojka, segnata da una crisi politica e civile del tessuto sociale, disgregato dalle strutture burocratiche e ideologiche dell’autoritarismo capitalista dominante nel Paese.

Chto Delat?, Perestroika Songspiel, video, 2008

Chto Delat?, Perestroika Songspiel, video, 2008

La definizione delle tre opere come Songspiel è un riferimento al teatro musicale di Bertolt Brecht e di Kurt Weill, una forma artistica finalizzata ad avvicinare musica popolare e teatro per trasmettere messaggi e riflessioni politiche ad un pubblico socialmente ampio e diversificato. Perestroika Songspiel (2008), Partisans Songspiel (2009) e Tower Songspiel (2010) si caratterizzano così per una commistione di stili narrativi e performativi provenienti da tradizioni diverse. Il ruolo del coro nella tragedia classica, come voce onnisciente che compare più volte nel corso dello sviluppo drammatico, è messo dagli artisti a servizio di un approccio che riprende da vicino la metodologia del rigore critico del teatro di Bertolt Brecht, con un’accentuata presenza di forme vicine all’ espressionismo antirealista e alla parodia grottesca, che circoscrivono un senso quasi allegorico degli eventi rappresentati.

Chto Delat?, Partisans Songspiel, video, 2009

Chto Delat?, Partisans Songspiel, video, 2009

Perestroika Songspiel interroga l’eredità culturale della stagione della Perestroika, mostrando il fallimento politico e civile del momento storico immediatamente successivo, terminata l’euforia liberatoria della mobilitazione popolare. I diversi gruppi sociali del paese, affaristi, rivoluzionari, conservatori e progressisti divergono radicalmente sul destino del Paese e l’opera svela con ironia e sapore caricaturale la difficoltà di costruire un progetto politico condiviso. Partisans Songspiel affronta il tema della ricostruzione civile e politica nella Belgrado contemporanea, anch’essa segnata da conflitti radicali e dalla difficoltà di instaurare un processo di reale democratizzazione delle sue strutture sociali. Il neocapitalismo del Paese opprime le classi più svantaggiate, come operai, zingari, lesbiche e reduci di guerra, a cui l’opera dà spazio individuale in una formalizzazione visivamente simbolica. La satira di Tower Songspiel (coprodotto da ar/ge kunst Galleria Museo) è rivolta invece al dibattito pubblico suscitato a San Pietroburgo dalla costruzione del grattacielo sede della Gazprom, la società che detiene il monopolio dello sviluppo energetico del Paese. Per mezzo di stereotipi ed effetti satirici Chto delat? mette in scena una riunione dei dirigenti dell’azienda e della città impegnati a sviluppare strategie di corruzione e populismo al fine di guadagnare il consenso di tutte le parti sociali sulla costruzione della torre. La trilogia istituisce nel suo insieme uno spazio di dissenso, volto a suscitare nello spettatore una volontà di partecipazione conoscitiva e di reazione politica, mediante la forza oppositiva della ragione individuale e collettiva.

Exhibition view, Chto delat?, 2010 Foto: Ivo Corrà

Exhibition view, Chto delat?, 2010 Foto: Ivo Corrà

La trilogia è accompagnata in mostra da un altro lavoro video, Builders (2004) e da un caleidoscopio di wall drawing, giornali e inserti grafici sulle pareti dello spazio espositivo, secondo l’intenzione degli artisti di creare uno spazio unitario, dove diverse modalità espressive del dissenso e della resistenza critica, tra passato e presente, trovano coesione e sintonia corale.

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Eventi
Photo: Ivo Corrà Photo: Ivo Corrà

Conversazione tra Rashaad Newsome, Irina Zucca Alessandrelli e Luigi Fassi
15 Settembre 2010

Rashaad Newsome
15 Settembre – 6 Novembre 2010

ar/ge kunst Galleria Museo
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Rashaad Newsome, Five, performance, video, 2009 Courtesy the artist Rashaad Newsome, Five, performance, video, 2009 Courtesy the artist

RASHAAD NEWSOME
15 Settembre - 6 Novembre 2010

A cura di Luigi Fassi

Rashaad Newsome, Shade Compositions, performance, video, 2009 Courtesy the artist

Rashaad Newsome, Shade Compositions, performance, video, 2009 Courtesy the artist

Rashaad Newsome ha iniziato nel 2006 una ricerca sul linguaggio gestuale delle donne afroamericane e sulla loro capacità di trasmettere in modo immediato l’espressività del proprio corpo trasformandolo in catalizzatore di emozioni e sentimenti. Intenzionato a ribaltare la concezione comune che stigmatizza tale linguaggio come manifestazione da ghetto metropolitano, da degrado sociale fatto di bassa alfabetizzazione e marginalità sociale, Newsome ha operato in termini antropologici, provando a dimostrare la dignità culturale della gestualità afroamericana. A chi appartiene realmente tale linguaggio? Come si è sviluppato nel corso del tempo e quali sono i suoi confini geografici? Tali interrogativi hanno aperto gli orizzonti teorici della ricerca dell’artista ad una complessa indagine sul tema dell’appartenenza e della diversità culturale.
La prima personale dell’artista americano in una istituzione europea è incentrata sulla presentazione della performance Shade Compositions. L’espressività delle donne afroamericane presentata nella sua naturalezza da Shade Compositions diventa una sinfonia linguistica, una rappresentazione corale istruita su un ritmo collettivo, che unifica e trascende la singolarità dei gesti individuali in un dinamismo prossimo alla fluidità del canto.

Rashaad Newsome, exhibition view, 2010 Foto: Ivo Corrà

Rashaad Newsome, exhibition view, 2010 Foto: Ivo Corrà

Esito di un percorso di ricerca iniziato dall’artista nel 2006 a Parigi con donne afro-francesi, Newsome ha realizzato nel 2009 a New York la versione ad oggi più completa e sofisticata di Shade Compositions. Costruita collaborando con più di venti giovani donne afroamericane, l’opera manifesta la naturalezza del loro linguaggio vocale-gestuale all’interno di una partitura organizzata dall’artista. Strutturata in cinque sezioni tra loro interposte, la performance è assimilabile ad una composizione orchestrale classica, la cui compattezza espressiva è restituita nella fluidità dei modelli linguistici e gestuali scanditi dalle giovani donne partecipanti, come lo schioccare delle dita e delle labbra, lo sbuffare ed esclamare, il diniego e l’atteggiamento di risposta aggressiva. Oltre al video della performance newyorchese, diventato un lavoro autonomo, la mostra presenta Shade Compositions (Screen Tests 1-2) due opere video che presentano parte dei casting e delle selezioni organizzate dall’artista con una molteplicità di giovani donne per studiare il loro linguaggio espressivo. Articolati in forma di esercizi, prove e ripetizioni, gli Screen Tests costituiscono un ricchissimo archivio video accumulato da Newsome nel corso di diversi anni di ricerche tra l’Europa e gli Stati Uniti.
Il più recente progetto di Newsome, Five (2010) è un’ulteriore indagine su una forma linguistica marginalizzata della naturale cultura espressiva afroamericana. Si tratta del Voguing, uno stile di danza emerso tra gli anni Settanta e Ottanta nella cultura dei dance club gay e lesbo americani. La Vogue dance è una danza da strada, libera e creativa, ma al tempo stesso complessa e sofisticata, in stretta prossimità con l’esperienza e le forme della danza moderna e contemporanea. Come già in Shade Compositions Newsome è interessato ad esplorare l’evoluzione e il significato culturale del modello comunicativo del Voguing. Five è anch’essa una performance multimediale organizzata secondo i cinque movimenti principali dello stile Vogue, fatto di rotazioni e fluttuazioni eseguite dalla fisicità dei danzatori.
Untitled (2008) e Untitled (New Way) 2009 testimoniano la volontà di Newsome di riproporre l’estetica seminale del Voguing originario, così come preservatosi nel solco della tradizione afroamericana di strada tra libera improvvisazione e fluidità dei gesti espressivi.

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Foto: Martin Pardatscher Foto: Martin Pardatscher

Artists’ talk tra Michael Höpfner, Katarina Zdjelar, Caterina Riva e Luigi Fassi
25 Giugno 2010

Katarina Zdjelar – Michael Höpfner
25 Giugno – 14 Agosto 2010

ar/ge kunst Galleria Museo
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Installation view, Katarina Zdjelar,  Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher Installation view, Katarina Zdjelar, Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

KATARINA ZDJELAR – MICHAEL HÖPFNER
25 Giugno - 14 Agosto 2010

A cura di Luigi Fassi

Installation view, Katarina Zdjelar,  A Girl, the Sun and an Airplane Airplane, video, 2007 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Installation view, Katarina Zdjelar, A Girl, the Sun and an Airplane Airplane, video, 2007 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Impegnati in modi diversi a produrre una riflessione sui modelli della memoria e dell’immaginario collettivo all’interno della cultura occidentale, Katarina Zdjelar e Michael Höpfner esercitano un’analisi critica profonda degli sviluppi politici ed economici del mondo contemporaneo.
In A Girl, the Sun and an Airplane Airplane (2007) Katarina Zdjelar ha chiesto ad alcuni cittadini di Tirana, la capitale dell’Albania, di provare a parlare liberamente in russo all’interno di uno studio di registrazione. L’obiettivo dell’artista è di lasciar riaffiorare, in termini di memoria linguistica, quanto rimasto della stagione della dittatura sotto Enver Hoxha, quando il russo era la lingua di riferimento culturale e politico dell’Albania. L’opera è un tentativo di scavo nelle profondità dell’inconscio collettivo, indagato dando spazio alle reminiscenze linguistiche individuali proprie di un tempo passato. I cittadini più anziani di Tirana coinvolti dall’artista rammentano una molteplicità di parole e di frasi, per quanto spesso disarticolate e incoerenti tra loro, mentre i più giovani provano ad attingere invano ad una memoria linguistica e culturale che appare ancora oscuramente presente ma ormai inaccessibile nei suoi codici determinati. Lasciando reagire tra loro la dimensione contemporanea dell’Albania democratica con la memoria frammentata sul passato recente del Paese, A Girl, the Sun and an Airplane Airplane interroga il rapporto tra la realtà dei fatti storici e la loro assimilazione sul piano privato e individuale.

Installation view, Katarina Zdjelar,  Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Installation view, Katarina Zdjelar, Everything is Gonna Be, video, 2008 Courtesy the artist Foto: M. Pardatscher

Everything is Gonna Be (2008) è un’opera video realizzata dall’artista in Norvegia con il coinvolgimento di un gruppo di persone di mezza età, cresciute nell’agio del welfare norvegese sviluppatosi dagli anni Sessanta in poi. Il gruppo, un coro amatoriale di amici, si è cimentato su richiesta dell’artista nell’esecuzione della celebre canzone dei Beatles “Revolution”, un dialogo a due incentrato sulla stagione del 1968 e sul rapporto irrisolto tra rivoluzione e violenza, cambiamento sociale ed estremismo politico. L’uso fluido ma imperfetto della lingua inglese da parte dei cantanti diventa nell’opera dell’artista la rappresentazione simbolica di una loro inadeguatezza rispetto al contenuto della canzone, la messa in scena di una distanza tra le ambizioni giovanili e gli esiti delle biografie personali dei cantanti. Everything is Gonna Be apre in tal modo una riflessione sull’idea politica dell’Europa e sul ruolo civile e culturale dei suoi cittadini nello scenario del mondo contemporaneo.

Michael Höpfner, Outpost of Progress, slide series 2005-2010, slides b/w, light table, 2010 Courtesy the artist and Galerie Hubert Winter, Vienna

Michael Höpfner, Outpost of Progress, slide series 2005-2010, slides b/w, light table, 2010 Courtesy the artist and Galerie Hubert Winter, Vienna

Erosione, identità, memoria e dispersione sono le parole chiave anche della ricerca di Michael Höpfner. L’artista austriaco ha sviluppato nel corso degli ultimi anni un’attività artistica incentrata su un’erranza geografica e culturale, realizzata percorrendo a piedi regioni periferiche e paesaggi desertici in diversi continenti. Outpost of Progress (2005-2010) è l’esito di otto settimane di percorso condotto da Höpfner attraverso l’altipiano del Chang Tang nel Tibet occidentale, una regione abitata da circa cinquantamila persone di antica tradizione nomadica. Territorio precluso al libero ingresso di turisti e cittadini stranieri e tra i più ignoti del pianeta, il Chang Tang si è rivelato nel corso dell’esplorazione dell’artista sede di molteplici interventi di devastazione ambientale e architettonica. Lontana da ogni ideale di idillio naturale e purezza ambientale, la regione tibetana documentata da Höpfner appare al contrario un avamposto del degrado del pianeta operato da parte della cultura industrializzata, il teatro di una cancellazione di culture e tradizioni radicate da millenni. Tra rifugi, grotte e capanne, gli abitanti del Chang Tang resistono all’avanzare della modernità globale, opponendo mediante le forme di un’invisibilità nomadica la difesa del proprio mondo culturale in dissoluzione. Tramite la presentazione di regesti fotografici, diapositive e moduli abitativi essenziali derivati dalle architetture effimere della regione, Outpost of Progress smentisce l’idealizzazione di armonia e omogeneità associata ai grandi territori naturali mostrando la brutalità dell’antagonismo fra stanzialità e nomadismo, tradizione e sviluppo.

Exhibition view, Katarina Zdjelar - Michael Höpfner, 2010 Foto: M. Pardatscher

Exhibition view, Katarina Zdjelar – Michael Höpfner, 2010 Foto: M. Pardatscher

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Photo: Ivo Corrà Photo: Ivo Corrà

Artists’ talk tra Mark Boulos, Jakob Schillinger e Luigi Fassi
23 Aprile 2010

Mark Boulos
23 Aprile – 19 Giugno 2010

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Mark Boulos, Frame from All That Is Solid Melts into Air, video, 2008 Courtesy the artist Mark Boulos, Frame from All That Is Solid Melts into Air, video, 2008 Courtesy the artist

MARK BOULOS
23 Aprile - 19 Giugno 2010

A cura di Luigi Fassi

Exhibition view Mark Boulos,  2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view Mark Boulos, 2010 Photo: M. Pardatscher

La prima mostra personale di Mark Boulos (Boston, USA 1975, vive e lavora ad Amsterdam) in un’istituzione italiana è incentrata sulla presentazione di tre lavori, All That Is Solid Melts into Air (2008), The Origin of the World (2009) e The Word was God (2006) e intende offrire una panoramica esauriente della più significativa produzione dell’artista svizzero-americano. Le opere di Boulos affrontano il complesso rapporto tra fondamentalismo religioso, ideologia e terrorismo e testimoniano la sua volontà di attivare una pratica artistica radicale, costruita mediante l’osservazione partecipante dell’artista all’interno di contesti sociali estremi e difficilmente accessibili. I film dell’artista sperimentano un uso socialmente critico del mezzo video in cui lo spettatore non è condotto verso una verità predefinita ma è accompagnato in un percorso processuale di analisi, di interpretazione e di evoluzione.
La prima parte della doppia videoproiezione All That Is Solid Melts into Air è girata in Nigeria, nel delta del fiume Niger, uno dei principali siti mondiali di estrazione del petrolio greggio, in cui è in atto un conflitto violento tra la popolazione locale e le compagnie petrolifere autorizzate dal governo del Paese. L’attività estrattiva non ha infatti prodotto alcuna ricaduta economica sul territorio, contribuendo piuttosto ad impoverire, mediante devastazioni e inquinamento, la fragile economia di autosussistenza degli indigeni. Boulos ha trascorso alcune settimane di convivenza con i membri del Movement for the Emancipation of the Niger Delta, semplici pescatori trasformatisi in guerriglieri per contrastare tale logica di sfruttamento neocoloniale delle risorse del sottosuolo. Il video segue da una prospettiva interna, accompagnandolo, il crescendo parossistico dei riti, delle manifestazioni e del senso di comunità condivisi dai membri del Movement For Emancipation, impegnati a restituire dignità a loro stessi e al proprio Paese. La seconda proiezione dell’opera ha luogo negli spazi della Chicago Mercantile Exchange, la borsa di Chicago, dove vengono negoziati i valori finanziari del petrolio. Girata nei primi giorni della crisi di credito internazionale, durante il collasso della banca americana Bear Sterns, questa parte mette in scena un altro tipo di ritualità, quello della frenesia speculativa degli operatori di Chicago, impegnati a trattare i valore economici del petrolio mediante gli strumenti finanziari dei futures. La doppia prospettiva di All That Is Solid Melts into Air, che prende il titolo da una citazione tratta dal Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx, mostra così il medesimo bene materiale, il petrolio, in due fasi distinte del suo viaggio attraverso il sistema capitalistico globale, dall’estrazione iniziale nelle paludi nigeriane sino alla sua dissoluzione finanziaria negli indici telematici della borsa di Chicago.

Installation view, Mark Boulos, All That Is solid Melts into Air, 2010 Photo: M. Pardatscher

Installation view, Mark Boulos, All That Is solid Melts into Air, 2010 Photo: M. Pardatscher

The Word was God è un’opera concepita in due parti successive che affronta il problema di come rappresentare e tematizzare l’esperienza metafisica del numinoso muovendo dal dato della realtà materiale concreta. Nella prima metà del video Boulos presenta il ritratto di un anziano eremita che vive in una remota regione della Siria, uno dei primi insediamenti delle comunità cristiano-antiche, dove alcune migliaia di persone continuano tutt’oggi a parlare aramaico, la lingua della rivelazione utilizzata da Gesù Cristo. La seconda parte del lavoro è girata dall’artista nella Shiloh Pentecostal Church di Londra, una comunità di cristiani pentecostali di origine africana, dove la preghiera comunitaria assume forme sconcertanti di estasi mistica, in un crescendo di manifestazioni vocali espresse secondo codici linguistici sconosciuti ai preganti stessi e noti solo a Dio. I membri della comunità Pentecostale di Shiloh, spinti oltre sé stessi e oltre i confini della razionalità discorsiva mediante le preghiere “in lingua”, diventano per l’artista metafora e metonimia del rapporto uomo-Dio, rappresentazione del passaggio tra terreno e ultraterreno mediante la forza intuitiva del linguaggio.

Installation view, Mark Boulos, The Word was God, video, 2006 Photo: M. Pardatscher

Installation view, Mark Boulos, The Word was God, video, 2006 Photo: M. Pardatscher

Il problema della rappresentazione del sè, e del rapporto tra autenticità e finzione, è stato analizzato da Boulos in un lavoro successivo, The Origin of the World. In esso, una videocamera posta dietro a un doppio specchio genera un gioco di immagini e rimandi incrociati, in cui il volto dell’artista si riflette nella sua stessa pupilla, ripresa in primo piano dall’inquadratura. Ispirato all’opera di Gustave Courbet, alla cinematografia di Dziga Vertov e al pensiero di Jacques Lacan, The Origin of the World è un sofisticato esperimento attraverso i codici della psicanalisi, della finzione teatrale e dell’inganno narrativo.

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Eventi
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Artists’ talk tra Gianluca e Massimiliano De Serio, Karl Lydén e Luigi Fassi
19 Febbraio 2010

Bakroman – Gianluca e Massimiliano De Serio
19 Febbraio – 10 Aprile 2010

ar/ge kunst Galleria Museo
H 19

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Mostre
Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

BAKROMAN – GIANLUCA E MASSIMILIANO DE SERIO
19 Febbraio - 10 Aprile 2010

A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Bakroman è un’opera video realizzata da Gianluca e Massimiliano De Serio (Torino, 1978, vivono e lavorano a Torino)nel 2010 durante un periodo di soggiorno di alcune settimane a Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso. L’attenzione degli artisti si è rivolta verso la comunità dei ragazzi e delle ragazze di strada della città, i Bakroman, come chiamati in lingua mòoré. Orfani o privi di famiglia, i Bakroman vivono e crescono in condizioni di completa indigenza nelle strade della città, affidati solo a sé stessi e soggetti a violenze, stupri e aggressioni. Posti al fondo del precario sistema sociale del Burkina Faso, i Bakroman non hanno casa, scolarizzazione e lavoro.

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Le loro giornate si alternano in un lungo peregrinare attraverso le strade della capitale alla ricerca di cibo e acqua, di sostentamenti primari sempre minimi, incerti e faticosi. Proprio la difficoltà e il senso di abbandono a cui essi sono consegnati, unitamente ai pericoli cui sono soggetti, ha generato nei più anziani di essi la volontà di costituire un’associazione, l’Ajer – Association des jeunes en situation de rue, finalizzata a creare una forma di ordine nelle loro giornate e una struttura di dialogo e sostegno reciproco tra loro stessi. Tramite un tessuto quotidiano fatto di riunioni, incontri e regole collettive, l’associazione è una forma di pronto soccorso spontaneo, una piattaforma di opportunità e solidarietà reciproca per cercare di arginare la situazione di emergenza permanente data dalla durezza della vita in strada.

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Bakroman, Gianluca & Massimiliano De Serio, 2010 Photo: M. Pardatscher

Esplosa in una molteplicità di proiezioni e schermi, Bakroman è un’opera ibrida e poliedrica, in cui compaiono e si sovrappongono vicendevolmente le immagini della vita dell’associazione e dei gruppi di parola in essa, il flusso dei dialoghi dei ragazzi nelle giornate per strada e frammenti biografici tratti dal loro presente. La mediazione e il filtro obbligato della macchina da presa hanno trasformato il lavoro di avvicinamento degli artisti con i ragazzi di strada in una pratica di osservazione partecipante, che da neutrale si è rivelata confidenziale, sino ad annullare progressivamente la distanza tra loro e i Bakroman. L’opera rifiuta così la dimensione chiusa del documentario tradizionale, il suo carattere di testimonianza da reportage costruito secondo unità narrative codificate e consequenziali. Bakroman è fondata infatti sul tentativo di instaurare un’uguaglianza intima tra i ragazzi di Ouagadougou e gli artisti, mediante una compresenza di entrambi nello spazio temporale e geografico ripreso dalle immagini. Analisi di una comunità di “invisibili” opposta al fallimento dell’ordine sociale esistente, l’opera dei De Serio contribuisce alla ricerca di una dimensione etica del documentario, testimoniando la formazione di un’identità collettiva in divenire, racchiusa nello spazio di un’esperienza diasporica e di resistenza.

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Eventi
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Black Atlantic – Katerina Gregos
28 Gennaio 2010

Black Atlantic
27 Novembre – 30 Gennaio 2010

Un programma di approfondimento della mostra Black Atlantic in collaborazione con la Facoltà di Design e Arti della LIbera Università di Bolzano.

Conferenza
Libera Università di Bolzano
H 19

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Mostre
Nanna Debois Buhl, Donkey Studies #07, C-Print, 90 x 59,5 cm, 2008 Courtesy the artist Nanna Debois Buhl, Donkey Studies #07, C-Print, 90 x 59,5 cm, 2008 Courtesy the artist

BLACK ATLANTIC
27 Novembre - 30 Gennaio 2010

Nanna Debois Buhl, Kiluanji Kia Henda, Maryam Jafri, Hank Willis Thomas
A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Hank Willis Thomas, The Day I Discovered I was Colored, 2009 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Hank Willis Thomas, The Day I Discovered I was Colored, 2009 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

La mostra tematizza la dimensione spaziale dell’ Oceano Atlantico come luogo di incrocio di culture e di popolazioni nel corso degli ultimi tre secoli. Muovendo dalla formulazione di Black Atlantic, così come articolata dal teorico inglese Paul Gilroy, il progetto racconta l’intreccio tra l’identità europea, americana e africana, presentando una selezione di quattro artisti dai tre continenti, il cui lavoro ripercorre eventi storici e memorie legate alla storia del colonialismo e alla sua eredità nelle politiche razziali contemporanee. L’ideologia connessa alla nascita degli Stati nazione europei, l’eredità dello schiavismo negli Stati Uniti e la complessa vicenda postcoloniale nell’Africa contemporanea sono i temi principali affrontati dagli artisti. Voci, ricordi, geografie personali e collettive disegnano il labirintico percorso della mostra, che solleva una riflessione sulla natura della libertà individuale e dell’emancipazione politica nel mondo contemporaneo.

Maryam Jafri, Independence Day 1936-1967, photo installation, 2009 Courtesy the artist

Maryam Jafri, Independence Day 1936-1967, photo installation, 2009 Courtesy the artist

Sullo sfondo rimane l’immagine dell’ Oceano Atlantico, un spazio simbolico e reale di circolarità di culture, di oppressione e libertà, che ha indelebilmente segnato la storia moderna dei continenti che su di esso si affacciano.

Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, Photography triptych print on aluminium, 86 cm x 130 cm, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli

Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, Photography triptych print on aluminium, 86 cm x 130 cm, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli

Kiluanji Kia Henda (*1979 Angola, vive e lavora a Luanda).
L’artista concentra la sua ricerca artistica sul proprio Paese, l’Angola, attraversato a partire dal 1975, anno della conseguita indipendenza dal Portogallo, da una feroce guerra civile che vide contrapposti i due principali movimenti politici del Paese, pilotati rispettivamente dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, che si contendevano in tal modo il controllo geopolitico del Paese e delle sue risorse petrolifere. Governato sino al 1979 da Agostinho Neto, intellettuale marxista, rivoluzionario e poeta, l’Angola si trovò ad essere dagli anni Settanta in poi un paese completamente inerme schiacciato dalle due superpotenze della Guerra Fredda, pagando un prezzo altissimo in termini di vite umane e devastazione del territorio a questa nuova versione della violenza coloniale. Karl Marx, Luanda (2006) è un trittico fotografico che ritrae il relitto di una delle gigantesche navi da pesca sovietiche donate dall’URSS all’Angola. Abbandonate sulle spiagge di Luanda, queste navi sono oggi un lontano regesto degli scambi commerciali e della collaborazione politica in corso tra l’Angola e l’Unione Sovietica nei decenni passati. Violenza ideologica, colonialismo atlantico, Guerra Fredda, marxismo e indipendenza si concentrano emblematicamente in queste immagini di Kiluanji Kia Henda, tese tra passato e presente, vettori di un futuro negato che appare oggi ancora impossibile per l’Angola.

Maryam Jafri (*1972, Karachi, Pakistan; vive e lavora a Copenhagen e NY, US)
Independence Day 1936-1967 è un lavoro composto da una serie di fotografie tratte dalle celebrazioni del primo giorno di indipendenza in una molteplicità di Paesi asiatici e africani, tra cui Indonesia, Ghana, Senegal, Pakistan, Siria, Libano, Kenya, Tanzania, Mozambico e Algeria. Il giorno di indipendenza appare da queste immagini un rituale celebrativo formale, una codificazione di rituali e discorsi diplomatici in sedi pubbliche e spazi privati. Tutto il protocollo ufficiale, dal giuramento del nuovo governo alla firma dei documenti sino alla pompa delle parate e dei saluti, è orchestrato e diretto dal paese coloniale in ritiro. Così i materiali fotografici raccolti dall’artista negli archivi di tutto il mondo, sino a coprire un trentennio di storia del Novecento, sono sorprendentemente simili nonostante le diversità geografiche e storiche, e mostrano il protrarsi del modello coloniale europeo anche nel momento della sua fine ufficiale. Il lavoro è così una testimonianza obliqua e indiretta sulla difficoltà di uscire dalla storia coloniale e al tempo stesso, in sguardo retrospettivo, un sinistro preludio alle tragedie politiche e sociali che hanno devastato la maggior parte di questi Paesi negli anni successivi alla loro indipendenza.

Exhibition view, Hank Willis Thomas, Afro American Express, 2007 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, Hank Willis Thomas, Afro American Express, 2007 Courtesy the artist and Jack Shainman Gallery, New York Photo: M. Pardatscher

Hank Willis Thomas (*1976, Plainfield, NJ; vive e lavora a New York, US)
La storia dello schiavismo attraverso la spazio dell’Atlantico, la memoria del lavoro nero nelle piantagioni americane e la pervasiva eredità della cultura coloniale e razziale nella società contemporanea sono i nodi tematici che l’artista affronta nel suo lavoro. The Curious in Ecstasy The Day (2006) riprende la storia di Saartje Bartman, una giovane donna sudafricana che venne portata come schiava a inizio ottocento in Inghilterra e in Francia per essere esposta come oggetto di curiosità esotica agli occhi del pubblico borghese europeo. Soprannominata la “Venere degli Ottentotti”, il suo aspetto fisico venne ritenuto simbolo di una bellezza primitiva più prossima al mondo animale che a quello umano e incomprensibile allo sguardo europeo. Hank Willis Thomas ha riprodotto una stampa francese dell’epoca, rimuovendo l’immagine di Saartje Bartman osservata da un gruppo di curiosi e sostituendola con quella della Venere di Botticelli, l’ideale canonico europeo di bellezza femminile. In tal modo l’artista sovverte la logica dello sguardo bianco europeo svelando la costruzione razziale di tale ideale. The Day I Discovered I Was Colored (2006) riproduce un’illustrazione americana degli anni Sessanta, dando voce al disagio della scoperta di una identità che viene imposta come diversità e inferiorità razziale. Afro-American Express (2008) riproduce la grafica di tre note carte di credito, sostituendo ai loghi ufficiali le immagini delle navi negriere che portavano gli schiavi dalle coste occidentali dell’Africa alle piantagioni americane. La circolarità immateriale dei beni finanziari controllata dalle banche internazionali viene cosi accostata, con amara ironia, alla circolarità del mercato degli schiavi sulle rotte dell’Oceano Atlantico nei secoli passati.

Nanna Debois Buhl (*1975, Aarhus, Denmark; vive e lavora a New York, US)
Il lavoro dell’artista danese è una complessa indagine sull’eredità coloniale della storia danese. Looking for Donkeys (2008-2009) racconta una settimana spesa dall’artista alla ricerca degli asini sull’isola di St. John nelle Virgin Islands nell’Oceano Atlantico, proprietà del governo danese dal 1718 al 1917, anno di loro cessione al governo degli Stati Uniti. Assieme agli schiavi neri prelevati sulle coste occidentali dell’Africa e trasportati sulle galere nelle Virgin Islands, i danesi all’inizio del ‘700 portarono attraverso l’Atlantico a St. John molti esemplari di asini, da adoperare come animali da fatica per il lavoro nelle piantagioni di zucchero. Finita la stagione coloniale a inizio Novecento, gli asini sono rimasti a St. John, che ne ospita oggi circa quattrocento, proliferati in condizioni completamente libere e selvatiche. Nel video, l’artista racconta il suo incontro con gli asini di St. John, fantasmi del passato coloniale danese, presenze misteriose e sfuggenti, enigmi culturali di una memoria collettiva rimossa e ancora da investigare. Incredible Creature (2009) è un’ulteriore indagine dell’artista sul passato coloniale della Danimarca, su storie di mercanti e missionari danesi che si misero in viaggio sull’Atlantico alla ricerca di terre da colonizzare e ricchezze da sfruttare. L’eco del contributo danese alla storia dello schiavismo atlantico rimane oggi ancora presente nell’architettura del Paese, come nei settecenteschi magazzini portuali di Copenaghen, dove i motivi floreali della tappezzeria dell’epoca sono dati da fiori tipici della flora caraibica.

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Eventi
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Black Atlantic – Hamza Walker & Hank Willis Thomas
15 Gennaio 2010

Black Atlantic
27 Novembre – 30 Gennaio 2010

Un programma di approfondimento della mostra Black Atlantic in collaborazione con la Facoltà di Design e Arti della LIbera Università di Bolzano.

Conferenza
Libera Università di Bolzano
H 19

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Eventi
Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli Kiluanji Kia Henda, Karl Marx, Luanda, 2006 Courtesy the artist and Collezione Raffaella e Stefano Sciarretta, Nomas Foundation, Roma e Galleria Fonti, Napoli

Black Atlantic – Polly Savage & Kiluanji Kia Henda
14 Gennaio 2010

Black Atlantic
27 Novembre – 30 Gennaio 2010

Un programma di approfondimento della mostra Black Atlantic in collaborazione con la Facoltà di Design e Arti della LIbera Università di Bolzano.

Conferenza
Libera Università di Bolzano
H 19

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Mostre
William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

WILLIAM E. JONES
3 Settembre - 31 Ottobre 2009

A cura di Luigi Fassi

William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

William E. Jones, still from Tearoom, 1962/2007, 16mm film transferred to video, colour, silent, 56 minutes Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

Storia culturale della sessualità, ideologie del potere e strategie di controllo sociale sono i centri tematici della prima personale in un’istituzione europea dell’artista americano William E. Jones (1962, Canton, Ohio, USA, vive e lavora a Los Angeles).
L’opera di William E. Jones percorre le pieghe della storia sociale del Novecento indagando vicende cadute in oblio mediante l’uso di materiali visivi e reperti d’archivio. Film pornografici degli anni Sessanta, footage di ispezione giudiziaria e negativi fotografici dismessi, diventano il materiale grezzo sul quale l’artista esercita un’operazione di scavo interpretativo, sino ad attivare una sorprendente rigenerazione semantica di documenti culturali considerati non rilevanti.

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Tearoom (1962/2007), l’opera principale in mostra, è un footage girato nell’estate del 1962 dal dipartimento di polizia di Mansfield in Ohio State, mediante l’ausilio di telecamere nascoste. Il filmato, tecnicamente un objet trouvé ripresentato integralmente dall’artista, mostra lo scambio frenetico di rapporti omosessuali nei bagni pubblici di una piazza della cittadina del midwest americano. Pionieristico esperimento di controllo sociale mediante l’uso della tecnologia, Tearoom racconta le strategie di criminalizzazione dell’omosessualità in America negli anni Sessanta, dipanando una riflessione sull’esercizio repressivo dell’autorità di pari passo ad un ritratto affascinato e nostalgico sulla sessualità omoerotica precedente all’avvento dell’AIDS. Generato con precisi intenti di documentazione ispettiva, Tearoom a quasi cinquant’anni di distanza è un oggetto culturalmente inafferrabile, un’opera carica di mistero nella stratificazione quasi inesauribile dei suoi significati.

William E. Jones, Still from Killed, 2009, Video black&white, silent, 1:44 minute Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

William E. Jones, Still from Killed, 2009, Video black&white, silent, 1:44 minute Courtesy the artist and David Kordansky Gallery, Los Angeles

Altri lavori in mostra, come Killed (2009) e la serie fotografica Sailors, Pan, Orpheus (Francis Benjamin Johnston and F. Holland Day) (2008), entrambi realizzati con immagini tratte dall’archivio della Library of Congress di Washington, testimoniano l’interesse costante dell’artista per il materiale di archivio, maneggiato come un potente detonatore filosofico alla riscoperta di storie, manipolazioni ideologiche, eventi e interpretazioni possibili.

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

Exhibition view, William E. Jones, 2009 Photo: M. Pardatscher

L’opera di William E. Jones è cosi un viaggio attraverso le dimensioni labirintiche della storia contemporanea, esito di uno sguardo impuro ed acuminato, capace di sfidare le immagini più consolidate e tradizionali della modernità.
Testo Luigi Fassi

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Mostre
Exhibition view, Dictation-Eva Kot'àtkovà, 2009 Exhibition view, Dictation-Eva Kot'àtkovà, 2009

EVA KOT’ÁTKOVÁ – DICTATION
30 Maggio - 27 Luglio 2009

A cura di Luigi Fassi

Eva Kot’átková, Walk to school, 2008 Courtesy the artist

Eva Kot’átková, Walk to school, 2008 Courtesy the artist

Articolata come un’investigazione filosofica tra opere recenti e nuove produzioni realizzate per gli spazi dell’ar/ge kunst Galleria Museo, Dictation è la prima personale dell’artista ceca Eva Kot’átková (1982, Praga) in un’istituzione italiana.
In una dialettica tesa tra esperienza e formazione, norma e punizione, Koťátková costruisce modelli performativi di analisi sociale per indagare le forme del senso comune e mostrare la costruzione ideologica di comportamenti e abitudini individuali. In tale strategia parte rilevante è giocata dal corpo stesso dell’artista, che testa sino ai limiti delle possibilità di senso comportamenti e gestualità definite, riorganizzandole secondo coordinate completamente inedite.

Eva Kot’átková, House arrest 1, Table object, 2009 Courtesy the artist

Eva Kot’átková, House arrest 1, Table object, 2009 Courtesy the artist

Uno dei territori privilegiati da Eva Koťátková è quello dell’età infantile e dello spazio educativo della scuola, paradigmi di integrazione e controllo sociale di cui l’artista indaga ritualità e modelli comportamentali sedimentati. In Sit straight with your arms behind your back (2008) semplici strutture in legno sottolineano le posture del corpo assunte dai bambini durante gli orari di lezione, evidenziando le strategie di controllo sociale trasmesse dall’istituzione scolastica. Ancora l’ambiente educativo è al centro di Dictate (2009), un’audio installazione in cui la voce di un insegnante detta in tono imperativo una serie di comandi e istruzioni punitive, proprie dell’atmosfera di controllo preventivamente normata e trasmessa dai docenti ai discenti. L’opera è strutturata in una dimensione performativa, in cui visitatori possono prendere posto ad un tavolo e “subire” le imposizioni di dettatura punitiva. Dictate si caratterizza come un registro aperto e condiviso, un’ archivio cartaceo destinato a crescere nel corso dei giorni della mostra, raccogliendo le prove scritte dei visitatori, invitati a risperimentare una pratica sepolta nella memoria degli anni d’infanzia scolastica. Altre opere, come Drawing Archives (2005-2009) mettono in scena una sorta di archivio dei pensieri e delle fantasie dell’artista, tra ricordi, paure ed esperimenti di analisi sociale.
Registrazione ossessiva di eventi, memorie e meccanismi comunemente accettati, Eva Koťátková smonta pezzo per pezzo le certezza dell’identità individuale e collettiva, esercitando una messa in questione continua di norme e modelli sociali che pone in ultima istanza un’interrogazione radicale sulla natura della libertà e del libero arbitrio.

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Mostre
Exhibition view, Roberto Ago, Senza titolo, 2008 Courtesy  the artist Photo: Ivo Corrà Exhibition view, Roberto Ago, Senza titolo, 2008 Courtesy the artist Photo: Ivo Corrà

A LETTER CONCERNING ENTHUSIASM
21 Marzo - 15 Maggio 2009

Tim Hyde, Andreas Bunte, Johanna Billing, Olga Chernysheva, Roberto Ago
A cura di Luigi Fassi

Exhibition view, Andreas Bunte, Die letzten Tage der Gegenwart, Courtesy Galerie Ben Kaufmann Photo: Ivo Corrà

Exhibition view, Andreas Bunte, Die letzten Tage der Gegenwart, Courtesy Galerie Ben Kaufmann Photo: Ivo Corrà

A Letter Concernign Enthusiasm intende riflettere sulla contradditoria complessità culturale del termine entusiasmo, prendendo come titolo e riferimento iniziale una lettera filosofica del 1707 redatta da Anton Ashley Cooper, conte di Shaftesbury e filosofo illuminista inglese. In risposta ai conflitti religiosi che dilaniavano l’europa in epoca moderna, il pensiero illuminista aveva espresso una condanna radicale di azioni e pensieri motivati da sentimenti di entusiasmo, valutando quest’ultimo come fanatismo e accecamento, come convinzione irrazionale di possedere un rapporto diretto e definitivo con la Verità. Le argomentazioni illuministe si inscrivono in tal senso in un’articolata tradizione occidentale di critica verso l’entusiasmo, la cui risonanza è andata oggi completamente perduta nell’accezione unilateralmente positiva del termine.

Exhibition view, Olga Chernysheva, Alley of Cosmonauts, 2008 Courtesy the artist and Foxy Production, New York, Whitespace Gallery London, Hamel Family Collection, Paris Photo: Ivo Corrà

Exhibition view, Olga Chernysheva, Alley of Cosmonauts, 2008 Courtesy the artist and Foxy Production, New York, Whitespace Gallery London, Hamel Family Collection, Paris Photo: Ivo Corrà

Attualizzando l’argomentazione della lettera di Shaftesbury, A Letter Concerning Enthusiasm intende lasciar riemergere tale dimensione culturalmente negativa dell’entusiasmo, mostrandone l’appplicabilità interpretativa all’interno di eventi cruciali nella storia del XX secolo.
I lavori dei cinque artisti in mostra, la maggior parte dei quali per la prima volta in Italia, portano avanti narrazioni frammentate, rivelando a poco a poco tracce e memorie della dissoluzione novecentesca di progetti dominati da un’idea di entusiasmo come assolutismo e totalità.

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Mostre
Exhibiton view, California Conceptual Art, Tony Labat, Simone, 2009 Photo: Ivo Corrà Exhibiton view, California Conceptual Art, Tony Labat, Simone, 2009 Photo: Ivo Corrà

CALIFORNIA CONCEPTUAL ART
16 Gennaio - 28 Febbraio 2009

Paul Kos, Tony Labat
A cura di Hans Winkler

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà
Ivo Corrà

Influenzati dai rivolgimenti sociali nella California degli anni 60 e attratti dalle filosofie dell’estremo oriente, ma lontani dal mercato d’arte newyorkese, artisti come Paul Kos, Tony Labat, Dennis Oppenheim, Terry Fox, Tom Marioni, ma anche Bruce Nauman nella Bay Area attorno a San Francisco, formarono la California Conceptual Art.

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, 2009 Photo: Ivo Corrà

Grazie a nuove forme artistiche d’espressione, nuovi mezzi mediatici, lavori video, performance e installazioni, per i quali vennero usati non di rado materiali non durevoli (come il ghiaccio o la polvere), compariva in primo piano il concetto e l’idea del lavoro artistico legato al luogo e alla situazione, e non la commercializzazione dell’arte. In tal modo erano soprattutto le opere d’arte effimere e transitorie, con il loro approccio poetico-narrativo, ad ottenere un nuovo significato.

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Paul Kos e Tony Labat, due figure importanti provenienti da San Francisco esporranno, dal 16 gennaio al 28 febbraio 2009, oggetti, installazioni e progetti negli spazi dell’ar/ge kunst Galleria Museo di Bolzano. Appositamente per questa mostra i due artisti hanno creato alcune nuove opere particolari.
Più di una generazione di artisti si è lasciata influenzare sino a oggi dai due artisti, attivi anche come docenti presso il San Francisco Art Institute.

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

Exhibiton view, California Conceptual Art, Paul Kos, 2009 Photo: Ivo Corrà

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Mostre
Mel O’Callaghan, Installation View, Overlines, 2007 Courtesy Schleicher & Lange, Paris. Photo: Ivo Corrà Mel O’Callaghan, Installation View, Overlines, 2007 Courtesy Schleicher & Lange, Paris. Photo: Ivo Corrà

FANTASMATA
8 Novembre - 20 Dicembre 2008

Becky Beasley, Susanne Bürner, Alice Guareschi, Mel O’Callaghan, Niamh O’Malley, Ana Prvacki, Magnus Thierfelder
A cura di Luigi Fassi

Magnus Thierfelder, Installation view, Who here among us still believs in choice, 2007 Courtesy Malmö Konstmuseum and Elastic Gallery, Malmö. Photo: Ivo Corrà

Magnus Thierfelder, Installation view, Who here among us still believs in choice, 2007 Courtesy Malmö Konstmuseum and Elastic Gallery, Malmö. Photo: Ivo Corrà

Fantasmata è una parola chiave del linguaggio filosofico occidentale. Strettamente legato alla riflessione sul ruolo dell’immaginazione e della fantasia, il significato di questo termine ha costituito un complesso problema filosofico, dalle sue origini nella storia del pensiero greco sino alla contemporaneità.
Aristotele nel De Anima definisce l’immaginazione come un luogo medio situato a metà strada tra percezione e pensiero, che rende pertanto possibile la fluida connessione tra i due momenti, rimanendo tuttavia da entrambi distinta. Per Aristotele la facoltà immaginativa o fantasia è capace di generare liberamente fantasmata, immagini create partendo dai ricordi di ciò che si è percepito, dunque dall’esperienza di percezioni sensibili di singoli oggetti ed eventi. Tali fantasmata giocano un ruolo di primaria importanza nello sviluppo del pensiero, in quanto, nella psicologia aristotelica, ogni operazione mentale e concettuale può aver luogo solo a partire da essi. Di conseguenza, così come non possono esserci immagini senza percezione, non possono neanche esserci pensieri senza immagini. I fantasmata sono così un ponte tra percezione e pensiero, ponendosi come il vero motore della conoscenza ma al tempo stesso come enti ambivalenti e sfuggenti, proprio in quanto privi di una identità ontologica precisa. Non hanno infatti la concretezza chiara e limpida della percezione e d’altra parte non partecipano alla natura concettuale del pensiero. Il fantasmata è così un ente ambiguo, diafano e variabile, non più solo sensibile ma non ancora compiutamente intellettuale, capace pertanto di rappresentare esemplarmente la regione del possibile e delle sue evoluzioni.
La mostra intende recuperare sinteticamente la complessità del significato filosofico originario di fantasmata, cogliendone le sfumature e le ambivalenze.
Le opere degli artisti in mostra testimoniano questa natura particolare del fantasmata, suggerendo immagini, ricordi e percezioni, ma senza elaborare compiutamente nessuno degli elementi rappresentati. In questi lavori le immagini diventano un luogo mentale di riflessione, un’approssimazione visiva situata al confine tra il mondo della sensibilità, intesa come percezione, e quello del pensiero e dall’elaborazione concettuale. Viene così sottolineato il ruolo fondamentale dell’immaginazione e del fanstamata nell’arte, mostrando tutta l’attualità e l’importanza che la riflessione filosofica classica ancora ricopre nella definizione delle strutture del pensiero artistico contemporaneo.

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Exhibition view, Elisabeth Weiss, 2008 Exhibition view, Elisabeth Weiss, 2008

TRA-MONTI
13 Settembre - 31 Ottobre 2008

Martina Drechsel, Werner Gasser, Sissa Micheli, Christian Niccoli, Elisabeth Weiss, Letizia Werth
A cura di Sabine Gamper

Anche per questa mostra, la seconda delle due che l’arge kunst organizza alla Galleria Museo di Bolzano durante i 100 giorni di Manifesta7, ci sembrava interessante indagare la peculiare e specifica situazione del nostro paese e dei suoi abitanti, presentando alcune delle più interessanti posizioni artistiche del momento provenienti dalla Regione.
In questa occasione, attraverso le opere esposte, abbiamo scelto di indagare, tematizzare e riflettere il nostro mondo interiore, la nostra psiche, i rapporti interpersonali, la nostra vita quotidiana.
Il titolo della mostra ha un doppio significato che allude da una parte al romanticismo e al senso della perdita nel momento del tramonto, e contemporaneamente anche alla realtà di vita tra i monti, lasciando spazio a una lettura ironica.
Le opere esposte ci guidano attraverso due grandi temi legati alla complessa e precaria questione del nostro mondo interiore: le realtà nascoste dietro le mura della nostra sfera privata e famigliare, e la perdita di sicurezza e orientamento nel momento dell’abbandono del proprio ambiente familiare.

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Exhibition view, Leander Schwazer, 2008 Exhibition view, Leander Schwazer, 2008

ALP-TRAUM
11 Luglio - 30 Agosto 2008

Maria Gamper, Krüger & Pardeller, Sonia Leimer, Philipp Messner, Leander Schwazer, Karl Unterfrauner

Un Progetto nell’ambito della piattaforma “parallelevents to Manifesta7”
La peculiare e specifica situazione dei rispettivi luoghi e dei suoi abitanti sono tradizionalmente al centro dell’attenzione di Manifesta. Seguendo queste linee guida di Manifesta, l’ar/ge kunst Galleria Museo per le due esposizioni che si svolgono durante i 100 giorni di Manifesta, ha deciso di presentare le più interessanti posizioni artistiche provenienti dalla Regione, ponendo seguenti domande: Chi siamo come uomini, come artisti/e, come promotori di cultura in un contesto regionale ed europeo? Cosa determina la nostra identità in un mondo che spinge la regionalizzazione così come la globalizzazione, in un momento storico che già da lungo tempo ha mutato con nuove aspettative il discorso tra centro e periferia?
La prassi artistica interroga, tematizza e riflette il nostro spazio vitale, sia interno (della psiche, interpersonale, quotidiano ecc.) che esterno (ambiente, cultura, costruito ecc.); lo mette in questione e lo riconcepisce sempre nuovamente. Si tratta, qui, di uno sguardo dietro le facciate, per rendere visibile le trasformazioni, i passaggi, le connessioni e i processi formali. Le separazioni, le rotture, le distanze, sono positive e importanti in quanto nuances. Le prossimità e le lontananze sono più importanti rispetto a posizioni e definizioni rigide.
Lungo una ricerca del proprio e dell’altro, in questa mostra intitolata „alp-traum“ vengono mostrate diverse posizioni artistiche che si occupano di parametri esterni, spaziali e costruttivi. In questo ambito viene posta la domanda intorno alle forme e alle strutture che definiscono il nostro ambiente costruito, culturale, naturale.

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Exhibition view, Flora, 2008 Exhibition view, Flora, 2008

FLORA
9 Maggio - 28 Giugno 2008

Line Bergseth, Daniela Deinhard, Ettore Favini, Regula Dettwiler, Carla Mattii, Klaus Mosettig, Paolo Piscitelli, Ene-Liis Semper, Luzia Simons
A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Flora, 2008

Exhibition view, Flora, 2008

A causa delle possibilità della riproduzione tecnica, la Natura, nel secolo scorso, è completamente cambiata per l’uomo. Allo stesso modo è cambiata profondamente la situazione stessa dell’uomo nella Natura, essendo anch’egli Natura, e dunque sono mutati anche il rapporto e la reciprocità tra loro. La Natura, come elemento essenziale della nostra cultura europea, è stata, per decenni, svalutata oppure rivalutata culturalmente. Al giorno d’oggi, stiamo combattendo su un piano globale per la tutela della Natura che, nel frattempo, è profondamente minacciata. Le piante, specialmente nella fioritura, sono emblema e allegoria della bellezza, ma al contempo della vulnerabilità. Attraverso esempi di opere d’arte contemporanea di artisti/e che, nel loro lavoro, si occupano sostanzialmente di fiori e piante, questa mostra cerca di portare il nostro sguardo su queste tematiche.
L’esposizione „Flora“ mostra posizioni e approcci al tema che, da un lato, hanno alla base la ricerca scientifica sul mondo floreale, mentre da un altro lato, non esitano a mettere in primo piano l’estetica e la bellezza delle piante nella loro forza poetica. Sulla scorta delle opere esposte, la Galleria Museo si trasformerà in un artistico giardino edenico, che tenta di far immergere i visitatori nella particolare estetica e nella sensuale presenza del mondo floreale. Lungo questa via, si cercherà di invitare ad una riflessione sul nostro rapporto con la natura e sul nostro modo di trattarla. Le tematiche sono la dicotomia tra naturalezza e artificialità, tra divenire e svanire, tra bellezza e caducità, tra sensualità e osservazione scientifica, temi che determinano la nostra realtà in quanto esseri viventi e che possono essere oggetto di riflessione attraverso l’osservazione del manifestarsi della Natura.

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Exhibition view,  Elisabeth Baumgartner, 2008 Exhibition view, Elisabeth Baumgartner, 2008

ELISABETH BAUMGARTNER – UP-DATE
4 Aprile - 26 Aprile 2008

A cura di Sabine Gamper

Exhibition view,  Elisabeth Baumgartner, 2008

Exhibition view, Elisabeth Baumgartner, 2008

A tre anni dalla scomparsa di Elisabeth Baumgartner, il Curatorium per i Beni Tecnici Culturali in collaborazione con la ar/ge kunst Galleria Museo Bolzano organizza una mostra che illustra la ricca e variegata attività di questa esponente del mondo culturale sudtirolese sia sul piano giornalistico sia ricordando il personaggio Elisabeth Baumgartner come pittrice.
La mostra ospita infatti quadri, installazioni audio-video, fotografie, testi oltre a una pubblicazione a cura del Curatorium per i Beni Tecnici Culturali appositamente realizzata della casa Editrice Raetia che ne documenta la poliedrica attivitá. Viene anche presentato per la prima volta al pubblico un progetto nato sviluppando un´idea della stessa Elisabeth Baumgartner: un catalogo online (www.mediathek.bz.it) che raccoglie e organizza materiale e documentazioni audiovisive relativo alla storia piú recente,

Exhibition view,  Elisabeth Baumgartner, 2008

Exhibition view, Elisabeth Baumgartner, 2008

Elisabeth Baumgartner è stata tra l´altro socia fondatrice di ar/ge kunst Galleria Museo partecipando sin dall’inizio all’elaborazione dei programmi con quella singolare apertura verso il nuovo, l´invenzione, l´aggiornamento che ha caratterizzato tutta la sua attività culturale. Il suo contributo infatti, travalicando le singole iniziative artistiche, era sempre anche testimonianza di un atteggiamento e di uno stile di vita.
La sua forza motivante si incentrava sulla capacità di creare connessioni, di mettere in relazione tanto le persone tra loro, quanto le persone con le diverse tematiche. Durante la sua attività giornalistica e culturale ha raccolto una grande quantità di notizie, documentazioni, interviste, materiali che oggi costituiscono ancora una preziosa fonte dalla quale attingere per sviluppare ulteriori riflessioni e che rispecchiano la sua curiosità attenta e sensibile nell’esplorazione dell’identità culturale dell’ambiente che ci circonda.
Negli ultimi anni si è sentita particolarmente coinvolta nelle tematiche affrontate dal Curatorio per i Beni Tecnici Culturali, argomenti politicamente e storicamente delicati della storia contemporanea che richiedono una elaborazione per essere nuovamente radicati nella coscienza pubblica.

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Exhibiton view, Abstract of syn, 2008 Exhibiton view, Abstract of syn, 2008

ABSTRACTS OF SYN
19 Gennaio - 8 Marzo 2008

Marius Watz, @c (Pedro Tudela, Miguel Carvalhais), G.R.A.M. (Martin Behr, Günther Holler-Schuster), LIA , Rashim (Gina Hell, Yasmina Haddad), Remi (Renate Oblak, Michael Pinter), TAMTAM (Sam Auinger, Hannes Strobel), N.I.C.J.O.B. (Nicolas Jasmin) , Siegrun Appelt, Rosa Barba, Martin Brandlmayr, Xoper Davidson, HÜseyin Evirgen, Tina Frank, KARØ Goldt, Florian Hecker, Dariusz Kowalski, Siegrun Appelt, Gerold Tagwerker, Axel Stockburger, Schreiber Bernhard Lang, Pfaffen Pichler, Dietmar Offenhuber, Karina Nimmerfall, Christopher Musgrave, Jan Robert Leegte, Andrés Ramirez, Martin Siewert, Annja Krautgasser, Stefan Németh, Ga-Viria, Tomas Eller, Jan St. Werner
A cura di Sandro Droschl

Exhibiton view, Abstract of syn, 2008

Exhibiton view, Abstract of syn, 2008

Nell’ambito dell’arte sperimentale intermediale contemporanea la connessione sinestetica tra audio e video diventa sempre più notevole. La Galleria Museo di Bolzano presenta in collaborazione con il “Medienturm” Graz una nuova generazione di artisti che in questo contesto sono riusciti a conquistare una crescente fama internazionale.

Exhibiton view, Abstract of syn, 2008

Exhibiton view, Abstract of syn, 2008

Nelle opere scelte vi è possibile rilevare una riflessione con un concetto di produzione astratto-concettuale. Tendenzialmente una precisa visualizzazione si imbatte in un sound raffinato, per poi comprimersi in complesse audiovisioni.

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Exhibition view, StadtRäume-spazi urbani, 2007 Exhibition view, StadtRäume-spazi urbani, 2007

STADTRÄUME – SPAZI URBANI
9 Novembre - 29 Dicembre 2007

A2 architetti, AllesWirdGut Architektur ZT GmbH, ARTEC Architekten, ASP Landschaftsarchitekten AG, Uwe Bacher, BKK-3 Architekten, Beth Gali, Stanislao Fierro, Frötscher Lichtenwagner Architekten, Hager Landschaftsarchitektur AG, Karin Standler, Technisches Büro für Landschaftsplanung, Kuhn Truninger Landschaftsarchitekten, MADE associati, Officina del paesaggio, Raderschall Landschaftsarchitekten AG, Meilen Rotzler Krebs Partner GmbH, Uli Weger, Johannes Wiesflecker Architekt, Albert Willeit, Winter & Weberle

Exhibition view, StadtRäume-spazi urbani, 2007

Exhibition view, StadtRäume-spazi urbani, 2007

Solo dove la cultura urbana, il senso dell’urbanità e della collettività, della relazione è forte, la città nasce intorno allo spazio pubblico, e non viceversa. Gli spazi pubblici sono frequentati da categorie sociali omogenee che li frequentano in sequenze temporali precise, anziani, mamme con bambini, gruppi di giovani, stranieri, turisti …..
La città è un organismo sociale.
Essa è come un tessuto organico, dove ogni singolo filo/elemento (quartiere, isolato, edificio, piazza, strada, parco, giardino) è legato ad una trama che lo relaziona agli elementi vicini. In questa trama ordinata /disordinata ogni elemento partecipa alla coerenza/incoerenza del tutto.
Mixitè, integrazione, amalgama, relazione, interazione sono espressioni di vitalità e crescita che non si possono negare creando gabbie dorate o ghetti. La crescita di Bolzano contemporanea ha privilegiato la soddisfazione del fabbisogno abitativo, senza porre attenzione agli spazi di relazione. A Bolzano solo la città razionalista e quella gotica hanno prodotto degli spazi pubblici degni di questo nome. Miopi scelte politiche hanno però favorito la crescita di una città microcefala, dove tutto il corpo ruota intorno ad un piccolo centro in cui sono concentrate le attività più rappresentative. La preesistenza di attività di commercio al dettaglio storicamente consolidate, il monopolio delle offerte culturali, la collocazione di quasi tutte le maggiori sedi dell’amministrazione, uniti alla pedonalizzazione di un’unica area della città hanno sfavorito lo sviluppo di tutte le altre zone, in cui non si è parimenti investito.
Lo spazio pubblico funziona se circondato da poli di attrazione, siano essi di svago, di divertimento, di intrattenimento, di scambio, di incontro. Concentrarli in un luogo costringe a fenomeni di pendolarismo da parte della popolazione di altri quartieri. Questa popolazione migrante si sente a volte penalizzata ed estranea ad una realtà di cui è solo consumatrice, senza sentirla propria. Con questa mostra, che riprende la storica collaborazione tra la Galleria Museo e la Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Bolzano, le due istituzioni vorrebbero risvegliare l’interesse del cittadino sul suo spazio pubblico. Il progetto Bzoom_in, realizzato dagli stessi architetti nell’ambito dell’iniziativa “Time_Code”, promosso dal Comune di Bolzano, ha consentito attraverso 16 colonne rosse posizionate nello spazio pubblico della cittá di rivolgere uno sguardo mirato, di concentrarsi brevemente e focalizzare la nostra attenzione sullo spazio urbano in cui ci muoviamo e in cui viviamo.
La mostra StadtRäume / Spazi urbani completa l’itinerario di Bzoom-in riassumendo per immagini la poliedricità della città di Bolzano, e offrendo inoltre una panoramica di proposte sia regionali che anche europee che intendono lo spazio pubblico secondo una sensibilità diversa. Un tempo in città ed ora solo nei paesi, il centro di aggregazione, di incontro è lo spazio su cui affaccia la chiesa, il locale pubblico, la locanda, il bar, o il negozio al dettaglio.
A questo uso tradizionale dello spazio pubblico di relazione, si sostituisce quello contemporaneo.
Lo spazio pubblico è fagocitato dal centro commerciale, la piazza si apre all’interno del luogo di consumo.
Per i gruppi giovanili la gradinata di una scuola, l’angolo di una strada, un muretto rappresentano l’essenza stessa della vita urbana, il luogo di aggregazione. La fontana vuota viene utilizzata come pista da skateboard. Le funzioni tradizionali vengono negate per proporne altre.
I giovani si appropriano dello spazio urbano lasciando il loro segno. I graffiti, gli atti vandalici sono un modo per marcare il territorio, per tracciarlo come spazio occupato da una certa comunità.
Gli spazi della città divengono portatori di molteplici linguaggi, possono essere letti e interpretati con nuovi strumenti, divenire paesaggio urbano. Uno spazio pubblico non si può imporre. Esso si realizza da se, perché una comunità lo elegge a luogo di incontro. Esso può essere anche uno spazio dinamico, legato al nomadismo di certi gruppi sociali. Non sempre è lo spazio che realizza un luogo pubblico di aggregazione. L’amministrazione comunale dovrebbe sapere riconoscere questi spazi e dotarli di quelle attrezzature che possono ulteriormente valorizzarli, renderne il carattere più spiccato e riconoscibile da una comunità più ampia. Se riusciamo a riconoscere che la città è un organismo vivente, che essa non può essere rappresentata solo dalla cartolina illustrata del centro storico, a cui sfugge tutta la città contemporanea. Dobbiamo poter illustrare nuove cartoline. Allora alle poche immagini storiche e un po’ retrò, per non dire imbalsamate, dei luoghi simbolici della città si potranno accostare le immagini in cui riconoscere informazioni sulla città contemporanea e su come essa viene vissuta.
…. su come essa viene vissuta ….
Riconosciamo che la città non è solo immagine, fatta di architetture, di vuoti e sacrificata al traffico, ma una complessa struttura spaziale intessuta di relazioni.
Ci siamo dimenticati che lo spazio pubblico può e deve essere la proiezione del nostro spazio privato, di quello che le nostre mura domestiche non possono colmare? Che una piazza può essere l’estensione all’aperto del nostro salotto di casa, in cui possiamo trovarci, stare comodamente seduti indisturbati, che un parco pubblico può e deve essere il giardino personale di chi ne è sprovvisto, che uno stagno balneabile, la spiaggia di un fiume possono essere le vere piscine pubbliche, quanto una fontana ben progettata in cui i bambini possono giocare e bagnarsi? Siamo abituati a ragionare in questi termini?

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L’ARTE DI INVECCHIARE
6 Settembre - 27 Ottobre 2007

Marina Ballo Charmet, Marcell Esterhazy, Isa Genzken, Elisabeth Hölzl, Melanie Manchot, Aernout Mik, David Zink Yi, Louise Bourgeois, Marrie Bot, John Coplans, Anton Corbijn, Ines Doujak, Herlinde Koelbl, Vera Lehndorff, Maria Lassnig, Nicolas Nixon
A cura di Sabine Gamper Karin Pernegger

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L’arte di invecchiare é una mostra divisa in due parti, che é stata concepita come progetto di collaborazione tra la Galleria Museo di Bolzano (I) e la Galleria Civica di Schwaz (A). Le due mostre saranno allestite tra l’inizio di settembre e la fine dell’ottobre 2007 nelle due sale espositive, e si differenziano per i motivi di interesse prescelti. La mostra di Bolzano si concentra sulla percezione del problema nella famiglia e nella società, mentre a Schwaz invece siamo di fronte ad un approccio riflessivo e autopercettivo: la propria identità, il corpo e la sua sessualità sono al centro dell’attenzione. Di fronte all’invecchiamento della società e alle sfide connesse emerge chiaramente l’esigenza di creare nuove immagini per essere all’altezza dei temi dell’anzianità. Nell’ambito della mostra saranno presentati dei ritratti impressionanti sul processo di invecchiamento, sulla nostalgia e la memoria, sul mito della giovinezza e sull’impressione che i familiari più giovani hanno dei loro genitori e nonni.
Le due mostre cercano di proporre un’immagine positiva della vecchiaia, tenendo conto dei suoi punti di forza e dei problemi ad essa connessi, ed escludono, dunque, un’equiparazione dell’anzianità alla malattia e alla morte, che nonostante la loro inevitabilità, non dipendono dall’età.
Uno sguardo privato sulla presenza di persone anziane nelle nostre famiglie lo offre l’artista ungherese Marcell Esterhazy nel video „v.n.p. v.2.0.” (2005), nel quale inquadra con la propria videocamera il nonno per tutta la durata di una cena in famiglia.
Un’impietosa analisi dei modelli di comportamento, ormai vecchi di una vita, è svolta da Aernout Mik nel video „Kitchen“ (1997) dove mostra una lite tra tre uomini anziani. Il ruolo dell’attaccante e dell’aggredito cambiano continuamente – come in passato accadeva nel cortile della scuola – e con questa messa in scena si rende evidente chi già da bambino era un perdente e chi un vincente. Nel video „Elocution“ (1996) l’artista inglese Imogen Stidworthy tratta il rapporto di forze tra un padre e la sua figlia, riflettendo i ruoli tra genitori e figli, padre e figlia, insegnante e studentessa e uomo-donna.
La fotografa Melanie Manchot presenta ritratti della madre, che non solo documentano la loro relazione intima, ma nei quali la pelle diventa superficie di proiezione per l’avanzare del tempo.

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Elisabeth Hölzl realizza con “Souvenir” 2007 un’installazione di oggetti quotidiani e fotografie che rappresentano per gli anziani di un centro di lungodegenti la vita precedente al di fuori di esso, mentre nel toccante video „frammenti di una notte“ (2005) di Marina Ballo Charmet viene documentata una notte in un reparto geriatrico di un ospedale a Modena. Il rapporto fra malattia, vecchiaia e istituzione viene rappresentato nei termini del sonno come momento di abbandono in un tempo sospeso, al margine fra coscienza e incoscienza, scandito dai ritmi dei turni ospedalieri e dai gesti rituali e affettivi della cura.

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Il lavoro di Daniela Chinellato consiste nella scritta “coltempo” (2007) tracciata con argilla fresca su muro, che fa riferimento a “la vecchia” di Giorgione, e va a toccare senza riguardo un terrore ben nascosto in un angolino: il tempo che passa.
Nella sua serie di fotografie intitolate „Roma 395-6“ (2006), David Zink Yi ha fotografato la nonna italiana che – emigrata in Sudamerica – colleziona figurine di porcellana e centrini ad uncinetto quali ricordi della lontana Europa. Conosciamo tantissime immagini che mostrano come dovrebbe apparire la vecchiaia ma ne abbiamo pochissime che ne riflettono la realtà. Questa mostra cerca, in proposito, di fornire un positivo impulso a tal riguardo. Non è un caso che in essa la bellezza di un corpo maturo stia in primo piano.

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Exhibiton view, Jeanne Faust, 2007 Exhibiton view, Jeanne Faust, 2007

JEANNE FAUST – DI CIÒ CHE HO VISTO NON PARLO
7 Giugno - 26 Luglio 2007

Jeanne Faust
A cura di Astrid Wege

Exhibiton view, Jeanne Faust, 2007

Exhibiton view, Jeanne Faust, 2007

Di ciò che ho visto non parlo così Jeanne Faust ha scelto di intitolare la propria mostra alla Galleria Museo di Bolzano attirando l’attenzione sul motivo centrale della sua produzione artistica: il rapporto tra parola e immagine. Momenti legati all’immaginazione, proiezioni e sentimenti collegati alla percezione e alla spiegazione di immagini hanno un ruolo fondamentale nei film e nelle serie fotografiche di Jeanne Faust. Anche il gruppo di opere della sua produzione più recente, che vengono esposte per la prima volta in questa ampiezza in una mostra personale, affrontano tali tematiche. Esse rimandano a immagini dei media, che tentano di restituire in immagini significative eventi importanti e che analoghi li trasformano in segni stereotipati, ripetendo motivi identici o simili. Jeanne Faust prende tali immagini come spunti per personali rimaneggiamenti con le forbici che vengono poi nuovamente fotografati. I lavori subiscono quindi vari passaggi di rielaborazione e interpretazione mediale che rendono impossibile un ritorno alle condizioni originarie. Tuttavia rimane una sensazione di disagio, nonostante (o forse proprio perché) le opere abbiamo una bellezza intrinseca quasi terribile, come ad esempio nel caso dell’immagine di una strada addobbata a festa per una parata dove nulla lascia supporre che qui prima fosse scoppiato un incendio. Jeanne Faust è affascinata dalla forza seduttiva delle belle superfici, e allo stesso tempo ne diffida profondamente. Analogamente mette in scena nel proprio film IV la discrepanza tra ricerca verbale sulle immagini e la loro descrizione. Nel film si vede una giovane donna che, saggiando le parole, offre due differenti descrizioni della stessa immagine – o, meglio, dello stesso fotogramma tratto da un film di vampiri. Come il titolo della mostra ironicamente lascia intendere, qualche volta è bene “non dire più niente”, ma il linguaggio visivo di Jeanne Faust è estremamente espressivo. Jeanne Faust è nata nel 1968 a Wiesbaden e vive ad Amburgo. Ha preso parte a numerose mostre e nel 2007 si è piazzata tra i primi quattro finalisti del premio per la giovane arte della Galleria Nazionale di Berlino Hamburger Bahnhof. “Di ciò che ho visto non parlo” è la prima personale di Jeanne Faust in Italia.

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Philipp Messner Philipp Messner

LA PRODUZIONE DELLA COSTRUZIONE
30 Marzo - 25 Maggio 2007

Philipp Messner
A cura di Sabine Gamper

Philipp Messner

Philipp Messner

Philipp Messner (nato a Bolzano nel 1975, vive e lavora a Monaco) in occasione della sua mostra alla Galleria Museo ha realizzato una scultura di grande formato, capace di riempire l’intero spazio. Tale scultura è composta da numerosi elementi singoli e a seconda delle situazioni spaziali può essere assemblata dall’artista in una costruzione dotata di un peculiare carattere architettonico. I singoli corpi sono formati da un insieme di alluminio e materiale sintetico, che offre da un lato una copertura liscia come uno specchio, grazie alla quale le superfici interne della scultura si riflettono in se stesse, ottenendo così un effetto caleidoscopico.

Philipp Messner

Philipp Messner

All’osservatore si offre così un cangiante gioco di riflessi e raddoppiamenti che ne catturano costantemente l’occhio e lo mettono continuamente alla prova. I lavori di Messner sono concettuali, tematizzano la funzione della forma e della superficie e, grazie alla loro dimensione spaziale, includono la presenza fisica e corporea dell’osservatore. Gli oggetti di Messner si caratterizzano per un’elaborazione estremamente esatta e precisa delle superfici piatte, che sono assai sensibili; sono composti per lo più da materiali industriali che vengono assemblati secondo metodi industriali. Questi lavori fungono da specchi, che l’artista ci pone davanti agli occhi con lo scopo di dirigere verso noi stessi lo sguardo rivolto all’opera.

Philipp Messner

Philipp Messner

Da un punto di vista formale, Philipp Messner si richiama, con questa scultura, ad alcuni suoi lavori precedenti, nei quali si era confrontato con bandiere, ovvero con le forme simbolizzate di queste ultime – come è avvenuto per esempio nell’opera “Arsenale”, un’installazione presentata nel 2006 nel Kunstpavillon di Innsbruck, oppure nella performance “flash back”, presentata per la prima volta a Trento nell’ambito del Festival della Performance, nel 2006, oppure, ancora, nel film “Flash-Flag” (35 mm, 15’’, 2006), una pellicola nella quale le bandiere degli stati membri dell’ONU vengono riprodotte in bianco e nero vengono mostrate una dopo l’altra in una rapidissima successione, cosicché all’occhio non resta più tempo per percepire separatamente i singoli simboli. Questo film e il suo secondo film per cinema, “CYMK” (2006) verranno proiettati al Filmclub di Bolzano durante l’intera durata della mostra. Nella sua metodologia artistica Philipp Messner riduce, decostruisce, assembla, disloca e raccoglie. Cancella ciò che risulta inessenziale, riduce al minimo le forme visuali, seziona l’intero fino alle sue componenti infinitesime, e ricompone le varie parti in un intero virtuale, con lo scopo di creare un oggetto artistico che funge da campo di manovra all’interno del quale condurre un esperimento del tutto peculiare: un esperimento che consiste nel mettere alla prova la percezione dell’osservatore in relazione alla finzione della superficie. Partendo da simboli religiosi o politici e dalle loro proporzioni, Philipp Messner ha sviluppato per la sua costruzione nella Galleria Museo degli elementi singoli che fungono da corpi cavi e assumono forme geometriche come la stella, la mezzaluna, la croce, il rettangolo (nel caso delle superfici della bandiera). Grazie al passaggio da corpi cavi e superfici di collegamento, la percezione dell’osservatore oscilla tra la bidimensionalità e la tridimensionalità, il che permette di interrogare il senso dell’autenticità, della realtà e dell’immagine. Per ciò che concerne la strutturazione delle superfici, oppure la materialità, o il linguaggio delle forme, gli oggetti rimandano all’estetica della Minimal Art o a quella del costruttivismo. L’intenzione di Messner tuttavia non è quella di ricondurre la forma ai suoi inizi e di ripulirla da ogni contenuto superfluo, come tentavano di fare gli artisti nel periodo tra le due guerre o nell’immediato dopoguerra. Messner opera delle riduzioni per mettere a fuoco, nel modo più preciso possibile, la propria interrogazione del rapporto che lega forma e percezione. Nel lavoro artistico di Philipp Messner il tema centrale è la messa in questione della percezione umana, nello specifico viene interrogato l’insieme delle nostre aspettative nei confronti di ciò che vediamo. Si tratta di immagini e della loro funzione quali momenti fondatori dell’identità. Se Philipp Messner si confronta con forme simboliche o bandiere, non lo fa perché intende prendere una posizione politica, bensì perché la bandiera costituisce un esempio assai peculiare di visualizzazione di contenuti simbolici – e dunque è un esempio paradigmatico di un significato che dona forma a un simbolo dotato di un valore fondante. A cominciare dalle bandiere e andando avanti fino al linguaggio formale dell’architettura, o al design delle automobili o degli indumenti: tutto ciò, in quanto costituisce un insieme di artefatti, definisce il nostro spazio reale, e al tempo stesso produce degli “spazi psichici” latori di significati, i quali sono strettamente intrecciati al nostro modo di stare al mondo. Ogni percezione visiva crea nella nostra testa connessioni virtuali, si ancora al deposito mnestico che contiene le informazioni visive da noi immagazzinate, e nel contempo chiama in causa le nostre emozioni connesse a tali informazioni. In questo contesto si pone anche la domanda sul senso dell’appartenenza e della norma. Con il suo progetto “Casa in Val Gardena” (2003) Messner segue per l’appunto tale traccia, nel momento in cui mette in mostra la rappresentazione fittizia di una casa monofamiliare della Val Gardena, interrogando così il rapporto tra realtà e apparenza, ovvero l’apparizione del reale. Per Messner non è in questione l’oggetto in sé, piuttosto sono in questione l’oggetto in quanto latore di significati, il suo contesto, e la domanda circa il punto di osservazione, ovvero lo sguardo dell’osservatore. Alla luce dei suoi lavori Messner decostruisce le presunte verità, con lo scopo di svelare il “costrutto” della realtà. Con i suoi interventi ci sfida a mettere alla prova, a passare in rassegna, a riordinare la nostra percezione della realtà e il suo funzionamento, e in tal modo ci sfida a esaminare attentamente le nostre facoltà conoscitive e percettive. Le forme di Messner sono in tal senso dei ponti, dei luoghi d’incontro tra ciò che siamo e ciò che vediamo – ed è nello spazio intermedio tra i due che si gioca la costruzione dell’identità.

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Exhibition view, Ophelia's World,  Asta Gröting, 2007 Exhibition view, Ophelia's World, Asta Gröting, 2007

OPHELIA’S WORLD
13 Gennaio - 10 Marzo 2007

3 Hamburger Frauen (D), Asta Gröting (D), Una Hunderi (NO), Irini Karayannopoulou (GR), Margot Quan Knight (USA), Zoë Mendelson (GB), Marzia Migliora (I)
A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Ophelia's World, Margot Quan Knight, 2007

Exhibition view, Ophelia’s World, Margot Quan Knight, 2007

Con l’esposizione “Ophelia’s world” proseguiamo il progetto iniziato nel 2004 con la collettiva “Innocence & Violence” [innocenza & violenza], progetto finalizzato alla promozione dell’attività artistica di donne il cui interesse é orientato verso tematiche specificamente femminili.
Al centro dell’esposizione è Ofelia, la protagonista del dramma di William Shakespeare “Amleto” (1602), figura che nella nostra società è divenuta un simbolo per quanto concerne il tema della bellezza e della follia, della natura e della morte. Nella Francia Ottocentesca la suicida Ofelia ha ispirato innumerevoli opere artistiche. La venerazione per lei raggiungeva una cifra tale che le donne si vestivano secondo la sua moda e fissavano tra i capelli ghirlande di fiori. Successivamente Ofelia è divenuta oggetto d’arte in quanto trait d’union tra la natura e l’uom, un ponte che mette in relazione la donna con le qualità che l’uomo civilizzato riconosce alla natura: da un lato, assolutamente buona, pura e indifesa, dall’altro, pericolosa, caotica e seducente.
D’altro canto la connessione tra la donna e l’elemento acquatico è ricorrente tanto nella musica, nell’arte e nella letteratura, quanto in odierne rivisitazioni nei film, nei fumetti, nella pubblicità.
Un legame che oggigiorno, con l’affermarsi delle mode del wellness e del turismo ecologico, riacquista nuova forza. Ma in che cosa consiste l’incredibile fascino che su di noi esercitano le ofelie, le ninfe e le sirene?
Il legame invisibile tra Acqua e Donna è da riportarsi soprattutto al concetto di vita.
Acqua, natura e femminilità rappresentano la forza creatrice e la capacità di trasmettere la vita, la maternità, l’ Eros e la sessualità, ma anche il potere sopra la vita e la morte. Questo simbolismo abbraccia tanto l’energia creatrice quanto quella distruttrice, una forza -fecondatrice ed al tempo stesso minacciosa- che deve essere riportata alla sfera del simbolico perché diventi davvero creativa. La donna avvenente deve essere simbolicamente immolata, affinché possa essere goduta senza pericolo quale oggetto d’Arte. Ofelia è la femmina morta irrigidita in opera d’arte, è una seduttrice che adesso non rappresenta più una minaccia e la cui straordinaria bellezza e il cui potere ora non sono più inquietanti ma affascinano.

Exhibition view, Ophelia's World, Zoë Mendelson, 2007

Exhibition view, Ophelia’s World, Zoë Mendelson, 2007

Con questa mostra si cerca di invertire la rimozione di queste minacciose forze femminili e di presentare uno studio attorno alla figura artistica di Ofelia, sulla base di un approccio ad ampio ventaglio fondato su opere di giovani artiste contemporanee.
Scopo di questa rassegna è indagare la rilevanza delle tematiche sociali sviluppate attorno alla figura di Ofelia per una concezione contemporanea della donna.
Poiché quest’amalgama tra femminilità, acqua, natura e sensualitá viene trattato da artisti di sesso femminile, la rimozione di ció che è estraneo non ha piú luogo, in quanto le artiste non si confrontano con “l’altro” ma con il sé stesso, molto spesso con il proprio corpo.
Oggi, peró, questo non accade piú con un doloroso conflitto che talvolta induce persino ad intaccare il proprio corpo, come facevano le artiste della generazione degli anni ’70 (ad esempio Gina Pane), ma piuttosto con una sorprendente consapevolezza di sé, con raffinate critiche alle ovvietà culturali e con un rilevante potenziale di autoironia.
3 Hamburger Frauen (D)
Ergül Cengiz (* 1975 a Moosburg a.d. Isar, vive ad Amburgo), Henrieke Ribbe (*1979 a Hannover, vive a Oslo e Berlino) e Kathrin Wolf (*1974 a Ruit, vive ad Amburgo)
Pittura murale, “Memento”, 2007, ca. 500 x 350 cm
Appositamente per la rassegna „Ophelia’s World“ il collettivo 3 Hamburger Frauen – Ergül Cengiz, Henrieke Ribbe und Kathrin Wolf – realizza una pittura murale. Sebbene ciascuna delle tre artiste elabori un proprio specifico soggetto inerente al tema della mostra, questi vengono poi ricombinati in un opera complessiva attraverso un vitale ed audace mix di tecniche. Le 3 Hamburger Frauen affrontano diversi luoghi comuni riguardo al ruolo della donna, che esse riprendono con un approccio critico ed altamente ironico in quanto esse stesse si propongono nel ruolo delle comparse di turno. Come in una seconda pelle, esse assumono la parte di molteplici figure femminili. Piante, animali ed acqua sono in questo contesto gli elementi di fondo che servono all’esplorazione e alla comprensione dei suddetti cliché. Tre donne che sono consapevoli dei molteplici aspetti e dello sviluppo storico dell’attuale concezione di femminilità, e che pertanto propongono in modo volutamente provocatorio numerosi stereotipi.
Asta Gröting (D)
* 1961 a Herford, distretto Bielefeld. Dal 1995 vive e lavora a Berlino e Monaco di Baviera.
„Die Schwimmerin“ [la nuotatrice], 1997, con Marlen Thamm, Formato 35 mm trasmesso a DVD (colore, suono), 7’45”
Una donna corre sotto la superficie dell’acqua. È a testa in giú mentre i suoi piedi calcano la superficie sopra di lei. Il suo corpo esegue movimenti fluidi, rispettando peró una coreografia preordinata. Asta Gröting indaga, in quest’opera, il movimento del corpo umano nell’acqua, la quale, per la sua assenza di forma, puó essere equiparata al chaos ed alla materia primordiale.
Attraverso questa libertà della successione dei movimenti della nuotatrice e nella sua vitale espressività, impulsi interiori vengono tradotti in gestualitá. Lo scambio degli elementi acqua ed aria ed il capovolgimento sopra-sotto angosciano ed affascinano nello stesso momento l’osservatore. La nuotatrice ci attrae in una regione tra controllo ed abisso.
Una Hunderi (NO)
* 1971 in Norvegia, vive e lavora a Oslo
4 Fotografie dalla serie „Domestic Landscapes“[Paesaggi domestici], 104 x 130 cm, Foto, 2002
L’artista norvegese Una Hunderi riprende, con le sue fotografie, strategie tradizionali di ricerca d’immagini, tratte dalla sua cultura di provenienza, che individuano la natura come fonte di bellezza e benessere. Su questa linea, Hunderi ricorre senza timore a soggetti legati ad un convenzionale concetto di “bellezza”, quali la natura idilliaca, piante fiorite, animali tipici della tradizione romantica, giovani donne.
In seguito l’artista estranea i contenuti delle sue fotografie con raffinate esaltazioni cromatiche, ovvero con l’impiego di rotture e pause, ottenute per mezzo di tecniche di montaggio normalmente impiegate nella cinematografia. In tal modo Una Hunderi realizza luoghi immaginari che, nella loro ambivalenza, da un lato sono debitori di un ideale romantico di natura, mentre dall’altro racchiudono elementi quasi impercettibili d´inquietudine. Con un maneggio virtuoso di cromie e giochi di luce, l’artista riesce di indurre nell’osservatore stati d’animo ed associazioni che al contempo conferiscono alle immagini un notevole potenziale narrativo.
Irini Karayannopoulou (GR)
* in Tessaglia, Grecia, vive e lavora ad Atene
„My Room“ [La mia stanza], 2006, Video, durata 3’06″
L’artista greca Irini Karayannopoulou realizza disegni che talvolta monta in videoanimazioni. Nella sua opera XXX si confronta con il proprio alter ego, che essa rappresenta dapprima sotto forma di giovane ed esile ballerina, e poi invece come rockettaro adolescente dall’acconciatura aggressiva. Si tratta di raffigurazioni di soggetti umani che sfuggono alle leggi di gravità e la cui esistenza sembra appartenere ad una natura onnipresente. Le figure partecipano ad una storia immaginaria sull’esempio delle favole antiche, con teatri di rappresentazione grotteschi ed una natura ancora primitiva, selvaggia e lussureggiante il cui prosperare e la cui vitalità sono al centro degli eventi. La storia si sviluppa secondo canoni immaginari e fantasmagorici, in cui piante, animali e figure umane si muovono e si trasformano come in assenza di una qualsiasi preassegnata legge fisica o regola civile. In un’ininterrotta metamorfosi, ogni quadro si trasmuta nel successivo, mentre selvagge e lussureggianti archittetture originano da mondi vegetali.
Rappresentazione, questa, della genuina e primitiva e necessaria forza creatrice della natura che ci circonda.
Margot Quan Knight (USA)
* 1977 a Seattle (USA), vive e lavora a San Francisco e Seattle
„Dock“ (Procreation), 2005, Stampa lambda montata su alluminio, Trittico, 2 Elementi á 70 x 50 cm, 1 Elemento: 70 x 100 cm, Ed. 7
L’artista americana Margot Quan Knight, nella sua sequenza fotografica “Procreation”, si confronta con il tema della procreazione artificiale. Servendosi di set fotografici opportunamente recitati, vengono composte fotografie fittizie che, anche grazie all’impiego congiunto di tecniche digitali, sembrano superare in realtà persino il mondo reale. Mutuando dalle composizioni formali della pittura basso medievale (in particolare le rappresentazioni d’altare del maestro olandese Hugo van der Goes), Quan Knight dischiude su un ampio ventaglio di tematiche collegate alla creazione di nuova vita nel contesto della tradizione Cristiana. Simili a dee, delle donne propagano, dalle profondità di un lago, delle sfere fecondate con l’impiego di embrioni, mentre due angeli dai tratti femminei controllano la catena del DNA, le cui stringhe ricordano qui il fregolo di rana. L’ambigua connessione tra l’elemento organico dell’acqua e la donna quale creatrice artificiale produce nell’osservatore un disorientamento nella sua catena di associazioni.
Zoë Mendelson (GB)
* 1976 a Londra (GB), vive e lavora a Londra
“Water Creeper”, 2006, Collage (pagine estratte da un libro di scienze naturali, matita, incorniciate), 30 x 40 cm
„Lockings“, 2006, Collage (pagine estratte da un libro di scienze naturali, matita, incorniciate), 30 x 40 cm
Zoe Mendelson presenta due collage nei quali compone testi e foto di recupero con i propri disegni, al fine di condurre una ricerca aldilà dell’ovvio. Essa combina contenuti apparentemente estranei l’uno all’altro (i capelli di Winston Churchill bambino, donne senza veli in posture erotiche, immagini di piante estratte da libri di testo o da trattati scientifici) e sperimenta con inconsuete catene d’associazioni ed intuitivi collegamenti mentali.
Ne risulta una favolosa varietà di significati, che dischiude un intero universo di tematiche relative all’immaginario collettivo femminile ed ai luoghi comuni legati al mondo delle donne.
I contenuti grafici della Mendelson sviluppano il tema dell’erotico femminile. Essa propone i suoi soggetti in vari contesti teatrali, tutti collocati in un mondo sovrabbondante di piante ed animali. In tal modo riesce a smascherare i canoni classici di un romanticismo idealizzato, portando alla luce le inerenti ossessioni e desideri segreti, e proiettando cosí all’esterno il nostro inconscio collettivo.
Marzia Migliora (I)
* 1972 a Alessandria (Italia), vive e lavora a Torino (I).
Ortiche / Nettles, 2001, Video, DVD, suono/colore, 2’46”, Proiezione Video.
Il volto di una donna emerge e riscompare, al ritmo del suo respiro, da una vasca da bagno colma di latte e foglie d’ortica. Sullo sfondo si percepisce il motivo di una ninna nanna ed il pianto di un bimbo. La donna ha gli occhi chiusi, il suo corpo sembra addormentato. Il ritmo ipnotico della successione dei fotogrammi che, nell’ininterrotto ripetersi del video, si ripropone all’infinito, riprende la struttura ricorrente della ninna nanna, che rievoca la pace del sonno. Il contesto rappresentativo e sonoro comunica tuttavia un messaggio ambiguo perché, nell’ambito di questo scenario d’intimità, induce al tempo stesso l’eventualità del rilassamento come anche quella del pericolo. La vasca da bagno quale luogo di benessere contrasta qui con la presenza delle foglie urticanti. In questo caso l´estraneazione dalla realtà comporta al tempo stesso il rischio di un incubo, a causa del quale la condizione di un completo rilassamento ed abbandono viene inibita.
„Lei“, 2005, 40 x 10 cm, Cottone bianco, Vetro plexi, 40 x 10 x 8 cm
La seconda opera dell’artista, “Lei”, è una bambola di stoffa realizzata con del cotone bianco, che Migliora stessa ha cucito di propria mano. „Lei” giace distesa sul fianco sotto una vetrina, con il suo pancione da gravidanza ed il suo seno particolarmente prosperoso. Si tratta di qualcosa di piú che una semplice bambola: essa è la rappresentazione della femminilità, similmente alle figure delle dee dell’antichità, il cui grembo e le cui pudenda venivano volutamente accentuate al fine di rappresentare la grande forza creatrice della fertilità femminile. „Lei” simboleggia il materno, la vulnerabile “persona”, in contrasto con il perfetto “corpo” senza vita dell’avvenente Ofelia.

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Exhibition view, Sigi Hofer, 2006 Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

I’M JUST A GIRL WHO SAYS WHAT SHE FEELS
11 Novembre - 23 Dicembre 2006

Siggi Hofer
A cura di Veit Loers

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Proseguendo con la serie di esposizioni di giovani artisti sudtirolesi iniziata da qualche anno, AR/GE KUNST – Galleria Museo presenta ora una mostra personale dell’artista Siggi Hofer, nato nel 1970 a Brunico e residente a Vienna.
Partendo dal titolo della mostra, tratto da una canzonetta degli anni ottanta, poi adattata in inglese dall’artista, Siggi Hofer elabora per gli spazi della Galleria Museo un’esposizione complessa e ben strutturata. La personale raccoglie diverse opere dell’autore suddivise in parti, come ad esempio una serie di acquarelli di grande e piccolo formato, un plastico di un castello, un video, vari articoli di giornali oltre ad un paio di gambe di un cavallo in legno che sporgono dal soffitto.
Sviluppandosi nel quadro di una concezione complessiva le singole opere dell’artista si condizionano a vicenda, come se si creassero una dall’altra, e l’insieme delle loro contrapposizioni crea quel filo rosso che conduce l’osservatore verso il tema principale dell’esposizione, “un eccesso di realtà“. Tema questo, che manifesta già la posizione opposta al titolo della mostra.

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Come immagine per l’invito all’esposizione Siggi Hofer sceglie un ritaglio di un giornale, nel quale viene riportato un evento reale e riferito alla sua stessa vita (che in tal modo diventa pubblicamente rilevante grazie all’artista). Si tratta della distruzione del suo appartamento viennese dopo un’esplosione di gas. Nelle sue note per l’esposizione Siggi Hofer collega questo evento in modo discorsivo con la distruzione del World Trade Center a New York nel 2001. All’epoca Susan Sontag, riferendosi alla cronaca televisiva dei fatti del 9/11, si espresse testualmente: Mai come ora l’America è stata così lontana dalla realtà come in questo momento, nel quale un eccesso di realtà è entrato come una furia su di noi.
La parola „Übermaß“ [eccesso] spicca in grandi lettere sopra il plastico di un castello medioevale, costruzione questa che insieme a quelle attigue e di ispirazione contemporanea, è stata progettata e realizzata dettagliatamente dallo stesso artista (e con ciò passiamo dal piano letterale a quello spaziale – un esercizio, questo, che per Siggi Hofer produce significato). I suoi oggetti e disegni mettono in discussione i nostri concetti convenzionali di spazio e di ordine, nonché la qualità dei sistemi di progettazione dell’uomo. Allo stesso tempo viene posta la domanda sulla consistenza e sulla misura di realtà.

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Il privato e il pubblico, l’idillio e l’improvvisa distruzione si contrappongono, si incontrano, cambiano i segni. La consueta identificazione, da un lato, del privato con l’idilliaco e con il pacifico e, d’altro lato, l’identificazione del mondo esterno con la distruzione e il pericolo, viene minata da Siggi Hofer in modo critico e ironizzante. Acquarelli „belli“ e di piccolo formato raffigurano cavalli al galoppo, baite di montagna oppure autoritratti intimi dell’artista nel suo appartamento – ma un giorno l’idillio brucia, l’appartamento dell’artista esplode, e l’umanità si trova davanti ad una minaccia letale.
Nei suoi disegni di grande formato (larghi circa tre metri), raffiguranti vedute di città o di paesaggi con una prospettiva a volo d’uccello, Siggi Hofer, attraverso una quasi ossessiva meticolosità nell’ elaborare i dettagli, celebra un presunto controllo su avvenimenti così caotici. Insediamenti abitativi e industriali, autostrade, ponti e fiumi sono disposti in modo reticolare e si estendono sopra paesaggi frastigliati. Elementi costruttivi, questi, di un’architettura utopica. Il potere e il controllo vengono esercitati mediante un ordine rigido predisposto dall’artista. Un ordine che viene, però, continuamente interrotto in diversi punti, in modo tale da condurre a un disorientamento finale.

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

Exhibition view, Sigi Hofer, 2006

I blocchi di testo inseriti nella struttura architettonica, come „Der Schrei“ [il grido], „Licht“ [luce] oppure „Übermaß“ [eccesso] – che all’interno dell’immagine sono difficilmente ricostruibili nel loro significato – assumono la funzione di rottura di composizioni e di contenuti, elevando il filone narrativo su un altro piano, su un piano parallelo e al di là delle linee abituali di interpretazione di immagine–contenuto–testo. I messaggi di Siggi Hofer diventano accessibili solamente nella combinazione dei differenti „codici“,e quindi le sue opere esposte vanno lette in modo trasversale.
La bambina piccola vorrebbe solamente raccontare quello che sente, ma causa un disastro: il suo amato cavallo si spaventa, si solleva pericolosamente mostrando i suoi zoccoli… come osservatori, ci salveremo?
(Sabine Gamper)

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Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006 Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

SALI SULLE MONTAGNE, TI DICO, E MANGIA DELLE FRAGOLE
16 Settembre - 18 Ottobre 2006

Monica Bonvicini, Sam Durant, Thomas Eggerer, Matthias Herrmann, Cameron Jamie, Justine Kurland, Kalin Lindena, Hans Schabus, Lois & Franziska Weinberger
A cura di Eva Maria Stadler Thomas Trummer

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

Sali sulle montagne, ti dico, e mangia fragole.
Sigmund Freud scrisse questa frase nel 1873, a diciasette anni, in una lettera al suo compagno di scuola Eduard Silberstein.
La montagna sta per luogo selvaggio, deserto, mondo non civilizzato al di là della complessità urbana, laddove l’Io può trovare se stesso. Sigmund Freud consiglia al suo amico di disimpegnarsi dalle richieste della vita quotidiana, dai rapporti interpersonali. Ancor prima di sviluppare la sua psicologia dell’arte, percepisce il mondo non civilizzato e distante dall’intrigante complessità urbana come possibilità dell’autocoscienza.

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

La mostra nella Galleria Museo a Bolzano, allestita in occasione del 150esimo compleanno di Sigmund Freud e in collaborzaione con il Fotohof Salzburg, intende affrontare il modello della sublimazione come forza pulsionale per l’espressione artistica e in tal modo, trattare i problemi della sostituzione, della proiezione e dell’immaginazione in rapporto all’arte contemporanea.
Il consiglio del giovane Freud di cercare sia l’ascesi che il piacere è il punto di partenza per la scelta di posizioni internazionali dell’arte contemporanea. Le opere artistiche, in parte commissionate per questa mostra, tematizzano le imponderabilità, i desideri e i conflitti, come motivi per una vita che inventa delle immagini per ritrovarsi nell’immaginario. La fragola, simbolo nel medioevo del sangue versato di Cristo e dei martiri, viene percepita oggi diversamente. Essa significa piacere cosmico, ebrezza e desiderio erotico. Ed è altresí alla sensualità ciò a cui si riferisce il consiglio di Freud, raccomandando allo stesso tempo raccoglimento e piacere.

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

Exhibiton view, go climb the mountains, I tell you, and eat strawberries, 2006

Il piacere nel gustare fragole in montagna dovrebbe aiutare a superare le delusioni – oppure rappresenta quelle forze che si tratta di ritrovare – in quanto sostituto della rinuncia individuale (erotica). Più tardi Freud attribuirà all’arte il ruolo assegnato alla fragola in quella sua lettera giovanile. Nella sua teoria sull’arte Freud vede l’arte come sintomo dei desideri insoddisfatti dell’artista. Secondo Freud, infatti, l’artista elaborerebbe e risolverebbe i suoi conflitti essendo spinto proprio da quelle forze che in altri uomini sortiscono delle nevrosi. Ma tra l’essere artista e l’essere nevrotico, secondo Freud, la strada non è lontana: “Incalzato da fortissimi bisogni pulsionali, vorrebbe conquistare onore, potenza, ricchezza, gloria e amore da parte delle donne e però gli mancano i mezzi per raggiungere queste soddisfazioni.“ Di conseguenza l’arte diviene una specie di soddisfacimento delle pulsioni, ma in modo tale che l’artista trasforma il lato lascivo dei suoi desideri adattandolo alle norme dell’estetica. L’idea di Freud della sublimazione delle idee ha ispirato molti artisti e artiste del 20esimo secolo, in particolare coloro che intendono integrare nell’arte i processi onirici e pulsionali. Allo stesso tempo però molti ne sono rimasti anche delusi, come per esempio Breton, che si era aspettato molto dall’incontro con Freud e che realizzò in seguito di stare di fronte a un medico che concepisce l’arte come acchetamento, ovvero come un’atto di sosituzione.
Monica Bonvicini e Sam Durant nella loro opera „Cage“, elaborata insieme, trattano il rapporto tra architettura, lingua e corpo. Attraverso una serie di disegni intendono confrontarsi con il processo della creazione artistica. Quali sono le motivazioni per „l’attività creativa“ ? Si tratta di un processo discorsivo all’interno di un campo culturale specifico, di una intuizione divina, di una immaginazione geniale o della sublimazione di desideri e bisogni soggettivi? L’architettura come interfaccia tra il mondo esterno e quello interno, tra spazio naturale e spazio culturale serve da velina per il dibattito sulla prassi artistica. Thomas Eggerer lavora con dei Collage di fotografie tripartiti serigraficamente in serie. Importante per lui sono l’affiancarsi e il sovrapporsi di diverse profondità spaziali, ovvero la possibilità di piazzare delle figure umane in diversi contesti sociali, mettendo in tal modo in questione il ruolo dell’individuo in relazione al gruppo. Storici documenti fotografici costituiscono il fondamento per nuove formulazioni, nei quali Thomas Eggerer fa ingranare racconti provenienti da contesti diversi. Matthias Herrmann inserisce il proprio corpo sia per decifrare che per costruire immagini corporee. Nella sua serie toscana interroga la relazione tra paesaggio e corpo, mettendosi in scena in differenti pose e costumi. Pratiche codificate sessualmente si sovrappongono a indicazioni socioculturali e iconografiche. Si scioglie, qui, la coppia antagonista cultura e natura – come la definiva Freud – a favore di un margine di azione ed uno spazio figurale per inscrizioni corporee. Cresciuto a San Fernando Valley in California, Cameron Jamie si confronta con opposti mondi subculturali e rituali regni d’ombra. Egli è in cerca del mitico e del magico, filmando giovani mentre stanno combattendo a „wrestling“, oppure striscando lui stesso travestito da vampiro per la notte. Ma anche Halloween o i rituali del Krampus nella Val Gasteiner trovano il suo interesse. Così nel suo film „Kranky Klaus“ egli fa vedere bambini chiassosi e mostri nella neve. Spensierato oblio del mondo, legami d’amicizia, idillio al di là della civiltà. Le immagini dell’artista americana Justine Kurland risvegliano visioni di intimità tra giovani. Kurland unisce nelle sue fotografie nudità, indipendenza e avventura, così come è stata incisa nella soria dell’arte attraverso l’immagine dei bagnanti, ma rispecchia anche gli sbarcati, visioni romantiche sui figli dei fiori e sul vigoroso genere di boscaioli. Per sviluppare i suoi racconti, Kalin Lindena si serve di tecniche come l’acquarello, il collage o l’assemblage. Titoli di canzoni, storie d’amore, emozioni e disposizioni personali – ecco l’amalgama di percezione soggettiva e collettiva a cui si interessa Kalin Lindena.
Ponendo l’accento su degli effetti specifici ottenuti con determinati materiali come la velina, glitter, il tessuto oppure gli acquarelli, sta puntando all’elaborazione di tracce del generale nel soggettivo e viceversa, del soggettivo nel generale. Le sue vedute soggettive di paesaggi sono al contempo immagini di suggestione generale e viceversa. „I monti e le fragole“, questo é il titolo dato da Hans Schabus all’ opera scelta per la presente esposizione. Una specie di montagna – calcolata e misurata elettronicamente con grande impegno – sporge dalla cornice di un quadro appoggiato ad una parete, sembrando un rilievo. La roccia nasce da una struttura architettonica. O forse la sta schiacciando? L’ infinità di spigoli, di creste, di angoli e superfici inclinate sembra portare verso una confusione illimitata di forme, costruite e ricomposte poi puntigliosamente a mo’ di uno Stealth Bomber usato nella guerra del Golfo. Costruito in quel modo specifico il Bomber resta invisibile sugli schermi Radar. Hans Schabus abbozza nei suoi disegni, nei modelli, nelle sculture e nelle istallazioni situazioni di grande angoscia. Non c’è traccia del grande sentimento liberatorio, sublime o addirittura cosmico che si espande, quando si sale su una montagna, come si espresse Romain Rolland, un amico di Sigmund Freud. Piuttosto si avverte l’immenso peso delle masse rocciose che premono sul individuo. Piante che vengono poco considerate, che si innestano nella periferia, nella boscaglia, in terreni aridi, formano l’attenzione della coppia di artisti Lois & Franziska Weinberger. Le cosiddette piante da ruderi, che se la cavano in condizioni di vita minime, sono per loro rappresentanti della socializzazione umana. Anche la fragola, che da parte di Freud viene interpretata come frutto e seduzione, in fondo è una di quelle piante „minori“, pazienti. Ciò che accomuna molte delle opere esposte è la messa in questione della prassi artistica nel rapporto con lo spazio naturale. Sigmund Freud non considerava affatto la natura una mera controparte della cultura, bensí considerava anche il ‚ritirarsi nella natura’, la ‚solitudine voluta’, come una „tutela contro la sofferenza“, un modo per ‚sottrarsi al dispiacere’. Gli artisti di questa mostra concepiscono la natura come fattore culturale e sociale, con ciò intendono la forza immaginaria che essa è in grado di suscitare come un piano di proiezione di grandi racconti. (Thomas Trummer e Eva Maria Stadler)

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Beat Streuli, Con Sens, 2006 Beat Streuli, Con Sens, 2006

CON SENS
26 Maggio - 5 Luglio 2006

Elodie Carré, Pascal Sémur, Dominique Petitgand, Peter Senoner, Rudolf Stingel , Franz West, Beat Streuli, Akio Suzuki

Exhibiton view, Con Sens, 2006

Exhibiton view, Con Sens, 2006

L’esposizione con-sens esalta l´importanza dei cinque sensi nella misura in cui sono il mezzo essenziale di apprendimento di ciò che ci circonda. Sembra un luogo comune, ma l´uomo occidentale ha istituito in qualche modo una distanza tra sé e il proprio corpo e ciò lo mette anche a distanza dal mondo e dagli altri. Eppure siamo soggetti pensanti e in misura eguale soggetti senzienti. Infatti, le due cose vanno insieme.
Insomma, è questo il mondo dove ci incontriamo, e non conta se giungiamo a questo incontro pieni di curiosità o meno. Senza gli altri non esistiamo. Il titolo con-sens evoca anche il concetto della pluralità che secondo la filosofa Hannah Arendt costituisce la legge incommensurabile del mondo.
L’idea sta dunque nell’esaltare l’esperienza dei cinque sensi attraverso le opere d’arte, le quali costituiscono, ognuna per sé, dei momenti di incontro.

Akio Suzuki, Con Sens, 2006

Akio Suzuki, Con Sens, 2006

L’obiettivo è inoltre quello di inserire nel contesto urbano le opere degli otto artisti qui presenti, affinché diventino parte della città e di ciò che la costituisce (quindi uno spazio-tempo abitato, fatto di costruzioni visibili e connessioni invisibili, di ricordi e progetti). Ma il nesso, per le opere presentate, non sta nel diventare oggetti autonomi o, al contrario, nel dissolversi nella struttura urbana; piuttosto sono qui presenti per partecipare a ciò che succede, per contribuire a loro volta e con la loro capacità di domandare, per mettere in gioco a loro modo le convenzioni e le aspettative.
Il loro modo di presentarsi, basato sull’ esperienza dei sensi e dell’attivazione di ciò che c’è, sarà interattiva, in modo da consentire una reale partecipazione da parte dei visitatori e degli abitanti, che diverranno così più che semplici spettatori. Le opere inviteranno gli spettatori ad ascoltare, ad ascoltare altri ma anche loro stessi; ad entrare in dialogo, a palpare, a bere, a sentire e a vedere, a muoversi attraverso la città in tutte le direzioni e con tutti i sensi, lungo entrambe le rive del fiume, nei quartieri tedeschi e italiani; a fermarsi e prendersi il proprio tempo. Si formeranno delle connessioni tra opere e luoghi e, forse, tra individui che precedentemente non si conoscevano o non si rivolgevano la parola. Tali connessioni evocheranno ad ogni persona presente un nuovo modo di pensare il Da-sein, che sarà costituito da parole e sensazioni, da passeggiate e discussioni che si evolveranno entro le quattro dimensioni: dalla memoria corporea alle strutture urbane, dalla madrelingua all’orizzonte delle montagne.

Franz West, Rudolf Stingel, Con Sens, 2006

Franz West, Rudolf Stingel, Con Sens, 2006

Ma come faranno le opere artistiche – essendo poste in contrapposizione al paesaggio e all’ambiente cittadino– a generare un’attiva presenza all’interno del tessuto urbano e del suo incessante movimento? Non possiamo in ogni caso restare indifferenti di fronte all’arte che si materializza nelle opere e si manifesta nelle azioni, dal momento che almeno una volta e in qualche luogo abbiamo avuto tutti l’esperienza di ritrovarci stravolti nel profondo da un’opera artistica. Quando il modo di respirare si modifica, forse anche il centro di gravità in relazione al modo di misurare la dimensione dei nostri gesti e delle nostre parole si trasforma. È difficile spiegare la metamorfosi che ci travolge in quel momento, benché l’evento abbia avuto luogo ed inciderà, forse, nel modo in cui definiamo il nostro rapporto con il mondo e con coloro che ci circondano. Se questo evento ha luogo al di fuori del museo, ovvero al di fuori del mondo-museo, nel cuore della città, allora la sua risonanza è potenzialmente di carattere pubblico al punto da andare oltre la dimensione personale dell’incontro. A questo livello di articolazione l’attiva presenza dell’arte viene sentita e percepita.

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Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006 Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

YVES NETZHAMMER
24 Marzo - 14 Maggio 2006

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

Nella sua prima personale in Italia l’artista multimediale svizzero Yves Netzhammer, nato nel 1970 a Schaffhausen, trasforma gli spazi della Galleria Museo in un universo di immagini misteriose e poetiche con disegni a parete e proiezioni di animazioni al computer.
Il punto di partenza dei lavori di Yves Netzhammer sono disegni elaborati al computer che l’artista combina per creare trame curiose che quali prototipi riflettono il mondo in cui viviamo. Sono immagini enigmatiche, cifrate in grado di generare nella mente di ogni singolo osservatore nuovi nessi logici.
Il protagonista dei filmati di Netzhammer è un manichino asessuato senza volto, una figura artificiale e tecnoide che svolge contemporaneamente il ruolo di rappresentazione ideale dell’uomo e di superficie di proiezione per le nostre fantasie.

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

Nelle sue narrazioni Netzhammer crea degli episodi in cui affronta il tema delle connessioni e delle trasformazioni che intercorrono tra il mondo umano, il mondo degli oggetti e il mondo animale e vegetale. Attraverso tagli narrativi e ottici, interdipendenze e ramificazioni vengono ordinate in successione sequenze di immagini che tematizzano la contiguità tra mondo florido e catastrofi incombenti.
La tematica filosofica e psicologica del confine tra io e l’altro, tra realtà interiore ed esteriore viene tradotta dall’artista in immagini che ricordano le Metamorfosi di Ovidio. I temi principali con i quali l’artista si confronta sono i quesiti fondamentali sulla vita, la malattia, l’amore, la sessualità e la morte.
Dato che Netzhammer non eccede mai nei suoi lavori con effetti teatrali, l’osservatore è posto in condizione di avvicinarsi alle sue storie sottilmente persuasive con la massima disponibilità e permeabilità.

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

Exhibiton view, Yves Netzhammer, 2006

I procedimenti di reperimento delle immagini di Netzhammer ricordano le simulazioni visive nel campo delle scienze naturali impiegate per rendere visibili processi invisibili (ad es. le rappresentazioni astratte di virus in forma di sfere rosse). Gli intrecci di Netzhammer assomigliano a queste disposizioni sperimentali. I fatti narrati ricordano situazioni e contesti reali della vita quotidiana, ma non si possono spiegare secondo le regole della logica. Netzhammer traccia invece delle linee di collegamento subconscie, le sue immagini evocano pensieri e connessioni nella mente dell’osservatore, suscitano emozioni.
Naturale ed artificiale si approssimano, finzione e realtà si compenetrano. L’assenza di tempo, luogo e coordinate di riferimento confonde i confini stabili in un processo nel quale i significati si spostano costantemente.
Il linguaggio visivo di Netzhammer crea paesaggi mentali che nella loro distanza e freddezza si avvicinano in modo ancora più preciso, emozionale e sofferto al nostro mondo.

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Doris Piwonka, 2006 Doris Piwonka, 2006

CONCETTI DI PITTURA
14 Gennaio - 15 Marzo 2006

Lecia Dole-Recio, Will Fowler, Doris Piwonka
A cura di Martin Prinzhorn

Doris Piwonka Doris Piwonka, 2006

Doris Piwonka
Doris Piwonka, 2006

Una caratteristica che contraddistingue il discorso pittorico dalla fine dell’epoca moderna fino al presente, è che il medium pittorico viene considerato come alternativa alle pratiche artistiche ed ai “nuovi media”, ormai non più così nuovi.
Ma alla fin fine una visione simile è accompagnata sempre da un atteggiamento reazionario perché implica un retrocedere ad uno scenario in cui la pittura assume un ruolo fisso e indiscusso, vale a dire ad una apparente essenza dell’arte. Proprio nella situazione contemporanea, il medium pittorico viene spesso celebrato acriticamente e inserito in tradizioni che nel peggiore dei casi risultano politicamente problematiche e nel migliore, insignificanti per il presente. Un confronto esplicito con la crisi della pittura moderna si è avuto grazie ad una tradizione alternativa che dagli anni ´60 e ´70 del secolo scorso ha utilizzato la crisi stessa per mettere in questione il quadro ponendolo di fronte a progetti artistici alternativi quali l’arte concettuale, la minimal art, l’installazione, in modo da condurre effettivamente a nuovi risultati e nuove problematizzazioni.
Il confronto con la solo apparente immaterialità dell’immagine operata da Frank Stella, è qui unicamente uno tra i molti esempi, così come le più recenti ricerche di testo e immagine di Christopher Wool oppure le domande intorno al problema dell’oggettualità dopo l’immagine monocromatica poste da Albert Oehlen. In tali discorsi l’immagine si dissolve spesso in sé stessa, diviene parte dello spazio e con ciò installazione. È lungo lo stretto crinale tra oggetto autonomo e dissoluzione spaziale che si forma la tensione in questa pittura.

Will Fowler, 2006

Will Fowler, 2006

Gli artisti presentati nell’esposizione sono da considerare da un lato in questa tradizione, ma al contempo l’espressione di una nuova giovane generazione in grado di portare avanti il confronto. Lecia Dole-Recio e Will Fowler hanno entrambi compiuto il loro percorso di studi all’Art center college of Design di Pasadena, dove ciascuno specifico miscuglio californiano di arte concettuale, scultura e installazione è parte integrante del corso di formazione artistica che rende impossibile un rapporto distaccato con la pittura. I lavori di Fowler sono fortemente determinati da momenti sculturali e installativi: mentre nei primi lavori egli ha costruito spesso scultura tratte dall’immagine, dissolvendo in tal modo interamente i confini verso lo spazio, nei nuovi quadri questi effetti vengono prodotti attraverso stratificazioni che spesso generano contrasti in sé stessi tramite elementi formali che oltrepassano i margini del quadro. Nonostante la poderosità delle cornici cuneiformi non vediamo mai davanti a noi oggetti autonomi con una superficie ma sempre anche sentieri che conducono nel quadro e fuori di esso. Nell’opera di Lecia Dole-Recio troviamo contraddizioni di altro tipo: la leggerezza del materiale- carta e nastro adesivo- potrebbe indicare una dissoluzione dell’oggetto figurativo, se non fosse per quello profondità e complessità che nasce da un sistema complesso di disposizioni del materiale e della coloritura. Opacità e permeabilità non sono nelle opere in contrapposizione, bensì oscillano davanti ai nostri occhi. Non si formano neppure collages, come potrebbe suggerire il materiale. Le cose vengono sempre nuovamente riunite in un tutto; il tema è la composizione e i suoi confini. La terza artista dell’esposizione, l’austriaca Doris Pivonka, ha studiato all’Accademia d’arte di Vienna ed ha poco a che fare con la locale pittura fortemente espressiva e orientata al materiale. Nei suoi lavori si tratta nella maggior parte dei casi di costruire o anche semplicemente di cogliere in un setting molto ridotto delle rotture della tranquillità superficiale, rotture che, come prima detto, conducono oltre il quadro indicando qualcosa di esterno. Nelle opere presentate nell’esposizione tale riduzione viene apparentemente abbandonata, ma ad un ulteriore sguardo le varie figure colorate si addensano nuovamente in una sovrapposizione spaziale che porta, in modo paragonabile benché molto diverso, fuori dal quadro, così come accade nelle due altre posizioni. Il concetto di questa esposizione non è quello di strumentalizzare la pittura a nuovi indirizzi artistici, bensì di documentare la contingenza di uno sviluppo che pone il medium pittorico nell’ambito di altri mezzi e sviluppi e che ciò nonostante continua a svilupparsi in modo indipendente.

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Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006 Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

SET – MARTINA STECKHOLZER
16 Settembre - 30 Ottobre 2005

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

Dopo il Diploma all’Accademia di Vienna nel 2003 l’artist Altoatesina Martina Steckholzer ha iniziato una carriera eccellente come pittrice. Nello stesso anno del Diploma riceve il premio „Würdigungspreis“ del Ministero Austriaco, nel 2004 il primo premio di „planquadrat“ a Bolzano. Le mostre personali più importanti degli ultimi anni sono nella Galerie 5020 a Salisburgo nel 2001, al Salzburger Kunstverein e da Meyer Kainer a Vienna (2004). La Galleria Museo è molto lieta di presentare con Martina Steckholzer un nuovo talento giovane della nostra Provincia.

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

La pittura concettuale di Martina Steckholzer documenta gli spazi dell’arte figurativa contemporanea in cui ha luogo la mediazione artistico-culturale (sale espositive, musei, gallerie, studi televisivi). Punto di partenza di Martina Steckholzer sono le riprese di questi spazi artistici. Singoli momenti, quindi, fungono da modello per le sue opere. Martina Steckholzer dipinge calchi in ombra, luci riflesse, superfici a specchio, accenni e dettagli di ambienti, dando origine a una temporalizzazione, a una fuggevolezza dell’immagine, attraverso cui gli spazi si perdono nei loro contorni. Superfici e linee di fuga a colori o in bianco e nero, fenditure prospettiche sui soffitti o sui pavimenti attraversano i suoi quadri. Martina Steckholzer si muove sulla linea di confine che separa l’astrazione geometrica dalla rappresentazione figurativa, inducendoci verso un punto di vista totalmente nuovo, al cui centro sono posti gli elementi più banali e insignificanti.

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

Exhibiton view, Martina Steckholzer, 2006

Martina Steckholzer è prudente nel concetto dell’individuazione dell’immagine, mentre i livelli di significato dei suoi temi solo molteplici. Tracce di spazio e luce trovano la loro collocazione sulla tela in modo diretto e fresco, mentre l’immagine dipinta è una traccia e un dejà-vu. La mostra “set” è molto più di un accostamento di singole unità raffigurative. I temi, tutti elementi derivanti dal contesto artistico, sono dipinti dalla corporeità appena accennata e piuttosto fugace, proiezioni per l’osservatore e per la sua percezione. Il vero centro di “set” è il vuoto tra le tele e l’osservatore; una rappresentazione dell’arte. Il rapporto della Steckholzer con i temi e con il pennello è molto libero; da qui scaturisce un effetto immediato sull’opera. Il complesso livello contenutistico dei suoi quadri si bilancia con l’effetto estetico-sensoriale. La pittura di Martina Steckholzer presenta una tensione in cui l’osservatore, nel suo ruolo, viene interrogato, riflesso, illuminato e spostato continuamente. Martina Steckholzer, nata nel 1974 a Vipiteno, vive e lavora a Vienna. Dopo gli studi d’architettura a Innsbruck, ha frequentato la Freie Kunstschule di Stoccarda. Dal 1997 al 1999 ha studiato pittura al Mozarteum di Salisburgo e, nel 2001, si è diplomata come Multi Media Producer al SAE Technology College di Vienna. Nel 2003, ha terminato gli studi con Gunter Damisch e Heimo Zobernig presso l’Akademie der bildenden Künste di Vienna. Nel 2003, è stata premiata dal Ministero per la Cultura mentre, nel 2004, le è stato conferito il premio “planquadrat”, a Bolzano. Dal 1998, ha partecipato a mostre collettive a Salisburgo, Vienna e New York e nel 2005 alla Biennale di Praga.
Mostre personali: 2001, Studio Galerie 5020, Salisburgo; nel 2004 “studio”, Kabinett, Salzburger Kunstverein; “messe”, Galerie Meyer Kainer, Vienna.

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Exhibiton view, Martin Gostner, 2005 Exhibiton view, Martin Gostner, 2005

MARTIN GOSTNER – UN CAMPO DISTESO
24 Giugno - 30 Luglio 2005

A cura di Christian Gögger

Exhibiton view, Martin Gostner, 2005

Exhibiton view, Martin Gostner, 2005

“Un campo disteso” vuole descrivere la condizione priva di tensione, in cui non è attiva nessuna delle predisposizioni del comportamento vitale come fame, stanchezza, paura, ecc.(…). Solo in un campo privo di tensioni possono affermarsi le tendenze comportamentali esplorative (atteggiamento della ricerca) e la disponibilità al gioco (…). (tratto da: Lexikon der Biologie, Heidelberg: Spektrum Akademischer Verlag 1998) Un voluminosissimo campo di ovatta sospeso accoglie il visitatore all’entrata della galleria. Quasi non si riesce a raggiungere la fine dell’angusto corridoio così creatosi lungo il campo, senza avvertire la sensazione di venirne risucchiati. Per Gostner, l’ovatta rappresenta la “morbidezza”, “il modellabile” che egli collega non solo all’imprecisione storica della storiografia ufficiale, ma anche al ricordo personale. Questo materiale sensuale e, nel contempo, altamente associativo, è simbolo di un ricettacolo immaginario di storie e ricordi inconsci e dimenticati e dell’esposizione programmatica della tecnica concettuale di Gostner: Martin Gostner irrompe nella memoria collettiva, mette in discussione fenomeni politici, sociali e culturali, considerando la storia non come un’evoluzione lineare, bensì come un processo circolare che si ripete continuamente. Nella sala più interna della galleria, due opere attendono il visitatore: “After my death” (2003) un calco in silicone del deretano dell’artista, trasformato in ciotola per l’acqua e vaschetta da bagno destinata agli uccellini, collocato sottoforma di decorazione fittizia su un supporto in plexiglas. “After my death I would like to be a paradise for birds” è impresso a lettere bianche sul pannello. Il secondo lavoro, “Geruch in seinem Modell”, realizzato appositamente per questa mostra, è una scultura eterea: l’anta dell’armadio è appena socchiusa, permettendo così solo d’immaginarne il contenuto. Il profumo di biancheria pulita fuoriesce avvolgendo l’osservatore e stimolandone la fantasia. Il linguaggio formale di Martin Gostner è ricco di allusioni; egli vuole mettere in luce ciò che sta dietro, senza tuttavia liberarlo, fendendo la realtà che lo cela. Da ciò ha origine uno spazio intermedio carico di tensione, in cui l’interpretazione e l’attribuzione di un significato vengono affidati all’osservatore. In tal senso, le opere di Gostner devono essere considerate come un invito, rivolto al visitatore, a confrontarsi con il passato, il presente e il futuro personale e collettivo.

Exhibiton view, Martin Gostner, 2005

Exhibiton view, Martin Gostner, 2005

Martin Gostner é nato nel 1957 a Innsbruck. Da autunno 2004 dirige una classe di scultura all’Accademia d’Arte a Düsseldorf.
Importanti mostre personali degli ultimi anni sono: Museum Folkwang, Essen, Of Milk And Honey. El Gato Ranch, Big Sur, Dear John. Gabriele Senn Galerie, Vienna, Karma again (2003). Galerie im Taxispalais, Innsbruck, Seitlich aus der Requisite kommend (2002). Secession Vienna, Kupferpfandl – und darüber. Neue Galerie Graz, steirischer herbst, All I See I Cover. Gabriele Senn Galerie, Vienna, Entwürfe – Kupferpfandl (2001.) Rupertinum, Salzburg, Apparat für Sonntag. Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum, Innsbruck, Video 14. (2000) Kunstraum Johann Widauer, Innsbruck, Leeres Haus, voll von Lärm (1999). Kölnischer Kunstverein, Erinnerung weich (1998). Galerie Hoffmann & Senn, Vienna, Altes, liebes Schlachtfeld (1998). Villa Merkel / Bahnwärterhaus, Esslingen, öde Galle. Galerie Hamelehle & Ahrens, Stuttgart, Guten Tag, kaufen Sie auch Skulpturen? (1997). Galerie Giorgio Persano, Torino, Stepping Into the Shit of History. (1996). Studio Oggetto, Milano, Vacant Posessions, Erratic Boulders. (1995). Mostre collettive (selezione): 2005 Fundación Marcelino Botín, Santander, Blancanieves y los siete enamitos. Galerie im Taxispalais, Innsbruck, Arbeit*. – I.Biennale internazionale di scultura, Gorizia/Nova Gorica. Art Metropole,Toronto, Artist Books Revisited. 2004 Büro Friedrich, Berlino/ BAWAG Foundation, Vienna, Funky Lessons. DaimlerChrysler Contemporary, Berlino, Foto, Video, Mixed Media 2. 2003 ZKM Karlruhe, Bankett. Neue Galerie Graz, M_ars Kunst und Krieg. 2002 Palais Tokyo Paris, Je veux, One Star Press.

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Exhibiton view, Y-Tong, 2005 Exhibiton view, Y-Tong, 2005

PUNTO D’ESTENSIONE – AMPLIAMENTI SU NUCLEI DI REALTÀ
6 Maggio - 11 Maggio 2005

Y-Tong, Simone Barresi, Riccardo Previdi, Patrick Tuttofuoco, David Casini, Christian Frosi
A cura di Guido Molinari

Exhibiton view, 2005

Exhibiton view, 2005

I sette giovani artisti invitati proporrano negli spazi espositivi della Galleria fotografie, video, ready made, installazioni, nelle quali sono presentati interventi di modifica esercitati su nuclei di realtà. E’ ormai consuetudine nell’arte più attuale, presentare frammenti di realtà che possano veicolare significati e densità emotive. Esiste poi una possibilità espressiva fondata sull’idea che, oltre ad effettuare prelievi di mondo (“ready made”), si possa intervenire su di essi innestando porzioni di elementi “altri”, destabilizzanti, a volte addirittura incongrui. In questo modo il nucleo di realtà iniziale, pur sempre riconoscibile nella sua morfologia, attraverso minimi ampliamenti si apre verso nuove possibilità interpretative. I sette artisti invitati hanno già praticato in precedenza questa modalità d’intervento, proprio come alcuni tra i protagonisti della scena internazionale. Naturalmente appare di primaria importanza la scelta iniziale: l’esigenza di isolare un prelievo di realtà che sia particolarmente pregnante ed in grado di sintetizzare al massimo livello significati e tensioni estetiche. Successivamente prenderà corpo l’intervento di estensione attraverso innesti, modifiche, alterazioni.

Exhibiton view, Simone Barresi, 2005

Exhibiton view, Simone Barresi, 2005

Si tratta di un intervento di nuova conformazione che può sorprendere con margini di imprevisto e che ci può rivelare indirettamente le motivazioni più complesse e profonde legate alla poetica personale. Il risultato finale conduce verso l’idea di una rottura dei confini rigidi dettati dalla realtà, attraverso una intromissione estetica minimale, che possa ampliare i limiti esistenti verso nuovi livelli di senso e di forma.

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Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005 Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005

KARL UNTERFRAUNER
19 Marzo - 22 Aprile 2005

Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005

Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005

Karl Unterfrauner presenta i suoi lavori fotografici in diversi formati che, raggruppati in coppie e posizionati in modo perfettamente calcolato, introducono un dialogo con gli spazi della galleria stessa. Con il titolo conciso “Alberi“, egli esibisce con impressionante precisione fotografie di rami d’albero che, liberi dalle piante stesse e dallo sfondo, sembrano essere sospesi sulle pareti. L’origine dei temi e il loro contesto iniziale restano celati all’osservatore: sono rappresentazioni che non devono essere interpretate nel senso tradizionale di “finestra“ affacciata su un’altra realtà, bensì come spazi di confine tra luoghi fittizi che non appartengono né alla natura, né all’arte.

Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005

Exhibition view, Karl Unterfrauner, 2005

“Come strutture ornamentali al confine dell’astrattismo, le immagini emergono dal nulla per giungere sulle pareti, con un effetto che le fa sembrare prive di contesto e di origine. Ciò che accadeva prima tra fotografia artistica e oggetti lontani da un concetto artistico (come p.e. i, radiatori, tappeti o portoni di garage, presenti fino a questo momento nelle opere dell’artista), tra spazi vocati all’arte e spazi al di fuori di essa, qui sembra molto più generalizzato e riferirsi a naturalezza e artificiosità solo in un senso molto vago“, afferma Martin Prinzhorn nella sua recensione destinata al catalogo.
I lavori fotografici di Karl Unterfrauner devono essere interpretati in base al loro carattere installativo e al contesto storico della fotografia concettuale. Martin Prinzhorn scrive: “Non si tratta più di capire come un mondo esterno venga trasportato in un mondo artistico, se verità e autenticità siano introdotte nell’atto artistico, bensì se verità e autenticità ne fuoriescano come un concetto fondamentalmente complesso e problematico, cui in ultima analisi viene data la possibilità di non esistere affatto“.

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Exhibiton view, Francisco Valdés, 2005 Exhibiton view, Francisco Valdés, 2005

STRANAMENTE FAMILIARE
21 Gennaio - 5 Marzo 2005

Oskar Korsár, Mile Nicevski, Jenny Perlin , Stefan Rauter, Roland Senoner, Paul Thuile, Francisco Valdés, Simone Van Dijken, Chris Warrington, Letizia Werth
A cura di Sabine Gamper Yane Calovski

Exhibition view, A releaxed field, 2005

Exhibition view, A releaxed field, 2005

In questi ultimi tempi il disegno sta vivendo una fase d’eccezionale sviluppo a livello europeo. Con questa mostra la Galleria Museo desidera fornire una visione delle avvincenti e molteplici forme del disegno contemporaneo, sia in ambito regionale, sia nel contesto internazionale. Così come molte altre dimensioni artistiche, anche il disegno è stato fortemente influenzato dalle innovazioni succedutesi in campo tecnologico negli ultimi decenni. Il computer, il film e la fotografia sono irrevocabilmente entrati a far parte del patrimonio di questa forma espressiva così ricca di tradizioni.

Exhibition view, Stefan Rauter, 2005

Exhibition view, Stefan Rauter, 2005

La mostra intitolata “stranamente familiare” presenta le opere di dieci giovani artisti sia altoatesini e provenienti da diversi paesi europei e americani. Tutti i partecipanti all’esposizione hanno fatto del disegno il loro principale strumento espressivo. Il tema trattato è quello delle svariate chiavi d’accesso che il disegno contemporaneo offre: lavori su carta nei formati più variati, animazioni al computer, disegni basati su temi architettonici, sulla fotografia e sul video.
La mostra propone temi astratti ricavati dal mondo onirico e dall’immaginazione dell’artista, che anche oggettivi canali d’accesso all’ambiente reale e sguardi introspettivi agli enigmi privati e familiari. In questo contesto, il disegno testimonia il suo ruolo di strumento privilegiato in grado di trasformare e ridefinire ciò che ai nostri occhi è conosciuto e abituale, facendo slittare il quotidiano verso dimensioni insolite. Sotto lo sguardo indagatore di una linea tratteggiata, il familiare si manifesta in veste singolare.

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Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004 Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004

AUFFÄLLIG. CINQUE POSIZIONI
12 Novembre - 31 Dicembre 2004

ALLESWIRDGUT , Gerd Bergmeister, S.O.F.A. Architekten, Scagnol Attia, Ulapiù

Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004

Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004

Cinque studi d’architettura si sono messi in luce muovendosi “in lungo e in largo” in tutta la regione e partecipando a concorsi e discussioni. Tutti hanno qualcosa a che fare con l’Alto Adige, alcuni se ne sono andati, altri sono tornati, altri ancora sono rimasti altrove e si spostano solo per lavorare a singoli progetti o collaborare con partner di altri paesi.
Tutti lavorano in dimensioni contestuali, dove il contesto non ha solo una connotazione geografica, proseguendo i progetti già avviati in modo intelligente, esigente e responsabile.
Essi sono testimoni di un potenziale che questa terra, avviluppata ormai in un “pensiero ideologico unitario”, potrebbe in realtà avere e di come un’architettura con connotazioni concettuali potrebbe portare a risultati d’eccellente qualità. È sintomatico che, fatta eccezione per un singolo caso, si tratti di progetti pubblici, pressoché l’unica piattaforma che consente ad architetti ambiziosi di trasformare il potenziale stratificato di questa terra in un’architettura coerente, esigente e lontana dalla filosofia delle case a schiera o da altri “polpettoni real-socialistici”.

Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004

Exhibiton view, auffällig, cinque posizioni, 2004

Sono cinque diversi principi senza alcuna pretesa di perfezione, che sprigionano un fuoco architettonico capace di risvegliare a nuova vita temi di discussione e d’attrito. Non si tratta di un principio antologico e, quindi, consapevolmente imperfetto, poiché lo scopo sarebbe quello di dare origine a principi dialettici destinati allo scenario architettonico altoatesino, strettamente necessari per questa regione.
Il luogo dell’esposizione non è casuale. Dalla sua fondazione, la Galleria Museo AR/GE KUNST si è votata al connubio tra arte e architettura. Non è un caso nemmeno il fatto che durante la mostra i cinque protagonisti abbiano a disposizione una serata ciascuno per esporsi, per liberare l’architettura dall’essenza della sua funzione specifica e di chiarire questi principi collegati e interdisciplinari attraverso un mezzo: quello dell’esposizione architettonica.
Walter Angonese

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Exhibiton view, Jonathan Monk, 2004 Exhibiton view, Jonathan Monk, 2004

ENTROPIA: IL DISSOLVIMENTO DELL’OPERA
17 Settembre - 30 Ottobre 2004

Bas Jan Ader, Fiona Banner, Marcel Broodthaers, Chris Burden, Sam Easterson, Dora Garcia, Felix-Gonzalez Torres, Job Koelewijn, Jonathan Monk, Ilona Ruegg, Joelle Tuerlinckx
A cura di Moritz Küng

Exhibiton view, Felix Gonzalez-Torres, 2004

Exhibiton view, Felix Gonzalez-Torres, 2004

Un’opera d’arte è solitamente considerata un prodotto artistico o ‘geniale’, a seconda dello stato che le viene attribuito, destinato ad esistere in eterno. Al termine del processo creativo nell’atelier dell’artista, con l’esposizione al pubblico l’opera acquisisce un ruolo passivo inappellabile che, in un contesto istituzionale, corrisponde solitamente al suo effettivo valore finale. L’opera d’arte è conservata in uno stato immutabile, estraniata dal naturale processo di ‘invecchiamento’. Diviene dunque materia passiva, cui potrà venir ascritto un nuovo significato solo a livello intellettuale attraverso la sua contestualizzazione e interpretazione.

Exhibiton view, Sam Easterson, 2004

Exhibiton view, Sam Easterson, 2004

La mostra “Entropia: il dissolvimento dell’opera” raccoglie le opere di undici artisti internazionali che insidiano la visione dell’opera d’arte quale oggetto inalterabile, misurabile e fisico, creato per l’eternità, contrapponendovi una presenza ed una visione dell’opera dubbie e mutevoli, difficilmente localizzabili e casuali, processabili e variabili, addirittura caotiche. In questo senso, il termine “entropia”, che nella termodinamica e nella teoria dell’informazione viene impiegato per indicare l’instabilità e la casualità all’interno di un sistema, assume così una definizione concettuale.

Exhibiton view, Chris Burden, 2004

Exhibiton view, Chris Burden, 2004

Le opere esposte, live-performances, installazioni in loco, oggetti, documenti, film girati su pellicola di 16 mm e video riprodotti su DVD, rimandano, nella loro concezione, all’idea di questa mutevolezza e fugacità, fino ad esistere, in ultima analisi, solo nel loro stesso processo di annichilamento.

Exhibiton view, Marcel Broodthaers, 2004

Exhibiton view, Marcel Broodthaers, 2004

L’essenza di queste opere trova, dunque, già compimento nell’esposizione del loro futuro dissolvimento. Da quest’orientamento ‘distruttivo’ scaturisce, paradossalmente, un momento di estrema vitalità: solo ciò che svanisce può continuare ad esistere (in eterno). Il carattere evoluzionario, ossia l’essere in transizione da una condizione all’altra, non è che la rappresentazione della fragilità dell’essenza umana.

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Exhibition view, Esther Stocker, 2004 Exhibition view, Esther Stocker, 2004

ESTHER STOCKER – LA PAROLA “AFFINE” ATTRAE SEMPRE LA NOSTRA ATTENZIONE ANCHE SE IN REALTÀ NON VUOLE DIRE NULLA
25 Giugno - 31 Luglio 2004

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Esther Stocker presenta nelle sale della Galleria Museo un progetto articolato in due sezioni.
Nella parte anteriore un’installazione illustra un principio organizzativo che caratterizza numerose opere dell’artista: uno spazio interno, dove sono stati installati dei parallelepipedi di varia misura, è completamente coperto da una griglia geometrica, la quale presenta tuttavia fratture e spostamenti. La strutturazione della superficie, apparentemente semplice, precisa e rigorosa, ha un effetto disorientante perché lo sguardo dell’osservatore non riesce a posarsi veramente in nessun punto.
Nella sezione posteriore, l’artista espone una serie di fotografie nelle quali vengono analizzate le relazioni tra i tratti del corpo umano e quelli delle forme geometriche.

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Con la sua opera, Esther Stocker non insegue la produzione di contenuti significativi immediati. Le sue strutture semplici, ma al contempo complesse, sorprendono l’osservatore già durante il processo percettivo, lo allontanano dal tentativo di classificazione schematica, dagli schemi interpretativi razionalizzanti, dalle letture sintetizzanti, per risvegliare un’attenzione quasi vertiginosa per ciò che non è chiaramente definibile.

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Exhibition view, Esther Stocker, 2004

Il tema che collega le opere dell’artista è la domanda sulla percezione come movimento nel quale non si può definire, ma soprattutto formulare, un confine netto tra percezione visiva e pensiero.
Anche se, a prima vista, i lavori di Esther Stocker possono essere collegati alle opere storiche della Op-Art, l’artista non è assolutamente interessata agli esperimenti con gli effetti ottici fini a sé stessi, ma ad una continua ridefinizione delle cose attraverso il processo della percezione, durante il quale anche la persona che entra in relazione con le situazioni dello spazio e delle immagini viene coinvolta, diventando un elemento di completezza dell’opera stessa.

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Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004 Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

BRIGITTE MAHLKNECHT – IN STATU NASCENDI
6 Maggio - 12 Maggio 2004

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Nei dipinti, nei disegni e nelle fotografie di Brigitte Mahlknecht, tutto rotea, gorgoglia, si gonfia …. Le opere si presentano all’osservatore come un insieme capriccioso di trasformazione e mutamento. Creazioni e complessi di figure rigogliose e lussureggianti personificano forme esistenziali ibride. Linee, cifre, simboli e figure occupano fuggenti lo spazio raffigurativo, seminando a loro volta le cellule germinali per una nuova riproduzione. Non sono racconti illustrati bensì cartografie utopistiche, un ripetersi senza fine, nello spazio vitale, di ricordi urbani, visioni biologiche e formule cosmiche. Il tema di Brigitte Mahlknecht è la vita, bandita su scenari provvisori nella sua straordinaria pienezza, per suscitare osservazioni e riflessioni da punti di vista sempre nuovi. Alle certezze vacillanti ed alle grandi probabilità l’artista risponde con un progetto aperto che scandaglia, in un modo ostinatamente umoristico, lo spazio tra la propria esistenza come artista e le sfide del mondo alla ricerca del nuovo.

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Nell’esposizione concepita per la Galleria Museo Ar/ge Kunst di Bolzano le opere di Brigitte Mahlknecht acquisiscono una nuova qualità spaziale. I dipinti, i disegni, le fotografie ed i video si alternano con elementi esposti direttamente sulle pareti della galleria, dando origine ad un circuito aperto e percorribile. In questo modo il confine autoimposto fino a quel momento si spezza, allargando la sceneggiatura dei segni su tutte le pareti della Galleria.

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Exhibiton view, Brigitte Mahlknecht, 2004

Brigitte Mahlknecht, nata a Bolzano nel 1966, dopo avere frequentato l’Akademie der Bildenden Künste a Vienna, ha trascorso un periodo a New York ed a Berlino e attualmente vive a Vienna. Le sue opere sono state esposte a Salisburgo, Bolzano, Vienna, Rovereto, Monaco, Berlino, Genova ed Innsbruck. Inoltre, in collaborazione con alcuni scrittori come Oswald Egger, Schuldt, Robert Kelly e Aage Hansen-Löve ha pubblicato diversi libri.

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Exhibiton view, Innocence & Violence, 2004 Exhibiton view, Innocence & Violence, 2004

INNOCENCE & VIOLENCE
12 Marzo - 24 Aprile 2004

Nadine Norman, Tany, Zilla Leutenegger, Maike Freess, Mathilde Ter Heijne
A cura di Sabine Gamper

Exhibiton view, Innocence & Violence, 2004

Exhibiton view, Innocence & Violence, 2004

Innocence & Violence, innocenza e violenza, sono i poli che racchiudono le rappresentazioni ed i contenuti di questa mostra. Cinque artiste provenienti da contesti culturali e sociali diversi ci offrono la loro idea di femminilità all’inizio del 21° secolo. La mostra offre immagini di quotidianità e stili di vita moderni di giovani donne, apre il sipario su diversi scorci di vita, si muove intorno ai miti della femminilità ed alle strategie necessarie per affrontare la realtà. Le opere fanno luce su intimità e orrori, fantasie d’innocenza e di violenza, di narcisismo e di autodistruzione: un’indagine ed una scoperta di opportunità e di confini nel rapporto con sé stessi e con gli altri.
Nei filmati, nelle fotografie, nei disegni e nelle performance, le 5 artiste rappresentano il loro corpo e loro stesse in veste di protagoniste, nella loro integrità o nella loro lacerazione e comunque davanti al loro background culturale e non senza fare riferimento alla storia (dell’arte) ed alla loro socializzazione. Nello stesso tempo, tematizzano intenzionalmente anche la loro posizione di donne in un mercato artistico maschile per definizione. Il “Mistero Donna”, il “continente oscuro” freudiano, viene illuminato dal punto di vista femminile dando un’immagine stratificata e intensa di una nuova donna moderna. Nel filmato “Mathilde, Mathilde…” (2000) dell’artista Mathilde ter Heijne (Strassburgo) viene trattato soprattutto il tema dello sdoppiamento e della scissione della personalità. L’artista si occupa del tema della vittima femminile, calandosi nel ruolo della giovane donna che attraverso la sua morte si trasforma in eterna amata (come la Beatrice di Dante). Da però una svolta decisiva al contenuto con la creazione del suo “Doppio”. Questo Alter Ego, in una scena violenta, viene gettato da un ponte nelle acque impetuose di un fiume. L’artista uccide la sua stessa immagine diventando contemporaneamente vittima e carnefice.
Un tema centrale nel lavoro di Nadine Norman (Canada) è la rappresentazione della realtà femminile nella sua corporeità mediata socialmente, così come il concetto di desiderio e tutte le sue contraddizioni. L’artista incentra la propria attenzione principalmente nell’ambito compreso tra la finzione e la realtà delle diverse rappresentazioni e ruoli delle donne nella pubblicità, in altri media della comunicazione, ma anche nel contesto artistico.
Nel suo filmato “Dedicated to my Ex Lover” (Dedicato al mio ex-ragazzo) (2001) l’artista giapponese TANY tratta la fine della sua storia d’amore con un collega artista. Le scene drammatiche si svolgono in un parco tetro, nel quale l’artista segue in motorino il suo ex-ragazzo ed alla fine lo picchia. L’estrema aggressività della rappresentazione sorprende e sopraffa l’osservatore, proprio perché l’artista corrompe il tema della violenza all’interno del rapporto tra uomo e donna.
I filmati di Zilla Leutenegger (Svizzera) ricordano molti esempi delle auto-sceneggiature di Cindy Sherman e dei ritratti codificati e pop-culturali di Elisabeth Peyton. Nei suoi disegni animati vengono rappresentati ed espressi i suoi desideri e le sue sensazioni più intime e private anche se non si tratta mai di esibizionismo ma di immagini liriche e poco spettacolari di sé stessa: l’artista abbozza ed anima la sua stessa raffigurazione come in un disegno animato attraverso il quale alla figura viene affidato qualcosa di profondamente intimo, fungendo così da piattaforma d’identificazione.
Anche la tedesca Maike Freess si occupa nelle sue opere del corpo femminile e dell’immagine propria e altrui: il filmato “The river around me” (Il fiume intorno a me) (2001), nel quale l’artista si cala nel ruolo dei tre classici tipi femminili “la bionda”, “la mora” e “la rossa”, viene proiettato frontalmente rispetto all’osservatore su una pellicola trasparente, cosicché le tre donne si rispecchiano nel suo sguardo. Spogliandosi e vestendosi senza sosta, le donne rappresentate oscillano tra l’autoaffermazione ed il flirt con l’osservatore. Tuttavia il corpo femminile non è mai fine a se stesso, al centro ci sono sempre le fantasie che lo avvolgono e che diventano il tema autentico. L’autoritratto delle artiste diventa proiezione dei nostri stessi desideri e delle nostre assurdità, diventa un gioco in un campo minato tra innocenza e violenza.

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Exhibition view, Josef Rainer, 2004 Exhibition view, Josef Rainer, 2004

JOSEF RAINER – METROPOLIS
23 Gennaio - 28 Febbraio 2004

A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Josef Rainer è nato a Bressanone (Alto Adige) nel 1970. Dopo la sua formazione presso l’Akademie der Bildenden Künste di Monaco (fino al 1997) ed una borsa di studio della città di Vienna (2001-02), conferitagli dal Ministero per le Scienze, l’Educazione e la Cultura, dal 2003, vive a Bolzano. Artist in Residence nella Glenfiddich Destillery in Dufftown, Scozia, nell’estate del 2003 partecipa ad alcune mostre ad Innsbruck, Cham, Suzarra nonché nella Galleria Civica di Bolzano (2000), nell’Art Innsbruck, nella Phönix Art Sammlung di Amburgo (2002), nel Panorama 03 di Bolzano, nel Tiroler Wasserkraftwerk di Imst, curato dal Prof. Christoph Bertsch, e nella Glenfiddich in Scozia (2003).

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Con quest’esposizione presso la Galleria Museo, Josef Rainer vuole proseguire la serie METROPOLIS iniziata nella Glenfiddich, in Scozia ed al Wasserkraftwerk ad Imst. L’arte di Josef Rainer gioca con il legame tra realtà e finzione, espresso nella mostra METROPOLIS con l’esempio di una città. All’interno della sala espositiva hanno luogo scene rappresentate dall’artista attraverso un linguaggio strutturale, ovvero scenografico, e con la fotografia. L’architettura nella quale sono inserite queste scenografie non funge da mero sfondo, ma diventa un importante punto di riferimento ricco di contenuti. L’artista ci mostra un gioco di proporzioni, passaggi, frammenti architettonici accostati a figure in gesso, dipinte e bidimensionali, di ca. 30 cm che si muovono tra gli elementi architettonici, provocando una metamorfosi nei rapporti tra le dimensioni e, di conseguenza, un effetto estraniante. Ci sono due tipi di protagonisti che entrano in azione nell’ambito dell’esposizione: da una parte le figure di gesso e fil di ferro, uomini, donne e bambini, i veri abitanti della città, che si muovono in un contesto apparentemente conosciuto, svolgendo le loro attività quotidiane. Dall’altra, i visitatori della Galleria che, nel gioco del movimento delle dimensioni, si trasformano in comparse, ritrovandosi improvvisamente in una situazione inconsueta che richiede un riesame della percezione.

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Exhibition view, Josef Rainer, 2004

Josef Rainer gioca con le dimensioni e con i relativi rapporti: lo spazio all’interno della galleria diventa l’area urbana, il fittizio diventa realtà attraverso il movimento delle dimensioni e viceversa, così da integrare diversi livelli di significato: “Quale dimensione diventa più rilevante?“ si chiede l’autrice Sigrid Hauser. Oppure: “Dove sono i confini dello spazio artistico?”, “Quanto sono vicini alla nostra realtà?” E ancora: “Siamo anche noi parte di questa struttura, il nostro osservare è compreso in questi temi?”, “Cos’è immaginario e cosa, invece, corrisponde alla realtà?“
Le figure, “tridimensionali sul pavimento e bidimensionali sulle pareti”, prendono parte (…) alla vita della nostra realtà” (Sigrid Hauser) Sono vicende personali, ricordi privati che ispirano l’artista nelle sue storie, che creano il contenuto intellettivo e che qui sono inserite in un contesto più ampio e generale. Fungono solo da esempio, da “illustrazione del viaggio del singolo attraverso quella città che è il mondo”. Le figure raccontano attimi della storia di una vita. Le fotografie raffigurano soprattutto luoghi dimenticati, non-luoghi o luoghi ai margini che però catturano l’interesse dell’artista: sono soprattutto condutture dell’acqua di scarico in sudici cortili nascosti, tubi e parti di macchinari oppure cavi sotto i tavoli di un ufficio, caloriferi e cassette di legno, angoli dimenticati e polverosi, nei quali l’artista inserisce le sue figure e che improvvisamente assumono un significato del tutto nuovo.
L’arte di Josef Rainer è noncurante e serena, l’umorismo della quotidianità fa capolino tra le gambe di una sedia o dietro un tubo per l’acqua di scarico, sono luoghi senza nome ai quali l’artista conferisce uno charme sconosciuto, che fanno da sfondo alle storie di piccoli protagonisti, esercitando il fascino dell’estraniazione dalla realtà con il relativo significato. A questo punto una domanda sorge spontanea sulle vere dimensioni della situazione, sia in senso reale, sia in senso metaforico, ma anche sulla nostra dimensione in relazione alle cose: dove ci troviamo in realtà e chi sta guidando la regia delle nostre azioni…?

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Exhibition view, himmel&höll, 2003 Exhibition view, himmel&höll, 2003

HIMMEL&HOELL
12 Dicembre - 9 Gennaio 2004

Peter Kaser, Kurt Lanthaler

Exhibition view, himmel&höll, 2003

Exhibition view, himmel&höll, 2003

Tre anni fa, nell’autunno del 2000, poco lontano dalla statale del Brennero, Peter Kaser creò un sito artistico, un luogo ai margini di una cascata con un piccolo osservatorio ricavato da un bunker della Seconda Guerra Mondiale, raggiungibile attraverso una scala di 84 scalini. Da allora in questo sito vengono organizzate periodiche iniziative artistiche. Uno dei progetti di questo sito artistico “scalini 84 stufen” nei pressi del Brennero è stato “: paradiso & inferno” di Kurt Lanthaler e Peter Kaser, una scala lirica. Si trattava di una poesia composta esclusivamente per questo luogo dall’autore Kurt Lanthaler, scritta su pannelli in plexiglas montati sull’alzata degli 84 scalini in modo da consentire al visitatore la lettura delle 84 strofe, mano a mano che percorreva in salita gli 84 scalini.

Exhibition view, himmel&höll, 2003

Exhibition view, himmel&höll, 2003

L’esposizione nella Gallerie Museo di Bolzano (12.12.2003 – 10.01.2004) rappresenta un ulteriore sviluppo di quest’opera “: cielo & inferno” ma, nello stesso tempo, una riedizione e ridefinizione dell’intera storia. Sia qui, che là, il tema centrale è la coinvolgente collaborazione tra due artisti, provenienti da due contesti culturali diversi, dall’arte figurativa e dalla letteratura. È il tema della sfida nel collegare queste due arti per dare origine ad un connubio unico che supera entrambe le materie: al Brennero lo scrittore è stato spinto a produrre un opera lirica per un sito artistico e quindi a presentarla visivamente; per la mostra della Galleria Museo, invece, accade esattamente il contrario perché l’artista in questo caso deve creare rappresentazioni artistiche che da una parte possano essere rappresentate letterariamente sottoforma di libro e, dall’altra, che ricordino le liriche del “lettore a piedi” in una forma puramente figurativa. Per ottenere quest’effetto Peter Kaser fa rotolare una patata dorata giù dagli 84 scalini, attraverso i quali Tschaekk Madoia, il protagonista della poesia di Lanthaler “: cielo & inferno”, riesce a sfuggire ai suoi demoni. Mentre il poema epico di Lanthaler si può leggere lungo gli 84 scalini che conducono al bunker, il dramma della patata può essere seguito comodamente dai visitatori come in un cinema: il “lettore a piedi” si trasforma dunque in “mano-lettrice”. Kaser parte dall’idea che l’arte figurativa ha origine soprattutto nella mente delle persone: prima in quella dell’artista e poi in quella dell’osservatore che completa l’opera attraverso la sua elaborazione. Ma perché Kaser rappresenta intenzionalmente la caduta dal “paradiso all’inferno” con una patata? Chi gli pone questa domanda riceve dall’artista una laconica risposta: “Perché no?” Il batterista Paolo Jack Alemanno è famoso per la sua collaborazione con band come Westbound, Cherry Moon, Skanners, Burning Mind on the Road, Skanners e molte altre.

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exhibition view, Marjetica Potrc, 2003 exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

MARJETICA POTRC – STRATEGIE URBANE
25 Ottobre - 6 Dicembre 2003

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

“Mi piace molto condividere lo studio di queste comunità con le persone che frequentano gallerie e musei, luoghi nei quali si riflette e si discute palesemente su temi complessi come la bellezza, la forma e l’idea. La bellezza è un concetto molto singolare. Puoi cercare di spiegarla razionalmente ma alla fine ti colpisce solo quando è il tuo corpo a comprenderla nella sua essenza.” (Marjetica Potrc)
L’esposizione “Marjetica Potrc – Strategie urbane” nella Galleria Museo Ar/ge Kunst (24.10.-06.12.2003) punta l’attenzione su una tendenza moderna cruciale, ossia sul connubio tra architettura ed arte, che negli ultimi decenni si è ampiamente diffusa, diventando un tema fondamentale della discussione estetica e delle attività architettoniche e artistiche.

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

Le teorie dell’architettura e dell’urbanistica stanno influenzando sempre di più le moderne dottrine artistiche ed i criteri estetici in un modo che, fino a qualche tempo fa, sarebbe stato quasi impensabile. Sta avendo luogo un’approfondita analisi delle forme che coincide con un’intensa comprensione degli attuali fenomeni sociali dando origine ad opere di grande bellezza, significato ed interesse. Marjetica Potrc è nata nel 1953 a Lubiana (Slovenia), ha studiato architettura (diploma nel 1977) ed arte applicata presso l’Università di Lubiana (diploma 1986). Le sue opere sono state esposte a partire dal 1988 in numerose mostre. Nel 1993 è stata rappresentante della Slovenia alla Biennale di Venezia. Negli ultimi anni i lavori della Potrc sono stati presentati in numerose mostre personali in tutt’Europa e negli Stati Uniti oltre che nell’ambito di mostre collettive, come p.e. la 23° Biennale di San Paolo (1996), Skulptur Projekte di Münster (1997), Manifesta 3 a Lubiana (2000), Art Unlimited a Basilea e la Biennale di Venezia (2003).

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

Exhibition view, Marjetica Potrc, 2003

Nel 1996 Marjetica Potrc ha vinto il premio Philip Morris Art Award e, nel 2000, uno stage con mostra personale presso la Künstlerhaus Bethanien di Berlino. Nello stesso anno è stata insignita con il premio Hugo Boss, legato ad un’esposizione presso il Guggenheim Museum di New York. Nei suoi progetti, Marjetica Potrc s’ispira alle periferie delle metropoli moderne analizzando i modelli abitativi dei cosiddetti quartieri poveri; città che fanno da cornice ad uno stridente contrasto tra ricchezza e povertà, i cui quartieri sottosviluppati sono privi di qualsiasi assistenza e, a causa dell’indigenza dei loro abitanti, dispongono di risorse materiali molto limitate. È un’osservatrice degli slum ai margini di città come Caracas, San Paolo o Rio de Janeiro, che si sofferma soprattutto sulla sfera umana, da una prospettiva, per così dire, geopolitica.

Allo stesso modo s’interessa in particolare di urbanistica e modelli d’insediamento creativi oltre che del modo in cui le persone si adattano ai costanti cambiamenti ed alle condizioni nei vari contesti architettonici di una città moderna. Lo scorso anno, la Potrc si è occupata di svariati progetti presentati sottoforma di studio in molte mostre in Europa e in America e, come nel caso del Duncan Village, sottoposti ad un continuo sviluppo contenutistico ed artistico. L’artista presenta al pubblico occidentale queste soluzioni strutturali con un’ammirazione rispettosa e autentica, priva di un qualsiasi commento sociale moralizzante, ma rappresentandole come fatti antropologici che, all’interno di un contesto espositivo, assumono la forma di concetti architettonici.
Questi insediamenti testimoniano, all’interno del nostro mondo caratterizzato da globalizzazione e migrazione, realtà di vita ai margini della società e documentano l’impegno personale e l’autosufficienza dei loro abitanti. Al di là delle aree cittadine pianificate, Marjetica Potrc volge il suo sguardo verso le opportunità creative che si nascondono in queste abitazioni provvisorie, frutto della necessità. In questo modo mette in luce un’economia discriminata ai margini dell’economia ufficiale di una città organizzata, che consente agli abitanti delle favelas, delle borgate e delle township di godere di un’autonomia, che nello scenario della città stessa può rappresentare certamente una sfida.
In questo senso le opere di Marjetica Potrc si possono interpretare come modelli antitetici dell’utopia urbanistica di una città efficiente. Nella Galleria Museo Marjetica Potrc mostra molti esempi della sua discussione artistica con le strategie urbane:
Al primo posto troviamo l’insediamento Duncan Village, un esempio di architettura autorganizzata in Sudafrica. Questo progetto, che la Potrc espone nell’ambito della mostra, rappresenta la quarta generazione del “Duncan Village”. Dopo la sua prima partecipazione alla Galerie Nordenhake di Berlino, nel 2002, il Duncan Village è stato esposto anche al Badischen Kunstverein di Karlsruhe ed all’Art Unlimited 2003 di Basilea. La quarta generazione di questo studio del Sudafrica è stata realizzata appositamente per la Galleria Museo di Bolzano.
Si tratta di una capanna che Marjetica Potrc aveva osservato in un progetto architettonico nel Duncan Village, East London, Sudafrica e che svela svariati aspetti come, p.e., la stretta collaborazione tra urbanisti e colonizzatori nella realizzazione di queste strutture, la fusione tra città formale ed informale, trasformando quest’opera in uno studio perfetto. Nell’ambito di questo progetto e di un programma di aiuti, la città di East London ha autorizzato la realizzazione nel Duncan Village di infrastrutture per l’acqua potabile, l’energia elettrica e le acque reflue affidando ai nuovi abitanti la responsabilità della costruzione, su libera iniziativa, delle loro abitazioni. Inoltre l’esposizione mostra svariati oggetti che, sulla base di una combinazione tra high-tech e low-tech, offrono soluzioni funzionali e creative al fine di semplificare la vita delle persone con espedienti elementari. Si potranno ammirare, inoltre, i lavori fotografici della serie “City States” e l’Urban Independent Web Project che farà una panoramica esaustiva di tutti i lavori dell’artista.

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Exhibiton view, Balkan Visions, 2003 Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

BALKAN VISIONS
6 Settembre - 11 Ottobre 2003

Mariela Gemisheva, Ivana Keser, Tanja Ostojic, Tome Adzievski, Erzen Shkololli, Anri Sala, Kristina Leko, Solomon Alexandru, Andrei Ujica, Athanasia Kyriakakos
A cura di Eda Cufer

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Cosa sono i Balcani? Dove sono i Balcani? Ma esistono veramente i Balcani? Non ci sono dubbi sull’esistenza dei Balcani. Tuttavia, le associazioni negative evocate da questa parola, insieme alla totale assenza d’unità politica e culturale, rendono questa regione più facilmente identificabile con uno stato mentale o una condizione culturale, piuttosto che con un punto sul mappamondo. I confini geografici, linguistici ed etnici dei Balcani sono sempre stati motivo di contestazione e quest’ambiguità nonché resistenza nel classificarli sono di fatto una delle prime caratteristiche di tale territorio. In un certo senso, i Balcani sono una regione decisamente meglio definita dell’Europa Centrale con un destino geo-politico quasi complementare, nel senso che entrambi condividono la presenza di uno spazio geo-politico indefinito e non delimitato, costituito da numerosi piccoli gruppi linguistici, nazioni e stati ai margini di nazioni, gruppi linguistici e civiltà più grandi, tra ovest ed est, tra cristiani e mussulmani, tra latini e arabi.

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Ognuno di noi ha una vaga idea del significato di “Balcani”. Se citiamo solo alcuni dei concetti usati più comunemente per definire i Balcani, la lista probabilmente includerebbe: un luogo di tensioni etniche, un luogo dove drammi antichi si ripetono in continuazione, un luogo i cui gli abitanti devono interagire cni pericolosi nemici al di là dei confini, un luogo ricco di problemi che rifiutano di essere risolti. Una miscela di caratteristiche orribili ed esotiche ha ossessionato i Balcani dal Medio Evo all’Evo Moderno e Post-moderno, dando origine ad un’immagine stereotipata fondata su un’ambiguità sostanziale che comprende aspetti positivi e romantici ma, nello stesso tempo, negativi e barbarici. Il vampiro, un essere eterno originario dei Balcani, sempre assetato di sangue e morte, simbolo del male supremo, ha inspirato molti scrittori e registi ed è protagonista di narrazioni estremamente interessanti in cui assume significati e qualità universali.

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Chi studia ed immagina i Balcani, deve riconoscere la complessità di un soggetto pregno di potenziali creativi, contraddizioni storiche e pregiudizi culturali, reso tristemente noto in tutto il mondo a causa della tragica guerra contro la ex Jugoslavia. Proprio questa miscela esplosiva di situazioni e potenziali, in Europa Occidentale, ma soprattutto nei paesi europei di lingua tedesca, che hanno dedicato ai Balcani numerosi eventi culturali, ha creato i presupposti per “scorgere nei Balcani” un nuovo fascino.

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

Exhibiton view, Balkan Visions, 2003

La mostra BALKAN VISION, che apre il 5 Settembre 2003 presso la Gallerie Museo Arge-Kunst di Bolzano, permetterà di immergersi brevemente nei misteri e negli eventi dei Balcani moderni, attraverso una serie di opere selezionate di dieci artisti e registi. ATHANASIA KYRIAKAKOS, nella serata inaugurale, sarà la protagonista di una //”Coffee performance” (show del caffè): ai visitatori, infatti, preparerà e servirà il vero caffè “turco” o “greco” e predirà il futuro, osservando i fondi di caffè, a coloro che sono interessati a conoscere il loro destino ed i suoi segreti, svelati da una professionista di quest’antica arte balcanica. L’attrice e stilista bulgara MARIELA GEMISHEVA accompagnerà l’osservatore all’interno della sua visione della moda e della femminilità, con uno stile mai visto prima nelle sfilate di moda italiane. La croata IVANA KESER esporrà la sua visione critica e spavalda sulla relatività dei confini tra civiltà cosiddette “barbare” e “civilizzate”. La serba TANJA OSTOJIC documenterà con un ciclo fotografico il suo lavoro radicale e provocatorio dal titolo “Looking for a husband with EU Passport” (Alla ricerca di un marito con passaporto europeo). La macedone //TOME ADIJEVSKI si occupa in modo critico dell’umanitarismo europeo durante le guerre nell’ex Jugoslavia. Il video di ANDREI UJICA è una testimonianza della caduta di Nicolae Ceaucescu in Romania. Il film di ANRI SALA //”Intervisa” presenterà una visione emotiva e del tutto personale del tentativo di un giovane artista albanese di trovare un compromesso con le idee politiche di sua madre, nell’Albania dittatoriale di Enver Hoxha. Il film di KRISTINA LEKO “Sarajevo International” ci narra la storia di quegli stranieri che per varie ragioni decisero di fermarsi a vivere a Sarajevo durante e dopo uno dei più cruenti massacri del 20° secolo. Se New York è tristemente nota per i senzatetto, Bucarest è famosa per i suoi cani randagi, le cui vite sono l’argomento toccante del film “Dog’s Life” (Vita da cani) dell’operatore cinematografico e regista rumeno ALEXANDRU SOLOMON. Infine, il montaggio //”Hey You” (Ehi, tu!) dell’artista cossovaro ERZEN SHKOLOLLI ci racconta con i versi e le immagini di una cantante popolare, la straziante storia dell’esodo del suo popolo. Tutte insieme, queste BALKAN VISION, vogliono dare vita ad un’immagine composita, che inviti i visitatori a considerare i Balcani non un mondo a sé stante, ma uno specchio dell’umanità, una fonte di archetipi e simboli che hanno dato e danno tutt’ora origine a città, guerre, esperimenti, idee e visioni, indipendentemente dai confini e dalle nazionalità. (Eda Cufer)

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Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003 Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003

MOLTITUDINI-SOLITUDINI
7 Giugno - 2 Agosto 2003

Pier Paolo Campanini, Absalon, Loris Cecchini, Marco De Luca, Flavio Favelli
A cura di Sergio Risaliti

Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003

Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003

Non una mostra a tema, ma un tema che possa aprire nuove ipotesi e pertanto una serie di opere, che attingono ad ambiti diversi, ma che alla fine possono essere condotte ad un comune denominatore così come possono essere suddivise in nuclei di significato: opere che si confrontano più prettamente con situazioni spaziali ed architettoniche e mettono in scena vere e proprie “cellule d’abitazione” che tematizzano un complesso scambio tra dentro e fuori, io e mondo, tra cui troviamo lavori di Pierpaolo Campanini, Loris Cecchini, Atelier Van Lieshout, Costa Vece, Andrea Zittel e i video di Absalon; il rapporto duro, a volte violento con gli altri nei video di Francis Alÿs così come nelle opere di Canevari; la solitudine tout court, vista come momento di estraniazione dalla realtà e di esperienza solipsistica diversamente affrontata da Marco De Luca, Armin Linke, Sabrina Mezzaqui e Luca Vitone; la solitudine in mezzo alla folla esperita da Hassan Khan, Kim Sooja, Marco Vaglieri e Cesare Pietroiusti, l’emarginazione come effetto della moltitudine nelle fotografie di Anri Sala e nei video di Melik Ohanian. La moltitudine come indispensabile fardello, come condizione di necessario arricchimento o semplicemente come stato di caos in Letizia Cariello, Lara Favaretto, Domenico Mangano e gli Stalker.

Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003

Exhibition view, Moltitudini-Solitudini, 2003

Come sfondo del progetto la città di Bolzano, incrocio di culture, culla di moltitudini, ma al contempo baluardo di solitudini. La mostra si snoderà tra le sale del Museo d’arte moderna e contemporanea di Bolzano, ma anche in diversi spazi della città come l’EURAC (Accademia Europea), Carambolage, la posta centrale, cortili interni, banche, aeroporto, università, piscina comunale).
Saranno presentate opere inedite a fianco di altre già realizzate di personalità sia nazionali che internazionali offrendo un articolato programma di video, fotografie, installazioni e pittura.
In occasione dell’inaugurazione avrà luogo una performance di Marcello Maloberti.

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Exhibition view, corporal ideas, 2003 Exhibition view, corporal ideas, 2003

IDEE CORPOREE
9 Maggio - 29 Maggio 2003

Urban Grünfelder, Anna Maria Innerhofer, Markus Delago
A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, corporal ideas, 2003

Exhibition view, corporal ideas, 2003

In occasione dell’inaugurazione della mostra Panorama nel vecchio edificio delle poste a Bolzano, l’ArGe Kunst Galleria Museo, nell’ambito di una mostra a tema, è lieta di presentare le opere di tre artisti altoatesini: Anna Maria Innerhofer, Urban Grünfelder e Markus Delago. Questa mostra vuole accostarsi ad un tema che nel 20° secolo è stato fonte di controversie artistiche e di discussione tra i sessi, ossia l’interesse nei confronti del corpo umano, il tentativo di esprimere verso l’esterno attraverso la superficie corporea una realtà psichica e sociale, l’analisi dei significati di immagine e rappresentazione, in senso più ampio, il dibattito sull’opera d’arte come rappresentazione del corpo. Il legame strutturale del corpo umano con l’immagine ha alle sue spalle un passato molto animato e discusso, che nel corso della storia dell’arte ha portato ai risultati ed alle forme più disparate, fino alla dissoluzione o alla distruzione dell’immagine come atto simbolico della distruzione del corpo, a partire dagli anni 60 del 20° secolo.

Exhibition view, corporal ideas, 2003

Exhibition view, corporal ideas, 2003

Tutti e tre gli artisti qui esposti si avvicinano a questi temi comuni anche se l’approccio di ognuno è visibilmente diverso. “Idee corporee” significa, da una parte, la rappresentazione del corpo fine a sé stessa, ma dall’altra, la rappresentazione di ciò che sta dietro alla superficie, ossia la realtà psichica e sociale, espressa dal corpo stesso. E proprio questo è il punto di cui si occupano i nostri tre artisti: il gioco con il visibile e l’invisibile, con il corpo e le sue idee, con la rappresentazione e l’immaginazione.

Exhibition view, corporal ideas, 2003

Exhibition view, corporal ideas, 2003

Urban Grünfelder è un pittore che raffigura le persone nella loro dimensione fisica e psichica. La sua esposizione si presenta con un trittico ad olio su tela di lino e 5 disegni. Le immagini mostrano persone, o meglio, ciò che noi definiremmo come il loro “logo”, il simbolo o la metafora dell’uomo, ossia contorni astratti, senza volto, senza possibilità di essere riconosciuti, senza i caratteri che ne determinino il sesso. I corpi sono ridotti e concentrati a mero colore. Grünfelder evita acribicamente qualsiasi gesto, qualsiasi carattere “personale”. Gli uomini di Urban Grünfelder colpiscono per la loro semplice complessità, per le loro forme, i loro colori e le loro superfici essenziali, attraverso le quali egli imprigiona i corpi in una realtà bidimensionale. La ricerca dell’essenziale è espressa dalla riduzione. Anna Maria Innerhofer, in un certo senso, si muove in direzione opposta. Il titolo della sua opera
“Die Fremde” (Gli stranieri) vuole descrivere la distanza che, però, nella sua opera si annulla da sola esprimendo esattamente il contrario. L’artista, infatti, permette all’osservatore di avvicinarsi a lei ed alle sue esperienza corporee e di comprendere profondamente il suo atto creativo radicale. Il lavoro presentato nella Galleria Museo, è una documentazione fotografica dell’opera “Die Fremde”, calco in cera del corpo dell’artista, nelle sue fasi di realizzazione
Anna Maria Innerhofer è la spaccatura tra percezione e percepito, la ricerca dell’ “Io” all’interno dei confini del proprio corpo. La domanda sulla percezione del corpo è legata inscindibilmente alla domanda sulla percezione dell’io. Markus Delago e il suo rapporto con il corpo si esprime soprattutto nel suo dedicarsi alle forme ed ai materiali, che egli cerca e trova nella natura e che poi, nelle sue opere, trasforma in oggetti superiori, generici ma ciò nonostante personali. Per la ricerca delle forme delle sue sculture non si basa sulle sue esperienze ma su fenomeni naturali, come p.e., i cristalli di neve e le formazioni rocciose. I materiali che egli utilizza sono derivati artificiali, prodotti dall’uomo, come il poliuretano espanso o il silicone che, da una parte, ricordano la distanza, l’imperfezione ma, nello stesso tempo, sono testimoni della loro origine naturale. L’uomo e la sua realtà sociale assumono un ruolo da non sottovalutare: le forme della natura nella fantasia dell’artista diventano la rappresentazione della collettività umana, dell’individuo e delle sue relazione nella società. Le opere di Delago, in questo senso, sono linee di confine dell’imperfezione o rappresentazioni della distanza tra l’uno e l’altro, esse descrivono gli spazi tra l’identità artificiale/morta e quella naturale/viva.

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Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003 Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003

THOMAS FEUERSTEIN – FIAT – INDIVIDUI RADICALI, COMPAGNI SOCIALI
15 Marzo - 16 Aprile 2003

Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003

Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003

Nella sua opera, l’artista tirolese Thomas Feuerstein (nato a Innsbruck nel 1968) si occupa del tema della mediatizzazione della realtà, dell’artificiosità del reale e del rapporto tra virtualità, medialità e realtà. Le opere d’arte di Feuerstein interrogano e interpretano gli interventi e le manipolazioni mediatiche e biotecnologiche come esercizi di costruzione dell’identità e della realtà. L’artista rileva l’oppressione sociale, la mediazione e gli artifizi, mettendo a confronti processi biologici e processi sociopolitici, e rende evidenti le interferenze tra politica e biologia, tra cultura e natura, tematizzando le strutture mediali del cosiddetto reale e le strutture biotopiche del cosiddetto naturale come connotazioni tra loro unite. Il titolo dell’esposizione, espressamente concepita per la Galleria Museo, fiat, da un lato fa riferimento alla parola latina “fiat”, tratta dal passo della Bibbia “fiat lux!” (“sia la luce”, Genesi 1,3), “che accada!” oppure anche “da trattare…“ (sulle prescrizioni mediche); dall’altro, alla casa automobilistica italiana FIAT. Il sottotitolo “individui radicali – compagni sociali” vuole rendere manifesto il rapporto tra fenomeni sociali e fenomeni biologici. L’esposizione si compone di diversi elementi combinati in maniera modulare, di un’opera murale grafica e di un video proiettato nel locale espositivo anteriore. Lo spazio espositivo retrostante della galleria presenta un concentrato del progetto “Biophily” sotto forma di “camera biofilista”, al centro della quale si trova la struttura “Plus ultra: L’artista quale Avatar #29“. fiat opera con l’ausilio di due metafore tratte dalla biologia, il corpo vegetativo dei funghi o micelio, quale simbolo dell’individuo radicale, e il sifonoforo, quale emblema di un meta-organismo sociale. L’opera “Leviathan”, che rappresenta un sifonoforo, si riferisce all’omonimo lavoro di Thomas Hobbes. Il corpo degli idrozoi, che in natura si compone di migliaia di polipi, nel “Leviathan” è formato da cristalli trasparenti, facendo esplicito riferimento alla più antica rappresentazione della società che la vede raffigurata come una rete cristallina: la rete della dea Indra. La società è concepita come una rete formata da una moltitudine di singoli cristalli sfaccettati. Solo grazie al reciproco gioco di riflessi l’individuo è in grado di risplendere nella lucentezza della collettività. L’opera “Micelio – individui radicali, compagni sociali” esibisce un bioreattore nel quale si sviluppa il tallo di un fungo. Il fungo agisce come individuo “radicale” che disgrega il suo ambiente in maniera parassitaria, sottoponendolo ad un processo di dissolvimento.

Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003

Exhibition view, Thomas Feuerstein, 2003

Il DVD FIAT (la cui presentazione avrà luogo l’11.04.03 alle ore 19) presenta un video che contiene interviste con sociologi e politologi e, prendendo spunto dall’attuale crisi del gruppo Fiat, parla di modernità e globalità. Oltre a temi sociopolitici, vengono affrontati anche argomenti tecnologici che, tra l’altro, prospettano una possibile autoevoluzione della tecnocultura, ponendo fiat in un contesto di vita generata tecnologicamente. Il sifonoforo tempestato di cristalli è stato sponsorizzato dalla ditta Swarovski, l’opera Micelio è nata in collaborazione con l’Istituto di Microbiologia dell’Università di Innsbruck, l’impianto “Plus ultra: L’artista quale Avatar #29” è stata concepita con il sostegno della Galleria E+K Thoman di Innsbruck.

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Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003 Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

OTHMAR PRENNER – IL GIRO DI VITE
24 Gennaio - 1 Marzo 2003

A cura di Sabine Gamper

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

In una mostra personale, la Galleria Museo presenta svariati nuovi lavori di quest’artista nell’ambito di una struttura studiata apposta per gli spazi disponibili nelle sale espositive. Il tema centrale di Prenner è „Il Mulino“, un soggetto del quale l’artista si sta occupando già da qualche tempo. La prima sala della galleria è quasi completamente occupata da un mulino, nel cui interno 2 macine frantumano chicchi di grano formando, per tutta la durata dell’esposizione, due cumuli bianchi di farina. La seconda sala della galleria ospita un’apparecchiatura video composta da due proiettori le cui immagini si specchiano frontalmente a vicenda.

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

Con un ritmo estremamente rallentato e delle riprese ingrandite all’inverosimile viene ripreso il tema principale rappresentato attraverso la persona e l’attività del mugnaio. Il lavoro di Othmar Prenner offre lo spunto per una discussione su un tema che, da una parte, gioca un ruolo profondo nel subconscio collettivo e che, dall’altra, assume un’importanza fondamentale in rapporto con la nostra quotidianità: l’eterna spirale del tempo che trascorre e del divenire, espressi dal movimento rotatorio continuo di un mulino. Spesso si pensa che un mulino fabbricato in legno e granito si possa vedere solo in un museo di antichità. La sua estetica arcaica c’ispira spesso sentimenti nostalgici che riconducono i nostri pensieri al passato. Questo è stato determinante per le credenze e lo spirito popolare che lo hanno così ripreso in numerose canzoni, canti folcloristici, nella lirica, nei romanzi e nei film. L’atmosfera che si coglie nelle poesie che hanno come tema il mulino può essere romantica, malinconica, felice, profonda, fantasiosa, cervellotica, ecc. Esso è diventato il modello dell’umana natura, liberata dalla sua caducità, trasformando qualcosa di mistico.

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

Exhibiton view, Othmar Prenner, 2003

Oggi come in passato i cicli di lavoro determinano la nostra quotidianità. Tutto sommato, il mulino è stata la prima macchina che ha semplificato la vita di numerose persone. La macinatura era in origine un’attività eseguita in prevalenza da donne. L’azionamento del mulino era legato ad un duro lavoro fisico, tanto che quest’attività era spesso associata alla schiavitù dove la sofferenza era simboleggiata dall’eterna spirale del tempo che trascorre e del divenire, espressi dal movimento rotatorio continuo di un mulino. In questo rapporto associativo, il mulino rappresenta anche il ciclo eterno nel quale la continuità è legata al ritorno dei medesimi vissuti. In senso figurato esso non si ferma mai, ma prosegue il suo ciclo immutato di esistenza in esistenza, trasformando ogni giorno in quotidianità. Ogni uomo crea nella sua anima non solo un mondo interiore ma anche un mondo del futuro, nuovo e reale nel quale egli desidera cambiare la sua situazione attuale e realizzare un mondo migliore. Oggi non abbiamo più i mulini che ci ricordano un’incommensurabile esistenza all’insegna del divenire e del trascorrere del tempo, che riempie di senso e da una giusta dimensione alla nostra quotidianità. Ognuno deve ricercare da solo momenti pregni di significato. Prenner non tratta il tema del mulino solo a livello di mito. L’eterna spirale del tempo che trascorre e del divenire, espressi dal movimento rotatorio continuo di un mulino, offre associazioni con il passato, il presente ed il futuro. In questa prospettiva, l’artista ci vuole dimostrare che il mulino è uno specchio della consapevolezza riflessa sulla nostra natura umana, suscitando quindi un senso estetico.

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Olgiati

IDEE
15 Novembre - 8 Gennaio 2003

Valerio Olgiati
A cura di Christoph Mayr Fingerle

Architettura tra ordine ed arbitrio. Proseguendo la serie di mostre su “L’architettura dei Paesi confinanti”, dopo la mostra sugli architetti tirolesi Norbert Fritz e Rainer Köberl (1997) e la quarta edizione del Vorarlberger Hypo – Bauherrenpreis (2001), l’Ar/Ge Kunst propone una personale di Valerio Olgiati, un architetto dei Grigioni. La famiglia Olgiati è originaria di Flims, una cittadina che dista circa venti chilometri da Coira, dove il padre Rudolf ha esercitato il mestiere di architetto fino al 1994, influenzando decisamente l’architettura moderna nei Grigioni. Valerio Olgiati, nato nel 1958, si è imposto di recente sulla scena architettonica internazionale soprattutto attraverso due progetti: la scuola di Paspels nel 1998 e “Das Gelbe Haus” a Flims nel 1999. Questi edifici hanno ottenuto diversi riconoscimenti, tra gli altri nell’ambito di “Architettura contemporanea alpina, 1999”, il Premio di Architettura di Sesto, l’”Architekturpreis Beton – 2001” e una segnalazione di “Gute Bauten Kanton Graubünden – 2001”. La mostra dal titolo bilingue “idee” pone l’idea ed il principio informatore al centro dell’attenzione. Valerio Olgiati non deriva i progetti dal disegno, bensì essi vengono definiti concettualmente e poi concepiti direttamente al computer. Non gli interessano tanto gli aspetti scultorei e figurativi dell´architettura, né il significato particolare del materiale e delle superfici, quanto i nessi strutturali ed i principi generali, indipendentemente da correnti di stile e dal gusto comune. “Preferisco decidere i parametri in modo tale che definiscano in larga misura il progetto. Se li dispongo in forma strategica, si presenta sempre una strada per arrivare ad un progetto. Per modo di dire, faccio nascere una casa da sola sotto l’influsso di questi fattori di condizionamento. Il progetto non mi deve piacere dal punto di vista formale: io lo devo trovare il più corretto possibile dal punto di vista del contenuto. E per arrivare fin lì la strada è lunga.” Un altro aspetto particolare nel lavoro progettuale dell’architetto è la presenza di fratture e scostamenti che spogliano i suoi lavori di qualsiasi carattere accademico. “Infrangere la regola è un colpo di mano che fa apparire sotto una luce nuova quanto si conosceva fino ad allora. Solo quando esco da una cornice comincio a pensare. E’ una questione d’istinto. L’infrazione infine è anche una forma di composizione. Quando le cose restano assolutamente nella regola, allora viene a mancare molto. La situazione comincia a farsi interessante quando un edificio rappresenta cose che non si possono spiegare. Nasce per così dire una sorta di evento metafisico. Se un pensiero oppure un’azione non si fanno decifrare oppure anche soltanto seguire fino in fondo, allora un edificio resta magico per chi vi abita o per chi lo osserva. Questa deformazione, una specie di mutazione, è arbitraria ed è priva di qualsiasi logica. Attraverso questo gesto nascono magnifici spazi modellati. E proprio qui, nella tensione tra ordine ed arbitrio si manifesta la mia capacità di operare la scelta ‘giusta’. L’architettura è una disciplina dalle regole proprie. Il suo materiale grezzo per me ha a che fare più con la matematica che con la fenomenologia.” Queste intenzioni vengono visualizzate in mostra attraverso fotografie, proiezioni, disegni al computer e plastici.

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Exhibiton view, Das Land, 2002 Exhibiton view, Das Land, 2002

MANFRED WILLMANN – DAS LAND
26 Settembre - 26 Ottobre 2002

Exhibiton view, Das Land, 2002

Exhibiton view, Das Land, 2002

La Galleria Museo Arge Kunst espone 33 fotografie facenti parte del ciclo di opere “Das Land”, concepito nel 1991. Queste fotografie estremamente intense e suggestive mostrano una visione intima della natura e della vita nella Weststeiermark meridionale, al confine con la Slovenia. Questa regione viene chiamata dai suoi abitanti, appunto, “Das Land” (la terra). Le immagini di Willmann evocano la spiritualità e la bellezza di questa zona rurale con un tono del tutto personale, quasi in forma di diario, offrendo a tratti uno sguardo intimo nelle scene private e pubbliche della vita del paese.
Già dal 1980, per l’artista “Das Land” era un modo per scoprire quella terra, per entrare in contatto con le famiglie, conoscerne il lavoro, le case, gli amici. L’opera di Willmann è un connubio d’immagini marcatamente sensuali ed elementi razionali. I suoi temi sono sia l’uomo e la sua vita, sia la natura in tutti i suoi aspetti. Willmann vuole spingersi ai confini dell’espressione, rappresentando i dolori e le gioie di questo mondo. Gli accenni alla natura non sono mai così severi da svelarne la sensibilità (la caducità). Egli raffigura le cose molto più armoniose o molto più grottesche di quanto siano in realtà. Le sue fotografie raccontano la vera essenza della vita: la crescita, la fioritura, i frutti, il freddo, l’amore, l’uccidere e l’essere uccisi e non le “noiose storie di giorni gloriosi”.

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Exhibiton view, to actuality, Ward Shelley, 2002 Exhibiton view, to actuality, Ward Shelley, 2002

TO ACTUALITY … WORK IN PROCESS
28 Maggio - 31 Luglio 2002

Lucy Orta , Carolina Caycedo, Kendell Geers, Martin Creed, Michael Kienzer, N55, Martin Walde, Ward Shelley, Yane Calovski, Yvonne Dröge Wendel, Walter Niedermayr
A cura di Maia Damianovic

Exhibiton view, to actuality, Carolina Caycedo, 2002

Exhibiton view, to actuality, Carolina Caycedo, 2002

To Actuality si sottrae a forme mediate della rappresentazione, per esplorare la possibilità di un’arte intesa come effettualità più direttamente legata alle diverse esperienze e realtà della vita, esistenti in un ambiente urbano. Il progetto propone varie posizioni artistiche, che cercano di attivare un rapporto esperienziale diretto con il loro pubblico: per arrivare a comunicare, coloro che prendono parte a To Actuality vanno alla ricerca delle possibilità alternative per l’arte, possibilità che esistono accanto ma anche oltre presupposti retinici, estetici e testuali.

Exhibiton view, Lucy Orta, 2002

Exhibiton view, Lucy Orta, 2002

Per quanto piuttosto disparate, le opere presenti in To Actuality aspirano ad entrare in rapporto ravvicinato con le situazioni sociali, culturali e politiche di Bozen/Bolzano. L’opera d’arte troverà posto in diversi luoghi, interni ed esterni, della città, e comprenderà sia infrastrutture già esistenti che situazioni create specificamente per il progetto. In tale modo, To Actuality spera di offrire agli uditori più diversi delle opportunità per avere un’esperienza diretta dell’arte contemporanea. Nel corso del suo svolgimento, il lavoro in questo progetto rafforza il legame tra arte e vita, ricordandoci che l’arte esiste perché la realtà non ci annienti.

 Exhibiton view, to actuality, Yane Calovski, 2002


Exhibiton view, to actuality, Yane Calovski, 2002

Le pratiche performative in To Actuality hanno a che fare meno con l’elemento metaforico o mitopoietico, o la trasmissione di un “significato più profondo”, che con una presa strumentale del rapporto tra pubblico ed opera d’arte in termini emotivi e critici, e più concreti, all’interno di un ampio ambito urbano. Di conseguenza, To Actuality fornisce modalità nuove per esperire l’arte come qualcosa che riguarda la promozione dell’agire.

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Exhibiton view, Hamburg-Bozen, 2002 Exhibiton view, Hamburg-Bozen, 2002

AMBURGO-BOLZANO – SPAZI FAMILIARI
11 Aprile - 19 Maggio 2002

Matthias Berthold, Till F.E.Haupt, Philipp Schewe
A cura di Sabine Gamper Letizia Ragaglia Anne-Marie Melster

Exhibiton view, Hamburg-Bozen, 2002

Exhibiton view, Hamburg-Bozen, 2002

Arte giovane ad Amburgo. La mostra riunisce i diversi media di una generazione artistica, non soltanto per offrire uno spaccato degli avvenimenti artistici recenti, quanto soprattutto per intrecciare comprensione estetica e ricerca razionale. Lo spaccato delle posizioni converge nel concetto dello spazio. Lo spettatore trova qui spazi spirituali del pensiero, spazi di configurazione della vita, del paesaggio, del corpo, del ricordo, spazi privati e virtuali. In considerazione dell’intenso confronto artistico degli ultimi anni con la cosiddetta società cibernetica, in questa mostra l’accento è intenzionalmente caduto su una molteplicità di forme espressive, che comprendono la fotografia ed il video, ma al tempo stesso consentono e anzi esigono un contatto sensibile ed aptico. Lo spettatore partecipa nel processo espositivo, diviene parte delle opere d’arte. In diverse dimensioni e pretese sensoriali egli viene obbligato ad appropriarsi della singola opera nel senso di Pierre Bourdieu: “L’opera d’arte nel senso di un bene simbolico, e non tanto economico (laddove essa può essere anche questo), esiste in quanto tale soltanto per coloro che possiedono gli strumenti per farla propria, e ciò vale a dire per decifrarla.” Ad Amburgo è percepibile un movimento che conduce i giovani artisti verso spazi privati, sensibilmente afferrabili. Si sperimenta con arguzia ed ironia, con materiali plastici e colori violenti, in mondi della fantasia. Ne scaturiscono ambiti figurativi che gli artisti scoprono riflettendo sui propri mondi onirici personali. Essi creano spazi di configurazione della vita, ideali e virtuali, allorchè si confrontano in modo autocritico con i loro corpi, ricordi, sentimenti, ed il loro intelletto. Il bisogno di estetica e di una sensualità privata, di protezione e sicurezza è oggi un segno di rottura sin troppo presente nella nostra società. In epoche di esaltazione virtuale, di sovraccarico mediatico, acquistano nuova importanza gli spazi intimi, nei quali l’individuo possa ritirarsi ed esaudire il suo bisogno di intimità e familiarità. In questa mostra lo spettatore trova in diversi luoghi la possibilità di immergersi in simili rifugi mentali ed intellettuali, creati dagli artisti. La mostra non offre soltanto spazi vitali riflessi o costruiti, ma presenta anche delle possibilità per la vita del futuro, a condizione che lo spettatore stabilisca un rapporto con tali costruzioni intellettuali e condivida il gioco dei condizionamenti culturali. L’uomo senza luogo, trasformatosi egli stesso in “luogo delle immagini”, come Hans Belting descrive , viene qui privato in senso specifico della sua atopia, e calato in un processo originante, dell’arte e dell’appartenenza associativa.
Non è forse l’uomo, inseguito dai mondi virtuali e sottoposto alla paura generata da eventi drammatici, alla ricerca di una nuova concettualità emotiva, di una ridefinizione del nostro sistema di valori, di un vincolo stabile nel senso più ampio? Nella ricerca di nuovi spazi per la configurazione della vita lo sguardo si rivolge infine ancora una volta verso la dimensione privata. Matthias Berthold estrania, aggiungendo delle istruzioni, i monocromi schemi di pensiero, ostacola il funzionamento degli oggetti d’uso quotidiano, mette in formula la manifestazione dell’assurdo, crea prototipi di luoghi abitativi che pongono altissime esigenze ai loro abitanti, realizza e spaccia il definitivo utensile universale, forma con la carta e la sabbia una lampadina realmente funzionante. L’ironia presente nelle sue opere, che pone in discussione le abitudini di ogni giorno, fa sì che lo spettatore si soffermi su di esse, laddove egli scoprirà soltanto al secondo o al terzo sguardo la pluralità di strati ed il carattere recondito della sua critica sociale. Il messaggio contenutistico delle sue opere in genere si offre all’esperienza soltanto alla fine di un percorso indiretto, cosa che pone particolari esigenze allo spettatore e lo colloca in un contesto intellettuale creato dall’artista. Il punto di partenza delle opere di Anna Gujónsdóttir è la ricezione dell’immagine del paesaggio. Il centro del suo lavoro è costituito dalle diverse forme di avvicinamento alla natura che si sta ricercando. Questo avvicinamento, determinato dalla percezione mediatizzata, viene trasposto in primo luogo in dipinti, ma anche in oggetti, fotografie e installazioni, e presenta così una documentazione e incarnazione del modo in cui cogliamo la natura. Le sue installazioni composte da collezioni di pietre, disegni, grafiche e fotografie ricordano le Wunderkammer del ’500. Anche lei colleziona oggetti per farsi una immagine del mondo e del rapporto tra uomo e natura. Ai materiali raccolti viene sottratto l’originario contesto funzionale, in modo da permettere una nuova interpretazione. Le sue tavole, i suoi schizzi paesaggistici, studi di piante e riprese in dettaglio, rimandano in quanto collages artistici e materiali scientifici illustrativi ai procedimenti dei musei di scienze naturali. Il paesaggio diviene uno spazio immaginativo, che nel corso della visita da parte dello spettatore diventa parte di una messa in scena, nella quale sono presentate le differenze culturali e il modo in cui l’uomo stabilisce un rapporto con la natura. Per quanto impieghino una tecnica ricca di tradizione, gli psichedelici quadri ad olio di Christian Hahn contengono tuttavia messaggi estraniati. Associazioni apparentemente familiari confondono lo spettatore. Se egli si chiede in seconda intenzione quali siano i veri soggetti, arriverà a stabilire che gli elementi presentati sono formazioni fantastiche, che connotano soltanto un valore di riconoscimento. La fascinazione generata dai dipinti di grande formato non dipende solo dal loro gaio trattamento coloristico, ma i motivi, che ricordano animazioni per computer, fanno scaturire una pluralità di dimensioni, dove lo spettatore minaccia di perdersi. L’artista crea mondi che si aprono sì allo spettatore, ma non gli si rivelano. Occorre riempire le immagini di significato, ritrovando in esse i diversi livelli di realtà in cui noi viviamo. La pittura di Hahn è caratterizzata dalla contrapposizione di elementi organici, plastici e disegnativi. Nella loro dinamica specifica, le pitture suggeriscono al medesimo tempo attrazione e distanza. Uno dei temi artistici di Till F. E. Haupt è il movimento ciclico nello spazio, che egli restituisce per mezzo di documentazioni di viaggio. Distendendo le mappe della regione di volta in volta visitata, egli le ridipinge, tra le altre cose, con rappresentazioni del percorso intrapreso. Nella ridipintura i paesaggi conosciuti vengono messi a fuoco, mentre i luoghi non visitati recedono sullo sfondo. Parte integrante di questi quadri sono taccuini di viaggio e fotografie, che debbono documentare il decorso e ciò che si è vissuto. Un ulteriore motivo artistico di Till F. E. Haupt è il modo che egli possiede, creativo ed in tal senso inusuale, di far fronte alla vita. Una collezione di materiali che presenta tale intenzione è fondamento per l’idea di una configurazione che riguarda la vita pratica: essa comprende luoghi d’abitazione, di lavoro e attività, così come la posizione ed il modo di vita. L’artista pone in discussione con arguzia ed ironia i ben rodati schemi di pensiero dell’uomo civilizzato, offrendo delle possibilità di soluzione e nuove forme di scambio comunicativo, ad esempio mediante un “allenamento alla creatività”, reso accessibile al fruitore d’arte in una performance sociale.
Nei suo quadri apparentemente ingenui, Gunilla Jähnichen rappresenta mondi onirici. La protagonista dei dipinti suscita associazioni di idee che richiamano l’infanzia, rappresentazioni di mondi infantili. Gli esseri simili ad infanti qui presentati sviluppano nello spettatore un istinto protettivo, ci si sente riportati all’intenso mondo dell’infanzia. Ma dall’altra le figure, di effetto stereotipico in parte, giocano con rappresentazioni di potere e violenza, in contrasto con l’immagine del grazioso. L’uomo, nella veste dell’ attore principale, e la bestia ed il mostro quale suo antagonista, vengono contrapposti in quadri acrilici di grande formato, in modo da generare situazioni narrative simili a quelle delle fiabe. L’intento di questi lavori consiste nella costituzione dell’io, che avviene con l’assunzione di quei ruoli che s’incontrano nelle situazioni di ogni giorno, nella forma di clichées socialmente determinati. Sono quei clichées che queste opere infrangono, grazie alla loro ironia. Scorrerie attaverso il deserto industriale del Freihafen (porto libero) di Amburgo. Thomas Jehnert pone le emergenti figure in legno a grandezza naturale in rapporto con il luogo di provenienza del materiale. Esso offre all’artista uno spazio atmosferico, nel quale nasce già l’idea dell’immagine. Il contrasto tra luogo d’origine, in genere il Freihafen di Amburgo, e risultato artistico fa sorgere una tensione che avvince lo spettatore. L’elaborazione del legno è un aspetto centrale del contenuto. La sega a motore, l’ascia, il fuoco, il legno e l’effetto delle intemperie generano il nuovo per via di distruzione. E’ immanente a questo processo un equilibrio tra la protesta fisica e la distruzione della materia. Ne scaturiscono non soltanto figure erette, consapevoli di se stesse e dotate di un proprio carattere, ma anche immagini frammentarie, tracce di un processo di elaborazione avvenuto in precedenza. Questi lavori traspongono sentimenti pieni di tensione interiore e di aggressività. Essi si trasformano in un’immagine, cosa che implica l’espressione della distruzione, ma divengono però al tempo stesso simbolo di un profondo legame con la natura, che li ha prodotti. Questi cosiddetti quadri del corpo mediano la controversia tra virtualità e presenza corporea. Si pone il problema della rilevanza o irrilevanza del corpo umano; non è forse il corpo umano un ostacolo, nell’epoca del Cyberspace e della robotica? O le figure scaturiscono invece da questo duello, quale segno di autoaffermazione in un mondo impazzito? A questo mondo si contrappongono le figure, che dicono: questo corpo è una dimora, misero, nudo e vulnerabile. E tuttavia, il protagonista della rappresentazione rimane una stabile parte costitutiva della natura. Dove potrà abitare uno spirito, se il corpo non serve più a niente? I lavori di Birgit Lindemann, che interagiscono nelle tre dimensioni, riproducono il confronto tra spazio e corporeità. Lo spettatore può avere un approccio plastico alle opere, muoversi al loro interno, esaminarle, toccarle. L’esperienza visiva viene collegata al vissuto corporeo. La relazione reciproca rafforza la coscienza del proprio corpo nello spazio, e quale parte dell’opera d’arte. Con il movimento, lo spettatore ha un immediato influsso sulle opere e la loro percezione. Le diversificate facce del materiale, rispetto alla trasparenza e lo spessore, riflettono la trama molecolare della vita. Le proprietà e l’elaborazione del materiale comunicano al tempo stesso peso e leggerezza, gravità e assenza di peso. Birgit Lindemann combina serigrafia e materia. L’artista unisce ai ritratti dei testi, in parte di propria mano, in parte tratti da opere letterarie. Essa riprende però anche lettere e dichiarazioni delle persone rappresentate. I testi restituiscono ricordi e pensieri dell’artista e di altri, pensieri che si riferiscono sia al piano privato che a quello politico. La sovrapposizione di griglie a più livelli, e la contemplazione da punti di vista differenti, in generale come nel particolare, conducono in ogni caso ad una riflessione su stessi, che genera una presa di distanza. Suzanne Reizlein progetta e modella installazioni, usando soprattutto la proiezione di diapositive ed il video, che fanno entrare lo spettatore nell’opera. Essa crea punti di contatto tra lo spettatore e l’opera, che costruiscono sia in senso formale che contenutistico un confronto dialettico tra interno ed esterno. La vita interiore e gli influssi esterni vengono posti in contesto, nel momento in cui gli stati d’animo, i sentimenti e le finzioni vengono posti in relazione alla società. L’elemento immateriale delle proiezioni, la nascita di un momento magico, sono aspetti centrali che fanno dello spettatore una parte dell’installazione. Una importante parte costitutiva delle opere sono le determinatezze locali e situazionali, poiché l’artista considera il momento della contemplazione nello specifico contesto espositivo la cerniera tra spazio pubblico e privato. L’enunciato centrale dei lavori di Philipp Schewe è l’uomo in quanto cacciatore e raccoglitore. Egli compone in spazi costruiti fotografie, riprese video, performance e anche arte oggettuale, sino a diventare installazioni in cui sono riflesse le più diverse situazioni della vita di ogni giorno. La ricostruzione e rivalorizzazione dei fenomeni individuali e degli eventi personali deve illustrare i desideri dell’uomo e il fallimento dei sogni. La disponibilità a mettersi completamente a nudo, illustrata nella forma dei tentativi dell’artista, è un mezzo prototipico per rendere possibile la messa in discussione della propria persona e rappresentarla allo spettatore.
Ritagli ingranditi di buste di plastica sono al momento attuale il punto d’avvio ed il nucleo generativo delle opere di Sebastian Zarius. L’artista considera questi “dipinti” strappati al mondo del poletilene dei quadri autonomi, che talora ricordano la loro origine per le combinazioni cromatiche ad esempio, ma che però non possono essere riconosciuti come tali, ma solo presagiti a livello associativo. Pensando alla pittura ed al minimalismo, ma anche alla ricostruzione di reperti archeologici, l’artista traspone immagini nel mondo dell’arte, a partire dai mondi cromatici e formali del quotidiano. Questa tecnica produce un cosmo che porta con sé un’alluvione d’immagini, apparentemente interminabile. E’ un microcosmo preso in prestito, fatto di estratti, il punto di partenza e la fonte per lo spettatore di infinite possibilità associative, nelle quali egli non deve tuttavia necessariamente perdersi, ma potrà ben trovare la sua nicchia personale. In una parte del suo lavoro scultoreo l’artista si serve, tra le altre cose, della trasparenza di un materiale. Paraffina, racchiusa da listelli di legno laccati di bianco e in parte colorata, forma “aste di cera” trasparenti che per la trasparenza appunto, il colore e la forma ricordano tubi al neon, e che possono essere installate in gruppi ma anche individualmente, in senso oggettuale o in relazione con spazio ambientale. (Anne Marie Melster, Amburgo)

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Exhibition view, Another Swiss version, 2002 Exhibition view, Another Swiss version, 2002

ANOTHER SWISS VERSION
25 Gennaio - 16 Marzo 2002

Stefan Altenburger, Philippe Schwinger, Bohdan Stehlik, Beat Streuli, Frédéric Moser, Jörg Lenzlinger, Myk Henry, Emmanuelle Antille, Szuper Gallery
A cura di Simon Lamuniére Jerome Leuba

Exhibition view, Another Swiss version, 2002

Exhibition view, Another Swiss version, 2002

“L’uomo – scriveva Mario Vargas Llosa – è un essere mutilato e condannato a vivere una vita sola, ma la finzione può donargli l’illusione di desiderarne altre mille”. In effetti, saper distinguere tra la finzione e la realtà, e riuscire a percorrere quel guado cangiante ed incerto dove cessa il vero e comincia l’invenzione, è stato, a parere di molti, una delle costanti piú recondite ma anche piú ricorrenti del secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. Ed è proprio su quest’angusto spartiacque che si dipana la mostra attualmente allestita dalla Galleria Museo di Bolzano, “Another Swiss Version”, dedicata ad una serie di recenti opere d’arte video provenienti dalla Svizzera. Se c’è una cosa, infatti, che il ventesimo secolo ha dimostrato in modo inequivocabile, è proprio che non può piú esistere una demarcazione netta tra la finzione e la realtà. Quante volte, ad esempio, anche le immagini d’uso piú banali ci vengono proposte piú o meno impercettibilmente abbellite, corrette, integrate o alterate con ritocchi ormai invisibili, ma lasciando che i flutti languenti dei desideri sciabordino sull’arenile della realtà? E quante volte, invece, è il mondo reale ad invadere i meandri fantastici della finzione? Oggigiorno, è sempre piú raro che un film esca dalle fabbriche dei sogni senza l’implicito marchio che “ogni riferimento a personaggi reali è voluto e per nulla casuale”, e ormai l’altalenarsi ironico delle molte realtà possibili scandisce come un pendolo tutta la nostra esistenza.
Ma dove comincia, allora, questa fantomatica zona grigia che separa desiderio e realtà? Dove cessa l’osservazione per cedere il passo all’interpretazione? Il curatore svizzero della mostra, Simon Lamunière, ha selezionato alcune opere attuali d’arte video svizzere, cercando proprio di individuare l’inizio e la fine di quest’affascinante quanto improbabile limbo. Varcando la soglia della Galleria Museo, infatti, il visitatore si ritrova proiettato in una sala d’attesa non molto diversa da quella di un aeroporto o una stazione delle corriere, anzi, una vera e propria fermata, una bolla immaginaria in cui il tempo rallenta e si arresta, racchiudendo in sé le opere d’arte esposte. E subito si è avvinti dal dubbio martellante ed insolubile su cui gravita la mostra: le storie, infatti, hanno sempre un inizio e una fine, e come tali già diventano finzione, ma un video è raro che narri delle vicende compiute, apparendoci semmai come qualcosa “senza tempo”. Ecco perché ciascuno di noi non può che calarsi in una situazione, osservare un’immagine o una sequenza, e “quando si allontana, l’immagine è ancora lí, sicché è l’osservatore a decidere in quale momento l’immagine inizia e finisce.” (Lamunière) Un esponente d’indubbio rilievo di questo vacillare funambolico tra osservazione ed interpretazione è Beat Streuli, classe 1957, che nella sua opera “Kids Playground”, realizzata nel 1995, riprende dei bambini intenti a giocare, o meglio, dei bambini che si può ritenere che giochino, visto che è il visitatore ad integrare ciò che osserva con la propria interpretazione personale.
Un altro esempio significativo è Miy Henry (1965), divenuto famoso grazie alle fotografie istantanee con cui descrive la vita quotidiana. Fedele alla sua impostazione documentaristica, anche in questa mostra propone un’opera d’arte video realizzata a mo’ d’esperimento in tre metropoli europee – Praga, Berlino e Ginevra – dove attraversa strade trafficate lasciando cadere a terra dei fogli di carta, per poi raccoglierli con ostentata lentezza. Nel suo video, l’autore documenta le reazioni degli astanti, per esempio dell’autista di un tram costretto a fermarsi per aspettarlo dopo essere transitato davanti ad un cartello con la scritta “what is five minutes of your time? “.

Exhibition view, Another Swiss version, 2002

Exhibition view, Another Swiss version, 2002

La coppia Philippe Schwinger (1961) e Frédéric Moser (1966) si spinge oltre nel proprio cammino verso la finzione, proponendo delle sequenze filmate artificiali in cui gli attori tengono in mano delle armi prendendo la mira, o si muovono su moduli scenici simili a quelli di un thriller, sullo sfondo di un galoppatoio. Ma è una sequenza la cui logica non scaturisce da una vicenda da narrare, ma semmai ci viene proposta con una trama frammentata che lasci aperte una serie d’intercapedini in cui s’insinua l’interpretazione del visitatore.
Anche il trio Szuper Gallery fa leva sugli automatismi mentali che inducono l’osservatore a voler ricostruire storie compiute da singole frequenze. I tre artisti, infatti, muovendosi tra i capannoni e gli uffici di un edificio industriale londinese, attraversano corridoi e sale conferenze, fanno apparire e scomparire porte a vetro, schermi, banchi di ricevimento e una serie d’oggetti che, pur in assenza dell’uomo, evocano una propria funzione. Finché, ad un certo punto e senza motivo apparente, si scorge un corpo umano riverso per terra …
Una giovane ma ormai consolidata promessa della scena artistica svizzera è Emmanuelle Antille, che nella sua opera “In would’nt it be nice” (1999), si sofferma sui rapporti umani e i loro risvolti piú inquietanti. In uno stile da ripresa amatoriale, con movimenti delle telecamera lineari ed un montaggio dal sapore quantomeno ingenuo, l’artista si immerge nella quotidianità di una famiglia normale (per la cronaca, la propria), con la figlia che torna a casa, mangia coi genitori, si ritira in camera sua e cosí via. Ma sulla quiete apparente del manage domestico pesa una tensione palpabile quanto spiacevole, perfino fisica, tra madre e figlia, e senza mai darne una rappresentazione esplicita, l’autrice fa affiorare lo spettro incombente di un pericolo incognito, quant’anche abissale. Eppure, anche qui il solo e vero interprete delle scene proposte altri non è che l’osservatore.
Jörg Lenzinger , anch’egli esponente affermato tra i giovani artisti svizzeri, decide di far recitare tre oggetti, nella fattispecie dei telecomandi incandescenti, in una raffigurazione estetica allegramente colorata e mediata dal gusto estetico piú pacchiano.
Le foto di Bohdan Stehlik infine, indicano parchi o zone periferiche urbane, leggermente modificate, p. es. con tracce di gomma o elementi di luce. Le opere esposte assomigliano ai manifesti delle agenzie di viaggio. Proseguendo nella sala posteriore della Galleria, il visitatore esce dalla sala d’attesa in cui era stato risucchiato, per assistere ad un filmato digitale di Stefan Altenburger (1968). Grazie ad un simulatore di volo programmato sulla circumnavigazione terrestre, il calcolatore rielabora costantemente nuove immagini del Pianeta viste da un’ipotetica cabina di pilotaggio. Il punto di partenza di questa rotta infinita è Ginevra, ma anche Bolzano si scopre ad una manciata di miglia da quest’orbita virtuale

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Exhibiton view, architecture Vorarlberg, 2001 Exhibiton view, architecture Vorarlberg, 2001

L’ARCHITETTURA DEL VORARLBERG
9 Novembre - 5 Gennaio 2002

A cura di Christoph Mayr Fingerle Wolfgang Ritsch

Se negli ultimi decenni il concetto di „Nuova architettura alpina“ è divenuto una sorta di marchio di qualità, il merito è soprattutto dei tanti architetti che, vivendo e operando nel territorio alpino, non hanno voluto né piegarsi a scelte obbligate, né rincorrere pedissequamente le mode internazionali o metropolitane, preferendo invece porre al centro del dibattito e della propria unicità un fattore determinante: la sensibilità nel rapporto col paesaggio. Un paesaggio, peraltro, da non intendersi come un mero insieme di alberi, monti, corsi d’acqua e quant’altro rientra nella sua accezione convenzionale, ma piuttosto come un’interazione secolare tra natura e cultura, quella stessa interazione da cui scaturisce la capacità di costruire cogliendo le caratteristiche inconfondibili e peculiari di un luogo. Ecco perché un paesaggio è come un corpo umano: vulnerabile, ma anche frutto di una serie di funzioni e interazioni reciproche tra i suoi organi vitali, e quindi destinato a morte certa anche quando uno solo di questi organi è compromesso. Intorno a noi, nel paesaggio in cui viviamo, si stendono reti di comunicazione per nulla dissimili dai nostri vasi sanguigni, con alcune componenti sostituibili, e altre invece che non lo sono. Ebbene, la capacità di un architetto sensibile è come quella del medico che non recide tutto subito, ma preferisce esaminare un organismo nella sua interezza, anche a costo di andare decisamente controcorrente in un’epoca come la nostra. Il piú delle volte, infatti, si finisce per stagliuzzare il territorio in lungo e in largo, tanto che quella struttura cosí variegata e complessa che qui per semplicità chiamiamo paesaggio ci appare piuttosto come una salma che giace esanime, benché non ancora sepolta, e ignorata da buona parte dei suoi abitanti che tuttavia ne subiscono in pieno le emanazioni venefiche. Non stupisce, dunque, che l’architettura contemporanea del Vorarlberg indossi ai nostri occhi questa veste cosí innovativa, talora anche assai ardita, senza però diventare mai irresponsabile. In questa regione austriaca, di esempi di architettura di qualità, bella e al tempo stesso razionale, ce ne sono davvero tanti, dagli edifici pubblici ai fabbricati privati, dalle caserme dei pompieri ai capannoni industriali, dalle scuole materne alle ville signorili. Da un lato, quest’alta “densità” qualitativa è frutto ovviamente dagli sforzi compiuti dagli architetti per fare emergere i propri intenti creativi, ma dall’altro è anche il segno di una collaborazione efficace, poco burocratica ma assai proficua, tra gli uffici amministrativi, gli organi politici e le imprese. Per la quarta volta, nell’estate scorsa è stato assegnato il premio alla committenza Vorarlberger Hypo-Bauherrenpreis che, come dice il suo stesso nome, vuole rendere omaggio soprattutto al coraggio innovativo dei committenti, benché anche agli architetti autori dei progetti premiati venga assegnato un riconoscimento speciale. Già questa formula, se vogliamo, sarebbe un approccio molto pratico, ma pure per altri aspetti il premio è un’iniziativa coi “piedi per terra”: ad essere premiati, infatti, non sono né idee, né progetti orientati al futuro, ma solo interventi architettonici già realizzati, e poiché un edificio non si può conoscere soltanto osservandone le foto e le planimetrie, la giuria, presieduta dall’architetto bolzanino Christoph Mayr-Fingerle, ha preferito fare dei sopralluoghi diretti. Uno degli elementi cui i cinque giurati, tutti architetti di chiara fama, hanno prestato un’attenzione particolare, è il fatto che un edificio avesse “testa e piedi”, per dirla con Christoph Mayr-Fingerle, vale a dire, in termini piú schietti, se “in salotto si sente la puzza di scarico dell’autorimessa, se il progettista ha dimostrato di saper cogliere le peculiarità del luogo, o se gli ambienti sono sovradimensionati”. Per la cronaca, gli altri componenti della giuria erano Friedrich Achleitner (Vienna), Marianne Burkhalter (Zurigo), Günther Schwarz (Bregenz) e Florian Nagler (Monaco di B.). Per alcune settimane, la Galleria Museo si propone di presentare i vincitori del concorso e, parallelamente, di stimolare una riflessione aperta sull’argomento, a cominciare dalla manifestazione d’apertura che si terrà sotto forma di dibattito pubblico, con la partecipazione di vari esponenti dell’architettura del Vorarlberg. Chi volesse ottenere ulteriori informazioni sui vincitori del concorso, le motivazioni della giuria, le biografie dei giurati, o anche ricevere materiale fotografico sugli edifici premiati, si può rivolgere alla Galleria Museo, oppure scaricare i dati contenuti della homepage del Vorarlberger Hypo-Bauherrenpreis collegandosi al sito Internet http://bauherrenpreis.vol.a

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Exhibition view, capitalism and flight, 2001 Exhibition view, capitalism and flight, 2001

CAPITALISMO & FUGA
15 Settembre - 27 Ottobre 2001

Christoph Hinterhuber, Thomas Feuerstein
A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, capitalism and flight, 2001

Exhibition view, capitalism and flight, 2001

Hinterhuber ha creato per la Galleria Museo un’ installazione composta da lavori murali, oggetti spaziali, suoni e una rielaborazione di un testo dell’ artista e teorico Thomas Feuerstein.
Il tema è il mondo dei consumi oggi predominante, la mercantilizzazione della vista e l’ incapacità della nostra società di prendere coscienza attiva degli avvenimenti contemporanei. Nel suo stile da designer, con le sue superficie lisce Christoph Hinterhuber ha trovato un` adeguata modalità espressiva. Direttamente all’ ingresso della Galleria, mediante un tendaggio trasparente fucsia, viene ricreata un’ atmosfera da boutique e svariati marchi, prodotto di fantasia di Hinterhuber, sono proposti quale merce offerta dalla Galleria.
Direttamente all’ ingresso della Galleria, pertanto, l’ artista confronta il visitatore con temi attuali sociali e politici, relativi alla predominanza dei marchi e vuole esprimere un confronto ironico con il mondo globalizzato del commercio.
Le due serigrafie al centro dell’ ambiente color argento si presentano come un moderno mandra: i colori pastello vivacemente combinati e un contesto apparentemente aggressivo inducono contrasti, provocazioni e domande, portando alla riflessione sulla tematica proposta.
L’ estrema offerta di merci e l’ eccessiva facilità consumistica, con le conseguenze sociali e politiche che ne derivano, vengono trattate in un testo dell’ arista e teorico Thomas Feuerstein; esso viene proposto da Hinterhuber in uno dei suoi oggetti, offrendo con ciò un aiuto all’ osservatore, che si può far coinvolgere nell’ atmosfera dell’ ambiente ed in esso riflettere.
I pensieri filosofici di Feuerstein completano il concetto tematico del progetto artistico di Hinterhuber.

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Exhibiton view, Peter Senoner, 2001 Exhibiton view, Peter Senoner, 2001

PETER SENONER – TRANSITION1
5 Luglio - 4 Agosto 2001

A cura di Marion Piffer Damiani

Exhibiton view, Peter Senoner, 2001

Exhibiton view, Peter Senoner, 2001

L’artista altoatesino Peter Senoner (nato a Castelrotto nel 1969) coglie la vita, la sua esistenza come artista e l’arte senza compromessi. L’artista ha destato per la prima volta attenzione a livello internazionale con il suo progetto “Transition 1-“, realizzato nel periodo 1998/99 a New York. Si tratta di un intervento sull’area urbana sotto forma di disegni “che si dissolvono”. Il “Kunstforum” di Colonia ha parlato ampiamente del progetto nello scorso anno; adesso verrà esposto per la prima volta in forma di mostra alla Galleria Museo. “Transition 1-…” racchiude una radicale azione artistica: Peter Senoner espone tra il 1998 e il 1999 1.600 disegni in luoghi pubblici a New York e li lascia letteralmente in balia del loro destino. Nel suo atelier riporta con penna stilografica su una grande tela le indicazioni relative al tempo e al luogo. La somma delle trascrizioni porta, come spiega l’artista, ad un addensamento grafico, ovvero a un disegno: “Questo disegnare, andare via e codificare in forma grafica in un secondo tempo, corrisponde alla tendenza odierna verso la smaterializzazione nella vita di tutti i giorni dovuta all’uso dei mezzi digitali e il conseguente processo di trasformazione in codice binario.” Il filo conduttore nell’opera di Peter Senoner – e questo vale anche per i disegni esposti – sono ritratti disegnati, dipinti e scolpiti a grandezza naturale. Non si tratta però di ritratti veri e propri, ma di ritratti generali, quasi pedine che l’artista mette in scena sul campo di gioco della realtà per esplorare l’intreccio di rapporti tra cultura e vita, naturalezza e artificialità, contesto ed identità. Le sue drammaturgie hanno per argomento la distruzione delle convenzioni, ma anche l’essere esposti e stranieri. Paolo Bianchi definisce l’artista come “lavoratore straniero tra arte e vita.

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Exhibition view, Thomas Eller, 2001 Exhibition view, Thomas Eller, 2001

THOMAS ELLER – RAPID-SLEEP
11 Maggio - 23 Giugno 2001

A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Thomas Eller, 2001

Exhibition view, Thomas Eller, 2001

La video art di Thomas Eller crea un gioco tra realtà e irrealtà, e tra una particolare realtà e le molteplici possibili realtà. La percezione reale decade come all’interno di un caleidoscopio e viene a crearsi una zona grigia, terra di nessuno ancora da definirsi. Le sue installazioni fanno sembrare la realtà e la sua esigenza di assolutezza come una cosa paradossale. Con questa mostra viene presentato il lavoro in più parti “Traffic part/one”, composto da 6 videofilm diversi. Su altrettanti schermi si può vedere un attore in varie situazioni di vita le quali vengono inscenate e documentate: prima guida una moto da corsa su una strada di montagna piena di curve, poi pilota un aereo, corre in centro città ecc. Il secondo lavoro di “Traffic” mostra movimenti individuali e di massa all’aeroporto JFK di New York; vengono mostrate inoltre tendenze contemporanee di globalizzazione e mobilità, la connessione tra struttura sociale e architettura, pulsazioni uniche e ininterrotte. Davanti a ciò si vede un ammortizzatore da industria. Tutto si muove e nulla si può fermare. “rapid sleep” – il sonno veloce – è un accostamento al sogno, l’ambito tra realtà e finzione, tra lentezza e velocità, azioni indefinite ed immagini efficaci.

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Exhibition view, Schock-Sensor, 2001 Exhibition view, Schock-Sensor, 2001

SCHOCK-SENSOR
17 Marzo - 18 Aprile 2001

Markus Draper, Eberhard Havekost, Sophia Schama
A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Schock-Sensor, 2001

Exhibition view, Schock-Sensor, 2001

A dieci anni dalla caduta del muro di Berlino, Dresda dimostra la vitalità della sua tradizione accademica proprio con il fatto che alcuni artisti dell’ultima generazione non solo hanno seguito i dibattiti internazionali, ma stanno contribuendo ad indirizzarli.
La mostra porta per la prima volta sulla scena italiana questi tre giovani artisti di Dresda, i quali godono di una considerevole fama a livello europeo. Havekost lavora utilizzando la pittura in modo classico, trova però un modo di concepire l’immagine che si contrappone alla tradizione pittorica: egli predilige un formato dell’immagine che abbia le dimensioni di uno schermo televisivo; i suoi quadri si avvicinano in senso “videatico” all’elaborazione digitale dell’immagine, che è la caratteristica principale della sua pittura. Questa è concreta, scorre però davanti agli occhi dell’osservatore come un film. Una luce colorata attraversa i suoi quadri e le sue sequenze di immagini. Per Eberhard Havekost la pittura è “un mezzo con il quale diventa possibile differenziare ed osservare gli altri mezzi”. Si rifà consapevolmente al mondo di immagini della pubblicità, all’estetica della televisione e dei video. Ma non sviluppa ed anima superfici “pulite”, sperimenta con queste sfondando, pur mantenendosi distanziato, le immagini della nostra cultura del divertimento. Anche Sophia Schama appartiene alla cerchia interna dei nuovi pittori di Dresda. I suoi quadri attingono dal “design dell’alta velocità” degli anni ’90: nascono labirinti fatti con tubi flessibili, piramidi fatte di cavi e biotopi nella giungla di una generazione di poliuretano. Nei suoi lavori si formano labirinti di tubi, piramidi di cavi, biotopi – giungla creati da una generazione del poliuretano. Nel caso di Markus Draper la pittura si condensa a creare un’ingerenza nello spazio. Con una nota leggermente teatrale e sotto forma di comic strip di maestrale attualità i suoi lavori “Vedere Nero” e “Pirotecnica” conquistano lo spazio. Le sue opere si occupano dello spazio come elemento modificabile. Il suo mezzo è l’installazione e il suo tema è la rappresentazione di situazioni dell’orrore, che lui rappresenta con il simbolo del fuoco. Le installazioni di Draper lavorano con lo spazio virtuale, il quale – come la pittura di Havekost e Schama – pone il quesito fra realtà ed irrealtà.

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Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001

 
Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001 Futuro In corso Passato 2014 2013 2012 2011 2010 2009 2001-2008 1987-2000 Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001 Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001

ELISABETH HÖLZL – TWILIGHT
26 Gennaio - 10 Marzo 2001

A cura di Sabine Gamper

Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001

Exhibition view, Elisabeth Hölzl, 2001

Il Lavoro di Elisabeth Hölzl il cui titolo fa riferimento alla luce del tardo crepuscolo si basa su di un’installazione luminosa che occupa il primo ambiente della galleria trasformandone radicalmente la percezione dello spazio, articolandosi poi in altri interventi che riguardano la seconda sala.Tra questi uno scaffale contenente le copie di un’agenda elaborata dall’artista per l’occasione, al contempo catalogo e oggetto d’uso a disposizione dei visitatori. Due grandi immagini alla parete ritraggono scorci dell’archivio di una agenzia fotografica. E prorio da queste immegini apparentemente documentarie scaturiscono una serie incrociata di rela zioni con il resto della mostra. Dalla luce che diventa tema dominante di tutti i lavori esposti, al concetto di archivio, che si riflette nell’agenda capovolgendo la sua accezione funzionale e pubblica in dimensione privata ed estetica di archivio personale dell’artista.

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Exhibition view, Incarico, 2000 Exhibition view, Incarico, 2000

INCARICO
22 Settembre - 30 Novembre 2000

CALC (Casqueiro Atlantico Laboratorio Cultural), Peter Grenacher, Christine & Irene Hohenbüchler, Daniela Keiser, Manfred Alois Mayr, Walter Niedermayr , Daniel Pflumm, Michelangelo Pistoletto, Erik Steinbrecher, Günther Vogt, Heimo Zobernig

Exhibition view, Incarico, 2000

Exhibition view, Incarico, 2000

La ARGE KUNST di Bolzano ritiene che gli interventi artistici nel contesto di tali grandi progetti architettonici rappresentino un’enorme chance e una sfida nel lasciare i luoghi tradizionali della produzione e fruizione di arte nell’ambito del sistema dell’azienda arte (musei, gallerie, etc.). Su invito della galleria l’artista Erik Steinbrecher, che ha concepito l’idea di “arte in cantiere” per il nuovo edificio dell’Università, ha assunto la regia del percorso della mostra presso ARGE KUNST Galleria Museo. Il percorso presenta sia le concezioni che stanno alla base dei progetti dei singoli artisti che le loro realizzazioni.

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Exhibition view, Maybe in Sarajevo, 2000

MAYBE IN SARAJEVO
27 Luglio - 31 Agosto 2000

Gea Casolaro
A cura di Viviana Gravano

Nel 1998 Gea Casolaro ha partecipato ad un incontro tra artisti di diversi paesi a Sarajevo, nell’ambito degli scambi per la Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo. L’intento dell’incontro era quello di portare artisti dell’ultima generazione, a confrontarsi con una città fortemente provata dalla recente guerra eppure molto attiva intellettualmente. Arrivando sul posto i segni materiali della devastazione apparivano evidenti a tutti: palazzi ancora bruciati, forati dalle granate, macerie ovunque.

Exhibition view, Maybe in Sarajevo, 2000

Exhibition view, Maybe in Sarajevo, 2000

Realizzando l’opera Maybe in Sarajevo Gea Casolaro ha lavorato tra gli interstizi di questa devastazione, senza mai mostrarla, anzi mostrando proprio quelle parti della città già restaurate o quelle rimaste miracolosamente illese. Ha realizzato 60 immagini, tutte dello stesso formato 40×60 cm o 60×40, nelle quali si vedono diversi luoghi della città che potrebbero essere in altri posti del mondo. Ci troviamo così davanti a caffè che sembrano Amsterdam, a una palazzina medio borghese che potrebbe essere alla Balduina a Roma, o una porta con un secchio davanti che potrebbe essere Scanno in Abruzzo, palazzi che ci ricordano la Russia o la Turchia, decorazioni alla viennese o vicine alla Budapest dell’Ottocento. Accanto ad ogni immagine compare una didascalia, parte integrante dell’opera, corrispondente all’apparente luogo fotografato, che recita ad esempio “Maybe in Scanno”, “Maybe in Amsterdam”, “Maybe in Mosca” e così via. Ognuna di queste immagini, presa in sé, non ha più collocazione reale possibile: Gea ci dice che la visione del paesaggio non è mai oggettiva ma è la proiezione che ciascuno di noi ha di quel dato territorio, nel suo immaginario, nella sua memoria personale e con l’invenzione di ogni singolo sguardo. La Sarajevo di Maybe in Sarayevo, che diventa il titolo generale del lavoro, è quello che la città era prima della guerra, un luogo dove si incrociavano confondendosi, sincreticamente, mille culture, un luogo incollocabile e ubicuo, un luogo che poteva essere, in ogni sua parte, ovunque nel mondo.

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Exhibition view, Heinz Mader, 2000 Exhibition view, Heinz Mader, 2000

HEINZ MADER – TELI
19 Maggio - 24 Giugno 2000

A cura di Marion Piffer Damiani

La mostra del artista altoatesino Heinz Mader presso la Galleria Museo di Bolzano e il catalogo che l’accompagna combinano un’esuberante installazione di teli nello stile del patchwork e un pannello narrativo di disegni a pennarello in un montaggio parallelo che in parte si sovrappone. Lo sviluppo dell’opera dell’artista mostra nelle opere esposte un significativo, ma coerente spostamento di accento: il suo gesto espressivo pittorico, in origine marcatamente emotivo, si sposta in queste installazioni più recenti in modo univoco in direzione di un gioco, talvolta anche parodistico, con la quotidianità e l’arte.
Nell’era della cultura Pop i confini tra l’arte e la vita sono diventati fluidi e conseguentemente Heinz Mader presenta i suoi “teli” non più come opere autarchiche da ammirare, ma come oggetti pronti all’uso e riciclabili: il pubblico viene esortato a partecipare alla realizzazione dell’opera d’arte ed a sperimentare la realtà artistica come un’entità relativa e fluida.

Exhibition view, Heinz Mader, 2000

Exhibition view, Heinz Mader, 2000

I “teli” di grandi dimensioni sono costituiti da abiti come cappotti, pantaloni o jeans “aperti”, cioè scuciti, e hanno sui bordi degli occhielli. Come avviene per le cartine geografiche, la geografia degli abiti, originariamente tridimensionale, diviene piana per riprodurre la topografia delle divagazioni infinite della quotidianità.
Si ricordino ad esempio le strategie artistiche dei cubisti, come Picasso o Braque, che scomponevano e ricomponevano singoli dettagli di immagini e materiali per creare dei rapporti nuovi con la realtà conosciuta e vissuta e per mostrare questa stessa realtà in un nuovo contesto percettivo. A Heinz Mader interessa in primo luogo generare una nuova “sensibilità” per la realtà, si riscontra nella sua opera il tentativo paradossale di sgusciare dalla pelle e tastarne la superficie. I suoi disegni e le sue installazioni trasferiscono il legame pragmatico degli oggetti quotidiani in un universo di presagi, allusioni e significati fluttuanti.
Gli occhielli ai brodi dei “teli” sottolineano il molteplice contesto di utilizzo e il significato dei teli, trasformandoli in tappeti volanti o mantelli magici che invitano ad esprimere le potenzialità e le storie in essi inscritte. Così facendo l’osservatore diventa complice dell’artista, “prêt à porter”, significa in questo contesto “pronto ad un utilizzo creativo immediato” in risposta alle necessità e in accordo con i “fruitori”. Insieme ai “teli” Heinz Mader presenta un racconto comico per immagini costituito da sequenze variabili di innumerevoli disegni a pennarello che formano un manifesto e una installazione a parete. Ritorna anche qui il modello del patchwork e quindi di nuovo una forma che nasce dallo scetticismo nei confronti della narrazione lineare. In questa mostra l’artista continua ad interrompere il monologo autobiografico e autosufficiente a favore di una ricerca del dialogo e dell’armonia: in questo spirito invita nuovamente amici e colleghi come Christian Jung, Brigitte Niedermayr, Kathy Leonelli, Nelly Putzer, Marion Piffer Damiani, DJ Mr Alex und Hubert, DJ SLT, Jürgen Winkler, Rut Bernardi, Horsti e Wolfi.

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Exhibition view, Outside-in, 2000 Exhibition view, Outside-in, 2000

OUTSIDE-IN – NUOVA ARCHITETTURA IN GRAN BRETAGNA
23 Marzo - 7 Maggio 2000

Tony Fretton, Florian Beigel, Peter Allison

La mostra OUTSIDE-IN si articola in due parti. Mentre all’Architekturforum di Innsbruck vengono mostrati i lavori dei cinque architetti più giovani Caruso St. John, Maccreanor Lavington, East, Sergison Bates e Adjaye and Russell, la Galleria Museo espone a Bolzano i progetti di Florian Beigel e Tony Fretton. Insieme le due parti della mostra consentono di gettare uno sguardo esauriente su una particolare linea di sviluppo dell’archittettura britannica contemporanea. La mostra OUTSIDE-IN è curata da Peter Allison e per essa verrà pubblicato un catalogo unico. Florian Beigel e Tony Fretton hanno iniziato la loro attività rispettivamente nel 1970 e nel 1982 e realizzato una serie di progetti di importanza decisiva per la generazione di architetti più giovane. Questo vale sia per il Half Moon Theatre (1985) di Beigel che per la Lisson Gallery (1991) di Fretton.

Exhibition view, Outside-in, 2000

Exhibition view, Outside-in, 2000


I lavori della generazione più giovane sono rappresentati dall’edificio presso la banchina di Walsall di Sergison Bates, terminato nel 1997, dal Lux Building a Hoxton Square con cinema, bar e galleria di Maccreanor Lavington del 1987, dalla Galleria d’Arte Moderna di Walsall di Caruso St. John che verrà inaugurata nel febbraio 2000, dal progetto St. Albans di muf e da diversi progetti innovativi di Adjaye and Russel. L’architettura di entrambe le generazioni si distingue per il principio di utilizzare in maniera moderna dei materiali diffusi comunemente al fine di creare degli ambienti che facciano parte dello spazio pubblico. A differenza di molte altre strutture degli anni ’90, la specificità di questa architettura non consiste nel fatto di emergere dall’ambiente circostante, ma al contrario nel tentativo di creare un certo legame tra ciò che è nuovo e ciò che era preesistente. Molti progetti hanno lo scopo di creare accessi a spazi isolati in edifici pubblici tramite il collegamento con il mondo esterno. L’utilizzo di determinati materiali propri degli spazi esterni per gli spazi interni sottolinea il punto chiave del tipo di architettura presentato in OUTSIDE-IN. Gli architetti di entrambe le generazioni hanno potuto realizzare molte costruzioni grazie al loro successo, tuttavia continuano ad occuparsi di problematiche attuali, non limitandosi a costruire, ma lavorando anche ad una serie di progetti non ancora realizzati, importanti per gli sviluppi futuri. Sulla base di lavori rappresentativi eseguiti per lo più negli anni ’90, la mostra di Innsbruck e Bolzano intende in prima istanza illustrare il rapporto, in fase di trasformazione, tra costruzione e creazione di uno spazio sociale.


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Exhibition view, Outside-in, 2000

Florian Beigel studia presso l’Università di Stoccarda e la Bartlett School of Architecture and Planning di Londra. Nel 1970 fonda il proprio studio e dal 1980 dirige la Architectural Research Unit alla University of North London che si occupa della progettazione e della costruzione di prototipi architettonici per lo spazio pubblico. Lo studio Florian Beigel Architects ha realizzato numerosi progetti notevoli, come ad esempio il Half Moon Theatre (1985) di Londra, e si è distinto nell’ambito di vari concorsi con una serie di progetti innovativi che si occupano dell’importanza dei diversi tipi di paesaggio per l’urbanistica contemporanea. Fanno parte dei lavori più recenti due appartamenti di Londra e un progetto volto alla trasformazione di una zona di scavo a giorno a Cospuden a sud di Lipsia, insignito del 1° premio ad un concorso. Florian Beigel è professore di architettura alla University of North London ed è stato negli ultimi anni professore ospite presso vari istituti di architettura sia europei che extraeuropei.


Tony Fretton studia presso la Architectural Association di Londra. Nel 1981-82 è attivo come performer. Nel 1982 fonda il proprio studio chiamato Tony Fretton Archtects. Fretton diventa noto per la progettazione della Lisson Gallery a Londra, un progetto realizzato in due fasi nel 1986 e nel 1991. Successivamente realizza il Centro per le arti creative a Sway nello Hampshire e il Quay Arts Centre a Newport sull’Isola di Wight. In vari progetti per dei concorsi Fretton si è occupato di nuovi ambiti di sviluppo. Tra i suoi lavori più recenti vi è la casa per un collezionista d’arte a Londra. Insegna alla AA, è professore ospite presso il Berlage Institute di Amsterdam e l’École Polytechnique Fédérale di Losanna; attualmente è professore di architettura e allestimento di interni al Politecnico di Delft.  

Peter Allison studia presso la Architectural Association di Londra e la Cornell University. Collabora con O. M. Ungers a diversi progetti per dei concorsi negli anni 1972-74. Insegna alla UCLA e alla AA; attualmente insegna alla South Bank University di Londra. Negli anni 1993-98 segue un progetto di scambio promosso dal British Council con l’Università di Architettura di Hanoi, è professore ospite alla Technische Universität di Graz; collabora alla realizzazione del catalogo della mostra di architettura “Standpunkte ’94″ al Forum Stadtpark nel 1994. Cura la mostra “Beyond the Minimal” che si occupa delle opere di ARTEC, Adolf Krischanitz, PAUHOF e Riegler Riewe (catalogo), presentata nel 1998 all’AA e alla Art Front Gallery di Tokio e nel 1999 a Kyoto.

Galleria Museo, Bolzano e Architekturforum, Innsbruck Interveranno: Peter Allison, Caruso St John, Maccreanor Lavington, Sergison Bates und Adjaye and Russell, East 

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Luigi Ghirri, Atlante, 2000 Luigi Ghirri, Atlante, 2000

LUIGI GHIRRI – ATLANTE
28 Gennaio - 11 Marzo 2000

Luigi Ghirri, Atlante, 2000

Luigi Ghirri, Atlante, 2000

Il progetto Atlante di Luigi Ghirri é un saggio di lettura fotografica, di grande valore, realizzato nel 1973 su un atlante geografico, nelle cui pagine illustrate l’autore ha individuato “il luogo nel quale tutti i segni della terra, da quelli naturali a quelli costruiti dall’uomo, sono rappresentati: monti, laghi, piramidi, oceani, cittá, villaggi, stelle, sole”. 
Il sistema dei segni adottato da un atlante é universalmente accettato e riposa su convenzioni che non ammettono alcun arbitrio interpretativo, ma Ghirri si accosta considerandolo alla stregua di ogni altro oggetto della sua esperienza quotidiana e ritenendosi dunque libero di leggerlo come immagine. Il metodo di ricerca adottato é quello della macro-fotografia, cioé in senso inverso rispetto alla tecnica dell’ingrandimento (blow-up). Ma l’autore non ci da una visione ingrandita dello stesso particolare, egli si sposta come compiendo un viaggio sulla superficie del globo.
Come afferma l’autore stesso al margine del progetto “il solo viaggio possibile sembra essere all’interno dei segni, delle immagini: nella distruzione dell’ esperienza diretta”.

Atlante si pone come ricerca chiave degli Anni Settanta e anticipa la successiva esperienza della fotografia di paesaggio che a partire dai primi Anni Ottanta contraddistinguerá la ricerca di Luigi Ghirri e degli autori che hanno rinnovato la fotografia italiana. Strumento indispensabile per lo studio e la conoscenza della fotografia italiana é un lavoro di grande suggestione, anche la particolare impaginazione e dimensione fisica che l’autore stesso aveva individuato per la sua opera, testimoniata dal menabó conservato dall’Archivio Ghirri. Le 34 fotografie del progetto che si ritiene concluso e ampiamente documentato dal menabó realizzato dall’autore stesso, non sono mai state pubblicate integralmente. Oltre alle fotografie del progetto si aggiungono le immagini che compongono un secondo menabó dal titolo Week End che l’autore aveva individuato come possibile variante e un accurato apparato critico-bibliografico di Laura Gasparini, responsabile della Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

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EXHIBITIONS 1999


JEAN NOUVEL – L’EXACTE REPRÉSENTATION D’UN VOLONTÉ
29 Ottobre – 4 Dicembre 1999

ANN MANDELBAUM
10 Settembre – 16 Ottobre 1999

A MEETING
9 Luglio – 4 Settembre 1999
Jan Fabre, Ilya Kabakov

PROGETTARE BOLZANO
4 Giugno – 26 Giugno 1999

WALTER NIEDERMAYR – RISERVE DELL’ISTANTE
13 Aprile – 22 Maggio 1999

TRANSLOCATION – NEW MEDIA ART
12 Febbraio – 27 Marzo 1999
Maurizio Arcangeli, Tom Barth, Ulli Vonbank-Schedler, Ernst Tragwöger, Wolfgang Temmel, Augusto Maurandi, Thomas Feuerstein, Volker Hildebrandt, Werner Hofmeister, Liliana Moro, Gertrud Moser-Wanger, Möslang Norbert/Andy Guhl, Flora Neuwirth, Permanent food, Stoph Sauter

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EXHIBITIONS 1998


IL CONCETTO DI CRUDELTÀ
4 Dicembre – 30 Gennaio 1999
Anna & Bernhard Johannes Blume

MANFRED A. MAYR – COLORI
30 Ottobre – 28 Novembre 1998

ARCHITETTURA DEL TIROLO
11 Settembre – 17 Ottobre 1998
Norbert Fritz, Rainer Köberl

TRACEY MOFFAT
10 Luglio – 5 Settembre 1998

ARTE GIOVANE DELL’ALTO ADIGE 2
5 Giugno – 4 Luglio 1998
Walter Pardeller

KARIN WELPONER – LA STORIA DI UN CUBO
4 Giugno – 28 Giugno 1998

WILLIAM GUERRIERI – OGGI NESSUNO PUÒ DIRSI NEUTRALE
23 Marzo – 18 Aprile 1998

ARTE GIOVANE DALL’ALTO ADIGE 1
23 Gennaio – 28 Febbraio 1998
Barbara Tavella, Klaus Pobitzer, Werner Moser Dorfmann, Carmen Müller

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EXHIBITIONS 1997


AGLAIA KONRAD – WORKS 1997
7 Novembre – 10 Gennaio 1998

ARCHITETTURE A CORTINA D’AMPEZZO 1950-56
12 Settembre – 25 Ottobre 1997
Eduardo Gellner

PUNTO D’INCONTRO NIEMANDSLAND
26 Luglio – 9 Agosto 1997
Bernhard Kattan, Werner Klotz, Dan Peterman, Heinz Pfahler, Four Walls, Ute Weiss-Leder, Stefan Micheel, Hans Winkler, Walter Niedermayr

ERICH KOFLER FUCHSBERG
6 Giugno – 12 Settembre 1997

JOHN HILLIARD – WORKS 1990-96
4 Aprile – 24 Maggio 1997

CARTOGRAPHIA
22 Marzo – 27 Aprile 1997
Siegrun Appelt , Alessandro Gatti , Erwin Lantschner , Carsten und Olaf Nicolai , CALC

LUIGI GHIRRI – ALDO ROSSI
21 Febbraio – 29 Marzo 1997

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EXHIBITIONS 1996


RICHARD LONG – DOLOMITE STONES
11 Ottobre – 30 Novembre 1996

CRUZ/ORTIZ 1975-1995
6 Settembre – 5 Ottobre 1996
Antonio Cruz, Antonio Ortiz

MARTIN POHL
27 Giugno – 3 Agosto 1996

CARMEN MÜLLER – BERLINER ZIMMER
22 Maggio – 22 Giugno 1996

PAUHOF
13 Aprile – 18 Maggio 1996
Michael Hofstätter, Wolfgang Pauzenberger

MICHAEL HÖLLRIGL – IL FREGIO DELLE DONNE NERE
1 Marzo – 30 Marzo 1996

GUIDO GUIDI – VARIANTI
19 Gennaio – 24 Febbraio 1996

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EXHIBITIONS 1995


QUASI PER GIOCO
8 Settembre – 21 Ottobre 1995
Stefano Arienti, Corrado Bonoi, Maurizio Cattelan, Emilio Fantin, Amedeo Martegani, Antonio Riello

BERNHARD CELLA
12 Agosto – 31 Agosto 1995

WERNER GASSER
7 Luglio – 5 Agosto 1995

MARINA BALLO CHARMET – CON LA CODA DELL’OCCHIO
26 Maggio – 1 Luglio 1995

TRE ARCHITETTI CONTEMPORANEI DEL PORTOGALLO
8 Aprile – 13 Maggio 1995
GonValo Sousa Byrne, Joao L. Carrilho da Graca, Eduardo Souto de Moura

BEAT ZODERER
18 Febbraio – 31 Marzo 1995

WALTER PICHLER
1 Gennaio – 5 Gennaio 1995

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EXHIBITIONS 1994


VALIE EXPORT
2 Dicembre – 10 Febbraio 1995

PROJEKT FÜR BERLIN
8 Ottobre – 19 Novembre 1994
Hans Kollhoff, Helga Timmermann

ERICH DEMETZ
9 Settembre – 1 Ottobre 1994

JOHN BLAKE – MEHR LUFT
23 Luglio – 27 Agosto 1994

JULIA BORNEFELD
18 Giugno – 16 Luglio 1994

WALTER NIEDERMAYR – HOTEL & CAFFÈ KUSSETH
15 Giugno – 28 Giugno 1994

JUAN NAVARRO BALDEWEG
7 Maggio – 3 Giugno 1994

ERICH DAPUNT – SOLNHOFEN
9 Aprile – 30 Aprile 1994

FLORIN KOMPATSCHER
5 Marzo – 2 Aprile 1994

MARL’S 5TH VIDEO ART PRIZE
22 Gennaio – 26 Febbraio 1994
Angela Melitopulos, Volker Schreiner, Bjorn Melhus

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EXHIBITIONS 1993


GOTTFRIED BECHTOLD – GRAZ-BREGENZ-BOLZANO
4 Dicembre – 15 Gennaio 1994

WALTER NIEDERMAYR – I MONTI PALLIDI
29 Ottobre – 27 Novembre 1993

STEVEN HOLL
18 Settembre – 23 Ottobre 1993

HANS KNAPP – THOLOS
9 Luglio – 14 Agosto 1993

ARCHITETTURA IN ALTO ADIGE DAL 1900 AD OGGI
4 Giugno – 3 Luglio 1993

INS BLAUE
17 Aprile – 22 Maggio 1993
Marius Pfannenstiel, Peter Saurer, Günther Unterburger

ARTHUR KOSTNER
5 Marzo – 10 Aprile 1993

NOBUYOSHI ARAKI – ARAKI : AKT TOKYO
22 Gennaio – 27 Febbraio 1993

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EXHIBITIONS 1992


L’ART EST INUTILE
20 Novembre – 9 Gennaio 1993

MISURE PERPLESSE
10 Settembre – 9 Ottobre 1992

BRIGITTE KOWANZ
31 Luglio – 5 Settembre 1992

ARCHITETTURA INDUSTRIALE – ALTO ADIGE-TIROLO-VORARLBERG
19 Giugno – 25 Luglio 1992

KARL BACHMANN
6 Maggio – 13 Giugno 1992

MICHAEL SCHMIDT
20 Marzo – 30 Aprile 1992

GIULIO FAIN – ARCHITETTURE CROMATICHE
21 Febbraio – 14 Marzo 1992

DAVID CHIPPERFIELD
17 Gennaio – 15 Febbraio 1992

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EXHIBITIONS 1991


ABSOLUTISMO E EXZENTRISMO
30 Novembre – 11 Gennaio 1992

LEWIS BALTZ
11 Ottobre – 9 Novembre 1991

BEHNISCH & PARTNER
6 Settembre – 5 Ottobre 1991

PETER FELLIN
31 Luglio – 31 Agosto 1991

FRED EERDEKENS
6 Luglio – 27 Luglio 1991

EINFACH MÖBEL
1 Giugno – 29 Giugno 1991

HEINZ GAPPMAYR – PIANO E SPAZIO
24 Aprile – 25 Maggio 1991

OLIVO BARBIERI – PAESAGGI IN MINIATURA
23 Marzo – 20 Aprile 1991

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EXHIBITIONS 1990


BLINKY PALERMO
07 December – 18 January 1990

JOSEPH BEUYS
25 October – 24 November 1990

BETTINA GRUBER
21 September – 10 October 1990

HUBERTUS REICHERT
24 August – 15 September 1990

KURT MATT
20 July – 18 August 1990

MARIA STOCKNER
22 June – 14 July 1990

MICHELE BERNARDI
22 May – 16 June 1990

GABRIELE BASILICO
27 April – 19 May 1990

FRITZ BERGLER
30 March – 24 April 1990

HEINZ MADER – MONDMANN
07 March – 28 March 1990

PETER ZUMTHOR
09 February – 2 March 1990

ARNOLD MARIO DALL’O
17 January – 6 February 1990

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EXHIBITIONS 1989


HERBERT ACHTERNBUSCH
15 Dicembre – 13 Gennaio 1990

MANFRED A. MAYR – IMMAGINI E OGGETTI
21 Novembre – 12 Dicembre 1989

KLAUS PINTER
18 Ottobre – 15 Novembre 1989

GERHARD MERZ
14 Settembre – 14 Ottobre 1989

CARLO MOLLINO
8 Agosto – 2 Settembre 1989

TRE ARTISTI DI NORIMBERGA
12 Luglio – 5 Agosto 1989
Harald Pompl , Wolfgang G.Bühler, Huber Lackner

FOTOGRAFIA DEL BAUHAUS
15 Giugno – 8 Luglio 1989

MAURIZIO BONATO
19 Maggio – 10 Giugno 1989

ELISABETH WEISS
26 Aprile – 17 Maggio 1989

CARMEN MÜLLER
31 Marzo – 22 Aprile 1989

HEIDRUN PUPP
3 Marzo – 29 Marzo 1989

CARLO GUAITA
3 Febbraio – 28 Febbraio 1989

PAUL BLANCHARD
13 Gennaio – 30 Gennaio 1989

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EXHIBITIONS 1988


ARTE OGGETTO
2 Dicembre – 24 Dicembre 1988

ALFREDO PIRRI
11 Ottobre – 26 Novembre 1988

ARTE GIOVANE IN ALTO ADIGE
23 Agosto – 1 Ottobre 1988

RUPERT LARL
6 Luglio – 27 Luglio 1988

CONCORSO D’ARCHITETTURA PER LA SISTEMAZIONE DELLA PIAZZA DEL MAGISTRATO S.CANDIDO
17 Giugno – 2 Luglio 1988

CHRISTIAN JELLICI
20 Maggio – 15 Giugno 1988

ATTILO MARCOLLI
29 Aprile – 18 Maggio 1988

FLORIN KOMPATSCHER
8 Aprile – 27 Aprile 1988

HELMUT SCHOBER
11 Marzo – 6 Aprile 1988

PAROLA/IMMAGINE – 33 ARTISTI PROVIENTI DA 5 PAESI
19 Febbraio – 9 Marzo 1988

MINIERE DI MONTENEVE
8 Gennaio – 30 Gennaio 1988
Peter Kaser, Walter Niedermayr, Fritz Pichler

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Mostre
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EXHIBITIONS 1987


FRANZ NOFLANER
15 Dicembre – 6 Gennaio 1988

JUNGE KÜNSTLER AUS DER STEIERMARK
11 Novembre – 15 Dicembre 1987

HEINZ FRANK
9 Ottobre – 4 Novembre 1987

KUNSTSZENE GEISLER
18 Settembre – 3 Ottobre 1987

MICHAEL SCHUSTER
28 Agosto – 17 Settembre 1987

DANIELA DEINHARD
11 Agosto – 26 Agosto 1987

ARNOLD HOLZKNECHT, HUGO VALLAZZA
17 Luglio – 8 Agosto 1987

ANDY CHICKEN
17 Luglio – 8 Agosto 1987

CHRISTIAN CASSAR
19 Giugno – 16 Luglio 1987

LOIS WEINBERGER
27 Aprile – 21 Maggio 1987

MATTHIAS SCHÖNWEGER
14 Aprile – 24 Aprile 1987

MICHAEL HEDWIG
20 Marzo – 11 Aprile 1987

MAX WEILER
27 Febbraio – 18 Marzo 1987

BERTY SKUBER
6 Febbraio – 25 Febbraio 1987

ERNST HAAS
8 Gennaio – 3 Febbraio 1987

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